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L’Italia degli inadeguati privilegiati è finalmente esplosa. Monti comincia a diventarmi simpatico. Eravamo abituati ai burocrati, ai medici, agli insegnanti, agli intellettuali a tariffa che utilizzano lo scontento generale per far diventare ‘battaglia politica’ l’incapacità e la disorganizzazione. La più drammatica dimostrazione di quali danni facciano l’abbiamo avuta col comandante senza qualità. Neppure lì, nel mondo dei lupi di mare, trovi più uno che sappia fare quello che deve fare. Figuriamoci un po’.
Eravamo abituati ai giornali succursali delle segreterie di partito, in cui tutta la realtà è tagliata e cucita secondo le esigenze individuali di ricollocazione e di preservazione di sè. Ora il danno ci appare in tutta la sua infetta penetrazione. Ovunque, anche dove proprio non potremmo fare a meno della ‘competenza’, troviamo un inetto incapace che ad ogni allarme urla alla meritocrazia.
Ora l’Italia dei precari esistenziali si scontra con i precari veri; li avevano tenuti fuori dal lavoro annullandone il mercato naturale. Chi era arrivato sullo scoglio di fortuna del protezionismo di massa ora non vuole scendere e inneggia alla moralizzazione, ai concorsi pubblici, perlamiseria! Rispolveriamo la meglio gioventù della mediocrità di Stato. Tutti a verbale! Certo, quando c’erano Loro, i democristiani, un cretino a cui si faceva superare un concorso si guadagnava il lavoro eterno. Ora dura tutto l’espace d’un matin. Troppo faticoso ricominciare d’accapo a ogni cambio di governo.
Nessun talento caschi fuori dal controllo della peggiore ruggine burocrate che ha ucciso l’Italia e gli Italiani, e non la si abbatte nemmeno con le bombe. Fuori dal teatrino delle maschere, i commercianti, gli operai, gli artigiani, i poveri con la partita iva e quelli senza, sfruttati da questi e da quelli. I lavoratori, insomma, non i figliocci. Ma se alzano la voce, wè, e che facciamo? Questi ci fregano il posticino sullo scoglio elettorale.
Sezionando il dissenso, catalogandolo, si annulla tutto ciò che può e vuole essere produttivo fuori dai clan. Saremmo la Merica, se fosse tutto così autenticamente popolare. E invece siamo pur sempre il Paese dei Borgia e di Machiavelli. Se qualcuno protesta senza il marchio del valletto, i valletti si risentono e dicono che non ha il bollino blu. Nella repubblica delle banane, non tutte le banane sono uguali.
Certo che in Sicilia ci sono i mafiosi fra i manifestanti: i trasporti, gli appalti, il mercato ortofrutticolo è pieno di mafia. Come potrebbero gli agricoltori e gli autotasportatori esserne distanti. Ma quindi? Li sciogliamo nell’acido e rimuoviamo cause e problemi?
Ricordo bene l’odio furibondo contro i capi della polizia a Genova. Gli stessi che furono condannati per gli scontri in cui morì Carlo Giuliani acchiapparono Provenzano. E non piacque ai no global. Perchè quegli ‘assassini’, dissero, rimasero in servizio, tanto che riuscirono persino ad arrestare Provenzano. Io, a fare dietrologia, in tanto furore ideologico avverto un vago tanfo mafia style! Come la mettiamo? Allora scrissi una cosa folle: un appello ai no global di andare a spaccare le vetrate delle ville dei mafiosi. Chiesi loro di andare a fracassare i locali gestiti da cosa nostra. I poveri onesti lo fanno tutti i giorni. E anche i ricchi onesti. Quando preferisci arrangiarti, quando fai fatica a sopravvivere con mille euro o comunque con ciò che è davvero tuo piuttosto che spacciare cocaina o grattare con le unghie quella che cade agli altri, sei no global ad honorem. E sei garibaldino, mazziniano, sei Robespierre. Sei Giuseppe Di Vittorio; perlomeno, gli fai un po’ onore.
Ma a sinistra, nella ovattata aristocrazia dei dipendenti pubblici intellettualizzati, i contadini sono ancora fascisti amici del potere democristiano. In ogni caso, io mi preoccuperei. La mafia è roba seria. Proviamo ad avitare che diventi protagonista della repubblica che nascerà. Questo è il momento in cui il Sud ha veramente bisogno di chiarirsi le idee
Gli usurpatori di ossigeno
La mia amica Anto mi chiede perchè sono così inguaribilmente ben disposta rispetto al genere umano. Continuo a ricevere delusioni, decisamente costose, visto che molte volte, troppe, ho lavorato a gratis e ci rimetto tempo e salute. Ma credo sinceramente che il mondo appartenga ai generosi. Nel mio caso, trattasi proprio di fessi, ma sto studiando perché la fessaggine, affinata, possa diventare generosità.
Mi inorridisce quella tipologia di mediocri che si ingozzerebbe fino a schiattare pur di non rinunciare all’ultima briciola. Sono gli italiani infami, quelli che hanno sempre vissuto a spese di qualcuno, a sbafo grazie a qualcuno, e ora vorrebbero accaparrarsi l’ultima scodella togliendola a chiunque. Si improvvisano indignati ma sono la causa sola e vera di quella bella indignazione che ha sollevato i giovani studenti. Sono i ruffiani che hanno sempre campato a colpi di spintoni, facendo i servi sciocchi abbarbicati alla slot machine dei soldi pubblici. E non sanno nulla, non hanno mai studiato nulla, capre ambiziose e brutali. Hanno sempre facce avvizzite e infelici e forse sanno di essere ininfluenti, malgrado gli schiamazzi.
Se sono, ingegneri, artisti, architetti, muratori o artigiani sognano l’incarichetto e non sanno chi siano Bramante e Brunelleschi. Non ne sfiorano, neppure di sguincio, il miracolo della creatività che fa distinguere un triste travè da un fabbricatore di cose straordinarie. Se sono medici parlano solo di nomi di potenti a cui infliggere la propria inerzia. Mai di malati, mai un indizio di solennità e di scienza; mai un po’ di nobile pietas; solo giaculatorie da servette. Se fanno professioni intellettuali, di intellettuale non hanno nulla. Nessuno slancio o traccia di conoscenza profonda di concetti che non siano ‘bere-fottere-mangiare’. Stanno in bilico sulle unghie, aspettando di grattare ovunque ci sia vita che nasce.
Si nutrono del lavoro altrui, dell’aria altrui, dell’intelligenza altrui. Delle possibilità che il mondo reale genera semplicemente faticando. E vagano, mendicanti e furibondi, sempre avvinghiati alle buste in cui infilano tutto ciò che possono. Ecco, conservano se stessi in quelle metaforiche buste piene di sporcizia, isolati e invisibili. Rabbiosi e infelici, piacciono molto agli aspiranti potenti di scarsa qualità. Sono buoni per sbrigare faccende disgustose. In cambio, infettano ogni spazio vitale, si accaparrano ogni briciola da nascondere nel loro sacchetto fetente. Ma non muovono l’aria, non lasciano traccia, non generano nulla di quel che serve per farci sopravvivere. Se sopravviviamo tutti, malgrado loro, è grazie ai pochi generosi, creativi e liberi, che talvolta lavorano gratis, spesso ci danno una mano per entusiasmo soltanto, ma mettono in circolo aria nuova e buona. E ci consentono di respirare anche se non saremmo noi in grado di produrre ossigeno. Capitalisti veri, in grado di preservare il mondo.
Spero di sentire sempre la gioia che provo ora quando un ragazzo giovane conquista il suo primo lavoro. O quando ottiene un risultato che desiderava, o semplicemente se è felice di sé. Spero con tutto il cuore di portare nel mondo aria pulita, non di sottrarla alle giovani menti. Spero di continuare a condividere l’umanità che ho attorno, non di odiarla come fosse usurpatrice di spazi non miei. Spero che ci sia sempre qualcuno, lontano dal fetore delle buste piene di incapacità, che tiri dritto, forte sulle sue gambe e gioiosamente inafferrabile.
Spero che nessuno mai mi convincerà che il mondo non è capovolto se io sono in piedi e faccio quello che so fare; sono loro a testa in giù, ad aspettare inutilmente che tutti gli altri cadano.
Il modo più ovvio per distruggere un sistema equo, di regole, è estremizzare le regole. Non fidatevi di chi sceglie sempre lo stesso bersaglio e ci spara sopra. Fosse la classe dirigente o l’Informazione. Serve solo a inventare valvole di sfogo da cui tutti, piano piano, prenderanno le distanze per sentirsi al sicuro. Non fidatevi.
Io voglio che siano garantiti i diritti dei malati; che non debbano aspettare un anno per una visita che attesti la malattia cronica. Voglio che una persona che ha lavorato 30 anni possa stare a casa e occuparsi di altro, se vuole, se non ce la fa. Voglio che chi ha vent’anni, ha studiato o sa fare l’imbianchino, l’idraulico, possa farlo senza subire il terrore vessatorio di un sistema fiscale che punisce chi lavora e premia chi spaccia la coca. Voglio che sia lo Stato a servirti, a chiederti un appuntamento per quantificare le tue giuste tasse e non tu che devi inseguire decine di uffici inutili, pieni di gente che ti odia perchè ti guadagni da vivere da solo. Voglio che si capisca che se i giovani preferiscono il precariato all’impresa autonoma è perchè hanno paura di un sistema fiscale pensato dai burocrati, dai dipendenti pubblici e non dai commercianti e dagli imprenditori o dagli artigiani. Voglio che un uomo di ottant’anni non debba fare ore di file, prendere un autobus per andare a spiegare a gente che neppure lo ascolta che è malato, che non può camminare o che un agricoltore non debba perdere giorni di lavoro perchè gli sono arrivate tasse non sue, bollette sbagliate, imposte ingiuste. E vale per la sanità, vale per la giustizia, vale talvolta per la scuola. Voglio una società fondata sul dovere, non sul diritto. Ma un dovere reciproco tra Stato e cittadino. E voglio una società in cui ciò che hai: servizi pubblici, organizzazione democratica, istituzioni, sono tuoi, e devi averne cura
Io vedo invece che si vorrebbe spostare il mare a Venafro pur di non tenere pulito quello di Campomarino e Termoli. Come se bastasse ruotare la cartina del Molise per dire che il Molise è cambiato. Ne abbiamo viste di stranezze nella nostra lunga vita, direbbe il mago Otelma! E io, come il Divino ciarlatano, icona grottesca dell’analfabetismo mistico, dico che il mare, grazie a Dio, (il dio vero) è ancora a Termoli e Campomarino e il progresso di un territorio non si decide a tavolino, mettendo crocette su una cartina capovolta. Le vicende elettorali ci hanno distratto molto, buttando su Frattura una croce fosforescente. Vorrei invece che chi, all’interno della maggioranza, ha al momento facoltà giuridica e democratica per governare questa fase e per segnare il prossimo futuro, eviti rincorse verso il basso, e ribalti il piano di discussione. Le persone fanno la differenza sempre. E proprio per questo trovo ridicola la veemenza di creare capri espiatori per salvarsi ‘la particina nella recita’. La libertà è un diritto fragilissimo. Basta usarlo male e lo si perde.
Ma non mi convinceranno mai a non dare ragione a chi ce l’ha perchè in questi anni pieni di tracotanza senza forza servirebbe qualcuno che sa stare ovunque senza accodarsi a nulla. Una volta la chiamavano ‘classe politica di governo’. Ora se vuoi fare il frikkettone devi dare addosso a qualcuno del tuo stesso schieramento, così, a caso. Pare sia più utile che governare bene o combattere davvero. A me dà un po’ di prurito: se non hai la forza di imporre una tua legittima convizione, o sei fesso o sei in malafede. In realtà, vorrei una bella battaglia vera, di contenuto, altro che cianfrusaglie e magheggi di parole. Una guerra di progresso in cui la classe dirigente, se vuole esserlo, sancisca la propria volontà di evoluzione dai berlusconismi di comodo. L’Italia è stata s-governata da un bravo opportunista che ha impastato con acqua e crusca, come ha potuto, con la classe dirigente che ha voluto. Ora vorrei una botta d’orgoglio e di intelligenza da parte di quelli che vogliono assumersi delle responsabilità invece che assieparsi in attesa che qualcuno lo faccia al loro posto. Il partito nuovo, e lo dico da troppo tempo, non si riconoscerà dal colore ma dalla consistenza e dal marchio: fibra naturale, disposta a farsi stropicciare. Vorrei qualcuno che si alzi in piedi e dica che la Democrazia si difende governando, sbagliando o rischiando a nome e per conto della gente.
Se si continuano a considerare le istituzioni, tutto ciò che ruota attorno, come una recita scolastica e l’unico sforzo è procurarsi una particina, stiamo perdendo una grande occasione di salvezza. Se chi aspira a governare dopo Iorio ha la sola ambizione della ‘particina’ nella recita, non fateci perdere tempo. Non ci servono attori, ci servono persone serie che non sprecano territori e certezze. O, per me sarebbe un sogno, abbiano la tempra e l’onestà di ripartire dallo Stato non dalla sua demolizione. Mi sono rotta le scatole di retorica nichilista. E mi sono rotta le scatole di furbetti, quartierini, soldatini e minus vari. O di quelli che usano le parole a cazzo non avendo soluzioni ma solo bersagli. La mia ossessione è difendere il mare e la campagna. Senza non ci saremo più. E so di avere il coraggio che serve. Non mi faccio confondere da nulla.
Il ‘tema’ della sinistra, e della destra e del centro, dopo Berlusk, secondo me, modestamente, dovrà essere la qualità nella politica, prima ancora del cosa e del come,del chi occorre ristabilire il ‘per dove e da dove’. Dopo le escort di contorno che fanno le ministre, io ricomincerei a dare speranza ai ragazzi che sanno fare, umiliati da un mercato che non premia mai la competenza e lo studio. Da una Università che laurea analfabeti arroganti, addestrati a cavarsela con l’aiutino, dall’artigianato che sa fare meglio ciò che il mercato svaluta volutamente. E non parlo della retorica della meritocrazia, parlo di mercati che quantifichino il valore reale della qualità: l’oggetto che funziona deve costare di più perchè è migliore, ma nel target di qualità deve esserci la legalità. Per anni i sinistroidi si sono appassionati a dare addosso al ‘padrone’ demolendone l’immagine senza distinzioni. Mi chiedo come si salva il lavoro se favoriamo il deprezzamento con una antistorica e improbabile demagogia. Se la robaccia cinese costa meno è perchè vale meno, paga meno il lavoro, non rispetta le norme di sicurezza. Ma si tende a dare addosso alle aziende invece che a queste nuove e ormai radicate forme di ‘capitalismo distruttivo’. La qualità costa, ma produce risorse durevoli, produce un mercato contestuale di conoscenze, di specializzazione, dall’artigianato al lavoro intellettuale, che porta nel mondo, non solo nel nostri territorio, qualche nuova possibilità.
Siate preoccupati. Non l’abbiamo battuto con i voti. Siate preoccupati della necessità di delegare la Politica ai tribunali, ai voti di sfiducia, ai mercati. Siamo all’azzeramento della Politica e alla definitiva tracimazione degli squali oltre la rete delle politiche sociali e condivise. Siate preoccupati non vendicativi
Il Berlusconismo nella comunicazione è stato: macchine del fango, dossieraggi contro i nemici, mirati e martellanti, volgarità, concetti elementari fatti passare per genuinità popolare; fedeltà nevrotica al leader, al limite dell’idolatria, negazione, scientifica, di ogni verità oggettiva che potesse metterlo in difficoltà. Tacere sui suoi punti deboli, esaltare l’aggressione, personale, agli avversari proprio perché si distruggesse, contestualmente, ogni discussione generale, più profondamente politica e e quindi non emotiva. Lo scopo era, dunque, indirettamente, annientare la sinistra disinnescando i suoi linguaggi, la sua cultura, la sua memoria. Il linguaggio doveva diventare quello di una servetta volgare, in ogni livello ed in ogni spazio pubblico, affinché i temi generali fossero sempre violentemente evitati, a vantaggio delle beghe personalistiche. E la gente, la gente vera, doveva limitarsi a condividere le ragioni di quel capetto o di quell’altro. Belando belando, si doveva convincere la gente che la Democrazia è la libertà di dire vaffanculo a qualcuno, e non di non consentirgli di governare una Nazione. Ma, soprattutto, lo scopo era semplificare, brutalizzare, instupidire il dibattito pubblico perché chiunque potesse sentirsi incoraggiato a conquistare la scena. Accesso facile alla televisione per ballerine senza qualità, accesso ai giornali per i gossippari, gli esperti di presenzialismo scambiati per giornalisti, tecnici, medici o avvocati veri, deprezzamento del lavoro con una massiccia sostituzione della qualità con la competitività: più sei disposto ad acciaccare chiunque e più sei bravo. L’apoteosi della mentalità dell’impiegatuccio famelico, un po’ ricattatore e un po’ sfigatello elevato a modello vincente. Finché dura.
A me ricorda qualcosa, tutto questo. Ne sento vicinissimo l’eco.
Si chiede ai tribunali di avocare a sè il potere del popolo, della gente, degli elettori?
Si invoca il chiuso dei tribunali per eseguire un controllo che la democrazia e la sua Legge affidano agli stessi elettori ed ai loro rappresentanti, a porte aperte e subito dopo la chiusura delle urne?
Le operazioni di spoglio sono metafora eloquentissima della democrazia a misura del controllo diretto della gente ed è per questo che avvengono a porte aperte, davanti agli stessi rappresentanti degli elettori e subito dopo la fine della votazione.
Si spinge per sovvertire l’equilibrio delle regole acquisite e scritte del sistema democratico e per creare un precedente inquietante: il controllo dei tribunali e nei tribunali del voto popolare. Lo si fa presumendo un errore, per carità, possibile umanamente.
La Legge ha uno strumento trasparente per fugare il dubbio dell’errore nei conteggi delle schede:
il ricorso.
Ma utilizzando a pretesto quella presunzione di errore si stravolge il percorso chiaro delle norme che governano il voto?
Riaprire le schede, prima del ricorso, subito o dopo, non cambia nulla, in verità; non aggiunge garanzie di democrazia e non farlo subito non preclude certo l’obbligo di accertare la verità dei numeri; ma insinua un meccanismo istituzionalmente terrificante: la delega silente, e suo malgrado, al tribunale e semmai alle Prefetture.
Tant’è, il Tribunale, al momento, non sta tentennando, prendendo tempo, o è alle prese con chissà quali misteri (come viene raccontata questa fase) ma, semplicemente, intuisco e presumo, voglia attenersi alla forma, alla massima correttezza. E lo fa cercando di dimostrare che non ha e non deve avere competenza diretta ora nelle operazioni di controllo. La norma è chiarissima e dice che i plichi non possono essere aperti in alcun altro luogo che non quello in cui è avvenuto il voto. I tempi si sono allungati proprio perchè il tribunale ha cercato di procedere nel rispetto di quella norma e dimostrando che non ha possibilità di modificare quel percorso.
Questo clima nicaraguense è un rito di suggestione collettivo con cui non si può esercitare alcun tipo di pressione, lo escludo, sui giudici, ma con cui forse si tenta addirittura di traghettare il vuoto delle istituzioni fino alla eventuale nomina di un nuovo ministro dell’interno. Prevedendo la caduta di Berlusconi si sperava in un ministro ‘amico’? Si può mai pensare che la legge, il midollo spinale della Democrazia, sia condizionabile dal nome di un ministro piuttosto che un altro?
Siamo alla regola sciuè sciuè, all’accanimento che fa ‘perd tempo’, agli iter che vanno saltati a piè pari? Cioè, instauriamo un regime di polizia tutto mediatico? Per quanto farsesco, lo trovo riluttante e offende, io credo, chi, dai Tribunali, deve agire nel rispetto delle norme e debba tollerare il sospetto, insinuato a colpi di slogan e annunci, di essere complice o nemico, libero o clientelare, sereno o condizionabile a seconda che la sua decisione sarà ‘gradita’
(non corretta, attenzione), o meno.
Facendolo sembrare una patata bollente o una disperata richiesta di equità, in realtà si sta consumando uno scempio. E’ come se chi ha partecipato a far nascere un bambino stabilisse che la mamma non è idonea e affidasse il piccolo al primario, alle guardie dell’ospedale. Senza alcuna volontà reale di cautela e di verifica. Che invece avverrebbe, appunto, con i ricorsi. La verifica speedy è solo uno specchietto delle allodole, illuminato di proclami democratici, ma infido: implica la negazione di uno strumento giuridico come il ricorso e la tracimazione di ogni ingerenza sull’altra. Condividere questo ‘sbrigativismo mediatico’ significa negare l’intoccabilità delle tappe legali, della struttura istituzionale e politica dello Stato. Significa che con la scusa di voler controllare l’errore, presunto o vero, abbattiamo in un colpo solo tutti i paletti su cui si fonda la garanzia della Legge.
Significa che se procediamo a colpi di tacco sul pavimento, ci basterà per fregarcene di qualunque decisione popolare?
Perchè invadere lo spazio autonomo in cui gli elettori esprimono la loro volontà senza alcuna mediazione e senza alcuna ingerenza dei tribunali?
Perchè ci sembra così normale che non si rispetti una legge elementare che dice che le operazioni di spoglio non possono essere fatte in tribunale?
E insisto, perchè il ricorso non va bene?
L’Italia frana, inondata da fiumi violati dal cemento. In Molise, a Venafro, guarda un po’, crolla il soffitto di una scuola. A Termoli ogni goccia di pioggia preannuncia il pericolo di una nuova alluvione, e non per colpa della pioggia, che in fondo, è normale manifestazione autunnale. Ma il DIBBBATTITO è tutto concentrato sull’Informazione e sulla conta. Mai il Molise combattente e resistente era stato tanto memore di aver eletto Silvio. Gli assomiglia in tutto. Tanto per vendicarlo da questa maggioranza in pectore così ingrata, che invece sembra averne preso le distanze
Terra ha scelto un titolo serio per raccontare la tragedia dell’alluvione di Genova: ‘la macchina del fango’. Come a dire che le cose hanno un nome; ed hanno usato il nome giusto, piuttosto che abusare di metafore spettacolari. Ecco, l’Informazione italiana è complice, moralmente complice anche di un’alluvione. Per anni abbiamo parlato solo di pettegolezzi, utilizzando metafore, come per esempio proprio ‘macchina del fango’. In realtà, ciò di cui l’Italia ha bisogno è dare senso alle parole. A Genova la macchina del fango l’hanno azionata: incuria, speculazione, improvvisazione e cemento, oltre al resto. Di queste cose la mala politica si nutre. Prima che dei voti comprati e prima delle ballerine, la mala razza della Politica succhia la legalità, quella che riguarda la sicurezza, l’ambiente, la sanità, l’incolumità della gente. Una opposizione vera si occupa di queste cose; una Informazione vera le racconta, senza interagire con la Politica, ma anticipandola e braccandola. O, perchè no, aiutandola. Ma i giornali si occupano di Berlusconi come di un attore di telenovelas e non come capo di un Governo che non riesce a comunicare un piano d’allarme. In Molise, nessun dibattito sul rischio idrogeologico, sul rischio sismico, sulla difesa dell’ambiente. L’urgenza è rimuovere Berlusconi. Come qui era rimuovere Iorio. Il resto, sono problemucci secondari.
Luca Palombo sta disperatamente tentando, e la cosa non interessa ai più, di metter pace fra Di Bello e Sottile. Di Bello e Sottile non hanno litigato, hanno esposto le loro posizioni su una faccenda pubblica, di interesse generale, non privato. Se voleva litigare con me mi avrebbe chiamato a casa, non avrebbe scritto un editoriale in cui afferma che quelli che non sono d’accordo con la sua Santa Alleanza contro Iorio fingono. E fingono perchè stanno svolgendo un compitino affidato loro da Iorio stesso. In quell’editoriale, Di Bello stabilisce che, per esempio anche io, visto che non la penso come lui, ho fatto scuola guida e mi è stata data la patente di sinistra per guidare verso Iorio. Ad una affermazione come questa, certo, avrei potuto rispondere andando a casa sua e mandandolo allegramente al diavolo. Ma per gentilezza e per dovere di protocollo, ad editto si risponde con editoriale. Sennò, che giornalisti siamo? Io sono pure democratica di sinistra, non potevo esimermi!
Ridurlo ad una litigata fra due persone serve a qualcuno, non certo a Palombo, credo. Ma Palombo, di suo, aggiunge che i delusi da Frattura trovano accettabile ‘persino’ Iorio. E lascia passare due enormità, intollerabili. Io non discuto su Frattura, mai fatto. Non accetto Iorio come se fosse il meno peggio. Iorio è la Politica, al momento, l’unica possibilità di discutere su qualcosa di verificabile e riconoscibile. Poi decidiamo se ci piace o no. Se non ci piace, non lo votiamo. Se pensiamo di rimuovere quel modo di amministrare facendoci votare dai suoi, io ho qualche perplessità. Per Sala è un male necessario: servono i numeri per rimuovere il potere più resistente, dice lui. Io dico che continuiamo a farci piacere chiunque pur di rimuovere chi non ci piace, e perdiamo tempo. E quando dico ‘farci piacere’, non parlo di Frattura ma proprio di quei voti del pdl dirottati su Frattura che fanno tutti finta che non esistano. Voto di protesta un corno, se permettete. Se voglio protestare contro Iorio, mi candido contro e vinco pure, se ci riesco.
Aggiungo, e non tornerò più sull’argomento, che contesto, onestamente e serenamente, che si lasci passare Iorio come qualcosa di sporco da cui ripulirci. Io non sono un politico, non sono il segretario di un partito e devo ragionare con oggettività. Sarà la vostra idea, non potete pretendere che la pensino tutti come voi. Non lo pensano quelli che lo hanno votato, e non è un dato marginale per nulla. Ma proprio perché Palombo, d’accordo con Sala, la pensa così, mi è ancora meno chiaro perché considerino tanto accettabile scendere a patti (leggo i numeri) con molti dei più forti rappresentanti di quella coalizione tanto ‘abominevole’. Rimosso Iorio, la persona di Iorio, quella cultura e quella traccia politica non la rimuoviamo certo con i voti di Patriciello e di Chieffo, o no? Per settimane si è tentato di sovrapporre il male-Berlusconi al male-Iorio. Salvo poi negare che Michele Iorio non ha fatto apparire mai Berlusconi nella sua campagna elettorale. Quindi, che devo pensare? Che chi se ne era liberato, prima, molto prima degli eventi odierni, andava arginato, contrastato?
La richiesta di verifiche, legittima, di fatto sta trascinando la proclamazione fino a farla coincidere con la eventuale caduta del Governo Berlusconi. A quel punto, indipendentemente dall’esito dei controlli elettorali, si chiederà il confino per Michele Iorio, per acclamazione popolare? Più spicciola di così, la ‘Democrazia secondo me medesimo e basta’ non potrebbe essere! Si chiederà l’intervento dell’ONU per abbattere il ‘dittatore’ del Molise, facendo ammuina su facebook? E da quando ci inventiamo i nemici e i despoti a seconda se ci sono simpatici o meno? Ma, soprattutto, da quando se non sei d’accordo devi essere delegittimato, schernito, offeso e accusato di sottomissione clientelare? Siamo in dittatura e non me ne ero accorta. Finchè c’era Lui..(Iorio) potevo scrivere quello che volevo e ora, con le brigate di Liberazione nazionale, devo espatriare? Nnamo bene!
Per me, non è in discussione la legge. Se Iorio non avesse vinto, ok. Ma se invece ha vinto, malgrado questo accerchiamento anomalo, è debole o è forte? E chi ha tentato di accerchiarlo, è coalizione alternativa o è solo cospirativa? Se puntiamo ad abbattere le persone significa che non è il sistema in discussione. Delle due, l’una: o sono importanti le persone, tant’è, Iorio deve essere accerchiato, oppure contano i programmi e le idealità generali. Se contano le persone, perché dovrei fidarmi di chi, di fatto, mi ha dato i suoi voti con tanta generosità dall’altra parte della barricata?Questa è la mia domanda, da settimane, ma nessuno risponde.
Tanto per capirci..premesse, presupposti e preconcetti
http://www.infiltrato.it/notizie/molise/leditoriale-una-dittatura-morente
https://www.facebook.com/note.php?saved&¬e_id=10150365633585825#!/note.php?note_id=10150361392490825
Echi antichi
http://www.primapaginamolise.it/detail.php?news_ID=22207
E la Sinistra, come Socrate, ebbe la sua sentenza di morte:
I pozzi, Pasquà, sono già avvelenati. Li hai avvelenati anche tu, e non solo per le chiacchiere dei giornali, che in fondo, incidono molto poco nell’economia reale dei voti. Li hai avvelenati condividendo e fomentando una usurpazione violenta come una bomba ma fugace, ‘di passata’, come diresti tu. Dopo questa mistificazione di finti alternativi il danno sociale che rimarrà sarà peggiore di quello che, sempre come dici tu, ha lasciato Iorio. Ciò che tu stati facendo è un colpo di coda, velenosissima, del più tracotante berlusconismo, quello di Ferrara e di Feltri. In fondo, la differenza tra la sinistra e la destra è semplice: per me tu hai diritto di dire e di fare. Per te io ho bisogno di patenti. Lo so, lo so, non ce l’avevi con me. Lo so bene. Ma questa è un’altra differenza fra destra e sinistra: io mi prendo le colpe, condivido le responsabilità per istinto. Persino le tue. Tu le colpe le sputi come se masticassi tabacco, senza sentirne il peso. Perchè stai riempiendo di veleno acqua non tua. Questa comunicazione furibonda marchiata di sinistra a fuoco e fiamme, e in tutta fretta, ha disossato il corpo della sinistra, la mia. Vedo la macchia orrida di ciò che ne resta e vi vedo tutti eccitati e strafottenti festeggiarne l’umiliazione. Ne sono terrorizzata. Potevamo sconfiggere Michele Iorio e governare il Molise. Senza blasfemi cecchinaggi, ma dando voce alla volontà della gente. E invece si voleva solo strozzare il Molise con una nuova era ioriana, più giovane e più famelica. Lo capirai quando, ancora una volta, vedrai molecole aggregarsi attorno a te, senza di te. Sento l’impazienza con cui scrivi, lo slancio vendicativo; ma questa, Pasquà, non è una faccenda tra Iorio, te, me, e qualcun altro. Qui si trattava di governare una regione, non di fare a botte tra noi. A chi importa? Solo a me? Bersani spera ancora nei numeri, nella frazione, nella somma che gli consenta di sopravvivere per inedia e non vede che la gente quei numeri li moltiplicherebbe con la propria volontà e la dignità calpestata. Basterebbe che ne avesse la possibilità. Tu sei complice, in Molise, di un esproprio: stai fingendo che Iorio sia il nemico assoluto e che l’unica soluzione sia rimuoverlo. Io credo che nessuna buona scelta derivi da un così pessimo presupposto. E non condividerò mai le guerre di secessione, di nessuno. Soprattutto perchè tu, proprio tu, le racconti con baldanza come guerre di liberazione, di sinistra e di popolo. Non lo sono e non sei autorizzato a farlo, in nome di quel Popolo
Tintarella riceve
E IORIO ORDINO’ AL MOLISE DI CRESCERE!
(sottotitolo: se tutto va come deve andare)
L’ingegnere assessore l’aveva detto: “ ….. se tutto va come deve andare, la settimana prossima Iorio riporterà oltre un miliardo di euro! Poi, voglio vedere dove si andranno a nascondere quelli intenti a “ciacolare” (sic!), mentre noi lavoriamo …. “
E’ andata come doveva andare. Il formidabile turbo-ingegnere aveva ragione: arrivano i soldi! Ed è finita la campagna elettorale.
Ma, tentiamo, con fatica, ad elevarci dalle turbo-beghe di quartiere.
Certamente, per il moderno politico molisano o meridionale, al di là della collocazione, fatto puramente contingente, interessa mantenere un livello alto di spesa pubblica poiché essa, rappresentando gran parte del pil, venendo meno, creerebbe disoccupazione, minori investimenti e riduzione dei consumi. Ciò è tanto più valido quanto più ci si trova in prossimità di appuntamenti elettorali.
Proviamo a fare delle considerazioni di natura economica non slegate dalle vicine espe-rienze legate all’utilizzo di risorse pubbliche al fine di promuovere la crescita della nano-regione adriatica.
Ci dispiace per i turbo-ingegneri, ma, l’effetto della enorme spesa pubblica degli ultimi anni, non è stato affatto la crescita, anche se, come da manuale dell’economia, avrebbero dovuto generare, almeno nel breve periodo, + reddito, + consumi, + investimenti , + pro- duzione , nostri. Figuriamoci a considerare la spesa in un ottica di lungo periodo, essendo generalmente condiviso che essa porta l’aumento del debito pubblico e della tassazione altrui (ma, sempre meno!).
Ne deriva che, non siamo d’accordo sul peso che l’investimento pubblico ha nel promuovere lo sviluppo di un’area arretrata senza considerare la sua produttività, ovvero, la sua capacità di produrre nel tempo reddito. Si creano artificialmente attività effimere idonee a giustificare nell’immediato lo spreco di risorse causando danni duraturi nel momento in cui queste attività create artificialmente, su base politica, competono con le altre, quelle redditizie. I cittadini scoprono che è molto più facile e redditizio dedicare le proprie energie alla conquista dei “favori”, piuttosto che fare impresa e rischiare in proprio.
Siamo proprio al punto: il risultato dell’immane spesa pubblica profusa nella nano-regione è stato proprio questo: la distruzione dell’imprenditorialità e dello spirito d’iniziativa, le risorse più importanti per favorire sviluppo e crescita economica.
Arrivederci alle prossime elezioni, se andrà come deve andare.Questo è il punto. Ma gli imprenditori ‘veri’ in Molise vengono solo per riconvertire e partire, per smobilitare e ricomprare a due lire. E ciò che resta, è fame e speranza. E la Politica deve sfamare con la speranza. E anche quando rimangono, sono redditizie anche perchè non assumono se non ne hanno bisogno. Alla Politica tocca prendersi la colpa delle cattiverie della matematica, come quando il fratellino dà un pugno alla sorellina e la mamma, per consolarla, le promette un’altra bambola. Meno male, dico io. Meno male. Ma, secondo me, qualche volta vorrebbe anche interlocutori. Non è detto che un cattivo giudizio non sia un buon consiglio. E il tuo è un buon consiglio. Indiscutibile. Continuo però ad essere certa che se invece di ricevere progetti sui parchi dei sorrisi avessero potuto vagliare progetti meno simpatici ma più concreti, li avrebbero accolti con gioia….E comunque, c’è qualcosa di vagamente irrazionale in una analisi seria, ma seria proprio. Un rivolo di epidermica ideologia, come quando un candidato alle primarie alla fine dice..‘perchè mi candido? Perchè quelli mi stanno un po’ antipatici’
di Rita Iacobucci
Estratto di un discorso tenuto da Gaspari il 12 luglio scorso al consiglio regionale abruzzese, a l’Aquila
Dovunque sono andato ho trovato unità e consenso, perché? Perché non ho mai avuto presente l’interesse personale o di partito, ho avuto anche l’amicizia e la stima dei miei collaboratori, lo ha ricordato l’altra sera anche il nuovo Presidente della Corte Costituzionale Alfonso Quaranta, che ha lavorato con me per oltre venti anni come capo di gabinetto, ha ricordato che non vi è stata mai da parte mia una posizione personale o di partito, abbiamo sempre guardato all’interesse dell’Italia, questo mi ha portato la fortuna politica, mi ha portato anche la gioia di servire il mio paese con tutta la mia anima, con tutte le capacità della mia intelligenza, del mio fare.
Io mi auguro che questo sentimento torni ad essere preminente nel mondo politico italiano, l’Italia possa riprendere il suo sviluppo perché ne hanno tanto bisogno i nostri ragazzi, che sono il futuro, l’avvenire della nostra fatica.
A voi cari conterranei, io sono legato da un filo profondo di solidarietà, di amicizia di affetto, voi siete la mia Regione, siete quello che io ho amato per tutta la mia vita, coltivatela questa Regione, amatela con i miei stessi sentimenti, perché infondo quando voi sarete alla fine della vostra vita come oggi sono io, ricorderete soprattutto e soltanto quello che avete fatto per la vostra terra e l’amore che vi lega a coloro che ci seguiranno.

di Rita Iacobucci
Vent’anni dopo la strage di via D’Amelio – nel 2012 – potrebbero essere abbastanza per scoprire la verità. Nelle carte della procura di Caltanissetta sta prendendo forma quella peggiore, la più difficile da accettare. E fra un anno sarà completamente nota a tutti.
Semplice e fulminante: lo Stato stava trattando con la mafia, Paolo Borsellino lo scoprì, si mise di traverso. Morì disintegrato insieme alla scorta, ucciso da un’auto imbottita di tritolo e parcheggiata sotto casa della madre. L’ombra del sospetto si allunga sulla Squadra Mobile di Arnaldo La Barbera. Alcuni dei suoi uomini sono indagati per il depistaggio dell’inchiesta sulla strage.
Ora, a diciannove anni dalla morte del magistrato che si sacrificò allo Stato, prima che i sospetti divengano una verità che fa troppo male accettare, Paolo Borsellino è corretto ricordarlo com’era. Con due passaggi messi insieme nello speciale da Corriere.it. Gli ultimi pezzi di vita di un uomo onesto.
Domenica 28 giugno 1992
Salvo Andò avverte Borsellino che la mafia vuole ucciderlo • A Fiumicino, Borsellino con la moglie Agnese e Liliana Ferraro aspetta di imbarcarsi per Palermo nella saletta vip. Ad un tratto, arriva il ministro della difesa Salvo Andò, socialista, che lo saluta, gli si avvicina e gli dice che deve parlargli. Borsellino si allontana e si apparta con Andò, che subito gli racconta preoccupato dell’informativa del Ros, stavolta spedita alla procura di Palermo, che li indica entrambi come possibili bersagli di un attentato mafioso. Un terzo obiettivo indicato dal Ros è il pm di Milano Antonio Di Pietro. Andò gli chiede informazioni ulteriori, pareri, consigli. Borsellino impallidisce, poi va su tutte le furie: non ne sa nulla. È persino imbarazzato, ma deve confessare ad Andò di essere totalmente all’oscuro dell’informativa. Il procuratore Pietro Giammanco, destinatario ufficiale della nota riservata del Ros, non gli ha comunicato niente. [Lo Bianco-Rizza 2009]
Martedì 30 giugno 1992
Intervista al Tg5
“Io ho sempre accettato rischio del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla certezza che tutto questo può costarci caro”
I lupi dormono tranquilli perchè a sinistra si parla molto di tutte le grandi cose che fanno caciara ma senza mai intercettare, neppure di sforo, la gente abbandonata a se stessa. Negli ospedali con le tac rotte e con gli ecografi spariti, nelle fabbriche sostenute dai piani anti crisi ma che fanno firmare fogli in bianco agli operai. Se rifiuti, vai a casa. E’ la crisi, bellezza. Oggi la giustificazione dello sfruttamento è la crisi, ieri era la povertà, domani sarà la fame, riveduta e corretta? Che le aziende siano in difficoltà è un fatto e la retorica della lotta dura che non ci fa paura non ha risolto mai nulla. Ma in Molise c’è un dato, che è ‘un signor problema’ di una regione piccola e giovane e già piegata. La ‘gavetta’ che è giusto far fare ai giovani, perchè forma, perchè tempra, qui non ha alcuna utilità. Se lavori senza soldi e senza contributi ma pieno di volontà non servirà ad essere selezionato quando bisognerà scegliere fra i bravi. Il lavoro non è un percorso evolutivo, costruttivo, è solo un passaggio occasionale e temporaneo, che non forma nessuno. Lo sanno i giovani infermieri precari, lo sanno gli operai, lo sanno quelli a cui la continuità darebbe esperienza vera, fondamentale se si tratta di mestieri che solo sull’esperienza fondano la sicurezza.
……
E se i ragazzi si misurano con un far west incontrollato, i loro predecessori sono invece incollati ai posti di lavoro da contratti blindati, anacronistici. La precarietà per diventare bravi sarebbe una manna, nel mondo dei burocrati incapaci. Invece è diventata solo un baratro che allontana sempre di più i privilegiati senza qualità dai giovani alla loro prima epserienza, protratta all’infinito.
………
Da sinistra, sento parlare di sanità del territorio in cambio degli ospedali, ‘così democristiani e antichi’ e mi figuro, come Giacomo Leopardi quando guardava la sua siepe, affollati e fumosi spazi in cui si può solo dirottare i malati verso gli studi privati dei medici. Nulla di nuovo, insomma. Torneremmo soltanto dove eravamo vent’anni fa, prima della riforma Bindi. Dopo quella riforma, e lo ribadisco, un po’ di civiltà nella sanità l’abbiamo conosciuta. Per gli operai è molto più dura. Oggi una giovane mamma mi ha raccontato di buste paga firmate in bianco, di tredicesime che non c’erano ma che che lei ha attestato e a cui ha rinunciato per non perdere il lavoro. Poi il lavoro l’ha perso lo stesso. Ma non è una gavetta, non è un percorso in crescendo da cui si selezionano professionalità sempre più competitive. No. E’ solo una corda tesa su cui attraversare il fiume. Cade uno, arriva un altro. Nessuno deve essere bravo, preparato, esperto. Basta che sia sottomesso e costi poco. Tanto è sostituibile da chiunque. Questo è un ‘tema’ della sinistra. Ma a sinistra l’emergenza è solo che i ‘temi’ siano utili a dire che la maggioranza è inefficace. Io trovo inquietante che una mamma di due figli licenziata perchè ha accettato di rinunciare a così tanti diritti da non poter più sostenere quel lavoro si rivolga a me dicendo: “Un altro figlio di mamma avrà almeno la possibilità di sopravvivere per qualche mese. E il ‘posto’ l’ho dovuto cedere io“

Dalla Befana a Capodanno: Ida e Paolo come Totò e Peppino
Prova di talento applauditissima per lo spettacolo del Coro di San Giuseppe
La Voce del Molise, 18 Gennaio 2011
Strepitosamente bravi! Ida e Paolo, nei panni ‘ingombranti’ di Tittina e Leo, fanno morire dal ridere. Gli abiti intralciano i movimenti e danno ai personaggi quella goffaggine studiata che trasforma ogni gesto in commedia dell’arte. Paolo Mancino improvvisa, sbaraglia il copione e segue l’inesauribile risorsa del suo istinto. Il corpo gli obbedisce e si adatta al personaggio tanto da farlo sembrare davvero un anziano un po’ stordito e pieno di acciacchi. La gamba si irrigidisce e lui lamenta una sciatalgia che fa scoppiare la risata generale. L’aveva capito bene Angela Tanga quando lo volle nel ruolo di Luciariello. Fu la sua prima volta sul palco e fu un clamoroso successo. Confermato, ora, da questa nuova prova di talento. Dalla Befana a Capodanno ha di nuovo sbancato. Malgrado l’acustica dell’Auditorium della Scuola Media non sia eccellente, la gente era in fila e rideva di gusto. Paolo, seduto su una panchina insieme a Ida, in una sorta di Aspettando Godot sammartinese, ricorda il passato con la sua amica Ida/Tittina. Lui vola, letteralmente, lasciando il copione a terra e planando sulla sua genuina creatività. Ida Mazzocchetti è brava come certe spalle storiche dei grandi attori e non perde mai i tempi comici di Paolo; sembrano Totò e Peppino; Ida, che gli è dietro, battuta su battuta, ha a sua volta una vis comica strabiliante. Tira fuori un fazzoletto assurdo dall’improbabile scollatura e la gag diventa gigantesca: lei si asciuga le lacrime, lui le toglie il fazzoletto e fa lo stesso, rimettendolo nella scollatura. Deliziosi, surreali, ironici. Involontariamente, inventano una parodia folle della Rosa purpurea del Cairo: “Ma Pasqualino Colabella, è morto? Nooo,vedi dov’è…” E Pasqualino, grazieaddio vivo e vegeto, è seduto tra il pubblico e ride a crepapelle. Da Beckett a Woody Allen, passando per la Porticuna e per Mezzaterre. Il Coro di San Giuseppe intona canzoni note e sottolinea ogni sfumatura della memoria con le parole e la musica. Le immagini di Silvestro, il cantastorie cieco che scriveva ballate popolari di ogni piccola storia paesana. La Carrese, San Biagio, il dopoguerra dei poveri e gli anni ’60 degli emigranti che tornavano vestiti da ricchi. La borsetta lucida di Tittina pesa, sulle gambe di una ragazza che ha camminato, che è arrivata lontano spinta dalla povertà ma che guarda indietro senza orrore. Ha trasformato il ricordo in amore, l’emigrazione in viaggio e testardamente, è tornata a guardare, ancora una volta, le stradine che portavano a casa sua. Paolo la guida, rievocando i nomi e i fatti. Ma oltre la storia, pregiata, ci sono gli attori. Due veri geni: audaci, incontenibili; guizzi di intelligenza nella brezza dolce della nostra storia
di Peppino Zio
La meglio gioventù
“La meglio gioventù”
“La meglio gioventù”
Prima del film famoso, “La Meglio Gioventù”, di qualche tempo fa, di Marco Tullio Giordana, che ha descritto i giovani di una generazione passata alla nostra dell’Italia intera, un poeta e medico di San Martino, quel Domenico Sassi, al quale dovremmo essere tutti grati per aver cantato le nostre tradizioni e la nostra identità sammartinese, con delle poesie straordinarie, scrisse un canto per il nostro paese, in cui esalta “’a meje geventù de Sande Martine”. E, fortunatamente, questo paese, in ogni generazione, ha sempre dimostrato una grande capacità di rigenerarsi, di fare qualcosa di nuovo, tenendo i piedi ben fermi su ciò che le generazioni precedenti avevano fatto. E, ogni tanto, ci sono dei momenti eclatanti che danno il segno tangibile di ciò! Così sta succedendo con il coro di San Giuseppe, nato dall’amicizia e dalla sensibilità di alcune persone, affiatate tra di loro, che hanno saputo coagulare, attorno ad un progetto di solidarietà con i più deboli del mondo, quelli in cura dalle sorelle di Madre Teresa di Calcutta, una realtà che piano piano si è consolidata anche con nuovi apporti. Questo Coro, e in primis Ida Mazzocchetti e Paolo Mancino, hanno scommesso sulla nostra cultura e sulla nostra memoria più atavica e popolare, regalandoci uno spettacolo che rievoca canti. modi dire, personaggi e luoghi che appartengono a San Martino ma che spesso non ci sono più o sono stati trasformati. L’operazione poteva sembrare scontata e in qualche modo agiografica, ma non è così: lo spettacolo che ci hanno regalato, già dall’estate scorsa e nei due appuntamenti delle festività natalizie, è stato straordinario e pieno di verve,di gags e di gestualità che ci hanno posto davanti ad uno specchio. E il pubblico si è talmente ritrovato nell’ironia e nell’autoironia dei canti e dei dialoghi, magistralmente interpretati, che ha gradito tantissimo e si è divertito molto, ricordando ciò che era in noi, nella soffitta della nostra memoria, sotto coltri di polvere e di lenzuola che, appena scoperti, in queste occasioni, ci fanno gridare con stupore: “Ah! C’è questa cosa! L’avevo quasi dimenticata!” Lo spettacolo racconta un mistero: quello della funzione di collante che certi riti e certe tradizioni hanno per una comunità, al di là del grado di religiosità o di laicità che ognuno di noi ha. La forza delle tradizioni sta nel cadenzare il tempo e le stagioni, sia di un anno che della vita intera, per uscire dall’ordinario della vita quotidiana e incontrare la straordinarietà della festa, che diventa memoria, ironia, capacità di stare insieme. E i sammartinesi, con il loro temperamento gentile e ospitale, sanno da sempre stare insieme. E con ironia, e leggerezza calviniana, lo spettacolo ci invita anche a guardarci dentro e capire se la libertà edonistica ”di giuvene de mò che vanne solo currénne” non sia l’esatto contrario di ciò che esige il dipanarsi armonico delle dinamiche di una società e di una comunità sane. Rispetto a questa libertà che si è trasformata in consumismo, edonismo e individualismo, torri nelle quali ognuno di noi si è chiuso, questo spettacolo, con il sorriso, ci fa pensare. Ma lo fa con leggerezza! Lo spettacolo, infatti è godibilissimo e fa entrare talmente in empatia chi recita e chi ascolta che sembra ad un certo punto un tutt’uno. Ida e Paolo hanno saputo coinvolgere e ricordare non solo la gente passata ma anche alcune persone presenti alla rappresentazione e ciò ha reso lo spettacolo perfetto. Diceva un grande scrittore che la poesia e l’arte non è se essa rimane su un foglio ma lo diventa quando trova orecchie e anime ad ascoltare, quando fa entrare in simbiosi chi la recita e chi ascolta. Del resto, nel teatro di Shakespeare succedeva lo stesso e la gente addirittura assisteva stando in piedi ad ascoltare, partecipando o rumoreggiando a seconda di come veniva percepita la storia o la recitazione. I sammartinesi devono essere grati al Coro di San Giuseppe per ciò che ci ha regalato in termini di emozioni e di memoria. La loro opera non è da meno del recupero di una piazza o di un luogo del nostro paese, come sta facendo l’Amministrazione comunale, o del recupero della nostra memoria storica, come stanno facendo alcuni appassionati della nostra storia e della nostra identità. Questo momento di spettacolo, apparentemente frizzante e leggero, si colloca a pieno titolo in questa “primavera sammartinese” dove si sta scommettendo su un futuro più vivibile e civile, ma ben piantato in una storia nobilissima e bellissima! Io spero che, come gli amministratori di questo nostro comune, o i raccoglitori di storia, o altre associazioni meritevoli, anche il Coro San Giuseppe continui su questa strada, facendo opera di solidarietà per i più deboli e per noi stessi!
Primapaginamolise.it, 3 Agosto 2010
Speciale Natalate in casa Cupiello
Appuntamento da non perdere nell’Auditorium della scuola media di San Martino in Pensilis, il 15 gennaio alle 18.00

Nel Convento di Gesù e Maria, lo scorso Dicembre, c’erano più di duecento persone. Erano arrivate all’appuntamento con il Teatro e sapevano di trovarlo. Lo spettacolo: ‘Dalla Befana a Capodanno’, ha la sceneggiatura appassionata di Ida Mazzocchetti che recita il ruolo di Tittina. Seduto vicino a lei, compagno stancato dalla fatica ma irriverente come la bora delle primavere sammartinesi, c’è Leo, Paolo Mancino. Lo conosciamo bene. Fu uno straordinario, inimitabile Eduardo in Natale in Casa Cupiello in dialetto sammartinese. Fu talmente bravo che da allora lo chiamiamo: Lucariè. Lui sorride e gli basta un attimo per rientrare nella giacca da letto di Eduardo: si piega, le dita diventano nodose, da vecchio, e la voce roca riporta in vita De Filippo. Ride, Paolo, e non si accorge quanto sia incredibile la facilità con cui compie quella metamorfosi. Ida, come lui, è nata per modellare espressioni sulla sua faccia buffa e fa il giocololiere con la voce, con la mimica. Ha recitato nella Casa di Bernarda Alba, di Ugo Ciarfeo, e da allora il teatro è diventato un indispensabile e serissimo gioco. Ma non le bastava. Voleva, soprattutto, difendere la bellezza della nostra ironia, le parole che sanno dire cose sensate grazie a millenni di silenzi. Ha messo insieme tutti gli indizi, gli attimi di poesia che svolazzano nel vento delle generazioni e ne ha fatto un’opera teatrale. Dalla Befana a Capodanno è il vademecum della lingua sammartinese. La musica è il soffio vitale con cui animare le storie, con le canzoni, le fialstrocche cantate dal Coro di San Giuseppe. Al centro della scena, Leo e Tittina sono memoria vivente di ciò che sappiamo e non vogliamo perdere. Si ride molto, già solo a guardarli. Lui sembra anziano davvero, lento, appoggiato al bastone che usa anche per spiegare meglio i concetti importanti; lei, in collo di volpe e borsetta da pettegola, è persino temibile e ci si aspetta che la lingua affilata dica cose pericolose. Il prossimo appuntamento è nell’Auditorium della scuola media di San Martino in Pensilis, il 15 gennaio alle 18.00. Le voci e i musicisti del Coro di San Giuseppe: Maria Teresa Primiano, Nicoletta Ciota, Nicoletta Paolucci, Giovanna Sassano, Angela Inforzato, Isabella Condurso, Luciano Primiano, Lino Musacchio, Raffaele Ceglia, Leo Caterino, Giancarlo Graziaplena, con la regia musicale di Fabio Iacobucci, stanno già allestendo il palco. Lo Studio fotografico Kerem preparerà un dvd della rappresentazione, richiestissima da molti sammartinesi all’estero che vorrebbero vederla, almeno attraverso il video. Intanto i ragazzi lavorano, montano la scena. Le voci femminili studiano la disposizione degli strumenti, gli uomini eseguono pazientemente le direttive. Cappelli e sciarpe strette al collo, Raffaele, Lino e Luciano scavalcano chitarre e tamburi per muoversi nella jungla del palco ancora in disordine. Leo Caterino li precede, sale sulla scala e mette in pratica un’idea, dando lezioni di concretezza agli ideologhi che a terra guardano il palco perplessi. Smonta le pareti di legno come cogliesse fiori, con due dita e senza perdersi in chiacchiere. Gli altri corrono ad aiutarlo. E nello spazio grigio dell’Auditorium prende forma il piacere di creare cose belle, per il gusto, irrinunciabile, di stare insieme. Il 15 Gennaio si riaccenderanno le luci sulla panchina di Paolo e Ida. E si riderà ancora.
Io volevo essere comunista, sono comunista, ma, come Ennio Flaiano, non me lo posso permettere. Quando tutti parlavano e D’Alema taceva, io sapevo che aveva ragione lui. Ma qualche giorno fa, su Rai Tre, ho visto Ballarò. Si parlava di riforme e di giovani. C’erano la Gelmini e Cota per l’altare azzurro di Silvio Re. E c’erano Di Pietro e la Finocchiaro, ciascuno per il proprio altarino. Mi è venuto da piangere, confesso. Avevo di fronte la Finocchiaro e la Gelmini e non riuscivo a stare dalla parte della Finocchiaro, proprio non ci riuscivo. Qualche anno fa l’avrei adorata. Perchè mi hanno rovinato la testa? Perchè mi hanno tolto il gusto della rivoluzione e della cioccolata equa e solidale? Perchè il ministro Gelmini diceva una cosa seria ma fastidiosa: Se alzo il livello dell’Università rendo più forti i laureati, li rendo inattaccabili dal mercato del lavoro, dal clientelismo, dalla barbarie della mediocrità elevata a garanzia sociale. Faceva anche un esempio: “Piantiamola con le menate e le lauree in scienze della comunicazione che non servono al mercato e illudono centinaia di ragazzi”. Sono scoppiata a ridere. La Finocchiaro, che come tutti noi di sinistra, non ha più il senso dell’umorismo, snocciolava i dati dei ragazzetti che non sanno leggere, come fosse un problema del governo Berlusconi e non di anni di populismo e di finto socialismo. Fintissimo. L’Università è una cosa seria se serve a qualificare le persone, a renderle privilegiate in partenza nel mercato del lavoro. Un medico di cinquant’anni fa non aveva neppure un decimo delle conoscenze scientifiche che ha oggi un neo dottore. E uccideva, persino, in nome della scienza, i poveri pazienti inconsapevoli, sicuramente più spesso di quanto facciano oggi. Eppure, socialmente era rispettabile, anche se era nato povero, perchè lo studio, di per sè, bastava a stabilire una qualità, presumeva una conoscenza che altri non avevano. Socialismo è annullare le differenze di partenza e allevare uomini autonomi, non ‘tutti uguali e livellati verso il basso’. L’Università deve essere un diritto per tutti ma un diritto è una conquista che non si spreca, altrimenti si annulla l’utilità. Se i laureati non sanno scrivere, non sanno leggere, non sanno quello che dovrebbero sapere, la laurea non vale nulla e il mercato del lavoro è spietato. Diritto non è diritto di laurea, ma diritto di accedervi anche se si è nati poveri. Diritto di essere privilegiati per la propria ‘sapienza’ anche se partiamo da condizioni di vita svantaggiate. Certo, se la selezione la compiono rettori genitori, docenti cugini, zii e parenti tutti, la gente percepisce già la parola con allarme. Ma il concetto è giusto e a sinistra ci si insinua con trita e nebulosa prigrizia. La Finocchiaro si guardava bene dal dire che la qualità di una specializzazione dipende molto dalla chiarezza del percorso con cui vi si accede, dalla trasparenza vera. E non ha detto neppure quanto tempo impiega, per esempio, un giovane medico, per superare un esame di specializzazione se non ha aiuti di alcun tipo. Le caste che tanto turbano i nemici di Silvio, cominciano da lì. Ma si parlava solo di quindicenni che non sanno scrivere perchè alla scuola pubblica mancano i fondi. Forse gli adolescenti non sanno scrivere perchè alla scuola pubblica si è compiuta, negli ultimi trent’anni, un’iniquità mascherata da giustizia e chiunque ha potuto accedere all’insegnamento, senza alcun reale filtro preventivo. La cultura, d’altronde, o l’idoneità all’insegnamento, non sono esaminabili per concorso. L’unica, è agire a monte, durante gli anni dell’Università. Ho amici che raccontano bocciature sonore alla facoltà di architettura per non aver superato un test di lingua italiana. Che c’azzecca? E’ indizio di una regola fondativa della formazione universitaria: sei portatore di conoscenza e devi saperla anche diffondere. Di Pietro, che è intelligente, non si è imbarcato nella crociata ideologica dei poveri contro i ricchi e ha parlato dei processi di Berlusconi e delle cose che sa. Ha dimostrato, a suo modo, che la ‘conoscenza del tema’, anche quando è promozione di sè, rende competitivi. Vorrei sentire qualcuno che parla dei giovani senza fare catechesi del giovanismo e vorrei che qualcuno avesse il coraggio, anche a sinistra, di scendere dalle tigri e affrontarle.
A pochi mesi dalle elezioni c’è uno strano affanno da parte dei componenti del consiglio regionale, compresi gli assessori in Giunta. Si susseguono comunicati e interviste di sperticata ‘immutata’ fiducia nei confronti del presidente Iorio..ma.. C’è sempre un piccolo neo, un pregiudizio, salvo il quale il presidente resta nei loro cuori.
Innanzitutto, gli assessori senza macchia e senza pesi sono quasi tutti scontenti di come il governo regionale abbia dilapidato i fondi pubblici e trascurato le istanze, le attese, la fiducia e bla bla e rivendicano a pieni polmoni l’appartenenza al popolo sovrano degli elettori contro ‘quell’altro’. La colpa è sempre di un altro. L’unico assessore del Molise, sembra, sia Gianfranco Vitagliano. Nel senso che gli errori sono tutti suoi, le responsabilità tutte sue, i danni li ha fatti tutti lui. A fronte di ciò, di fatto, è l’unico poverello rimasto a dover addomesticare il lupo dei conti inimicandosi i contadi.
L’ultima botta d’orgoglio popolare, in ordine cronologico, viene da Salvatore Muccilli, neo assessore di Campitello. “Rinnovo la mia stima a Michele Iorio, sempre, ma Vitagliano ha fatto un disastro“. Le polemiche della neve mancata lo hanno indotto a puntare i cannoni su Gianfry, seppellendolo sotto una coltre nevosa di “è tutta colpa tua”. In realtà, si tratta di cose più serie. La società che gestisce la funivia avrebbe potuto procedere ai collaudi per tempo, i fondi si sarebbero dovuti spendere meglio, la neve avrebbe dovuto essere più bianca e immacolata per piacere ai turisti oltre l’appennino del Molise. Quando i soldi mancano, ci sono assessori responsabili, istituzionalmente e giuridicamente responsabili, e assessori finchè si scioglie la neve. Muccilli, e ha ragione, sente il fiato della gente, la ‘sua gente’ e si difende. Vitagliano, che sembra furbo e non lo è, avrà scelto di fare l’assessore vero e mò si piglia le palle di neve. Chi rimane a tener accesi i camini, quando fuori nevica, e non si lancia in sciate per provocare valanghe, o è Iorio, egli medesimo, o è uno che l’assessore lo fa, con i pro e con i contro, nel governo in cui è stato eletto. Se ci prende, è merito del governo regionale, se sbaglia, non può dare nemmeno la colpa a Vitagliano. In pratica, fa quello che deve fare un assessore.
Io a Vitagliano non voglio tanto bene. E’ troppo slanciato, ha le gambe lunghe come un giocatore di basket americano e non mi piace nemmeno come cammina. Ma Iorio è amico mio, suo malgrado, e sono piuttosto preoccupata in questi giorni. Siccome sono comunista, (nel senso che non mi piacciono le comunelle ma preferisco le comunanze, la programmazione vera, la Politica, a lunghissimo raggio) mi è particolarmente caro l’ermo colle di Michele Iorio. Un nome comune di democristiano che capisce. Vorrei trovare qualcuno altrettanto solido per dimostrare che la Politica è viva e marcia con noi, ma dov’è? Fino a quel momento, difenderò il patrimonio genetico di quella specie in via di estinzione.
Mi chiedo perchè si entri in una Giunta che ha provocato un disastro e si pensa di risolverlo, a pochi mesi dalle elezioni, dando tutta la colpa a uno solo. Se ce l’ha, questo governo non se la cava con lo scaricabarile dei minuti di recupero. I disastri, se sono veri, non sono mai così semplici da risolvere. Se sono falsi, c’è il sospetto che li si utilizzi a mò di cannoni da neve, per fare atmosfera. E tutta questa stima immutata per Iorio mi sembra esagerata. La sequenza programmata di palle di neve contro Vitagliano, con immediata e sincera comprensione per Iorio, mi fa pensare ad una barzelletta sammartinese. Tre pie donne piangevano sotto la croce: Gesù, che ti hanno fatto, gesù, tu che sei santo…Se potessi, dice la prima, ti toglierei il chiodo della mano destra. La seconda donna, interviene: “Gesù, tu che sei santo, allora io ti toglierei il chiodo della mano sinistra. La terza donna: Gesù, tu sei santo, tu solo, se non fosse per quei chiodi. Io vorrei toglierti anche quello dei piedi….Gesù, dall’alto, braccia aperte e testa china, le guarda e dice: “Ma vedi queste tre zoccole, mò mi devono far cadere dalla croce!”
Io, dal campo nomadi dei comunisti antipatici, rinnovo la mia diffidenza per Vitagliano, chiodo fisso dei colleghi di maggioranza. Ma spero che rimanga ben piantato. Gesù gesù…
Riferimenti
http://www.repubblica.it/scienze/2011/01/04/foto/l_eclissi-10833812/1/
Bello illo maximo, quod Athenienses et Lacedaemonii summa inter se contentione gesserunt, Pericles, et auctoritate et eloquentia et consilio princeps civitatis suae, cum sol defecisset et tenebrae factae essent repente, Atheniensiumque animos summus timor occupavisset, docuisse cives suos dicitur illud certo tempore fieri, cum tota se luna sub orbem subiecisset. Quod cum disputando rationibusque docuisset, populum liberavit metu: erat enim tum haec nova et ignota ratio, solem lunae oppositu solere deficere; quod Thaletem Milesium primum vidisse dicunt….Cicerone
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Ho provato, maldestramente, a riempire dei contenitori d’olio senza sporcare troppo. Ci sono quasi riuscita. L’olio d’oliva è molto altezzoso; scorre senza fretta ma neppure troppo lentamente e non fa rumore. Il mio silenzioso olio prende educatamente posto nel suo contenitore d’acciaio e io lo guardo, imbambolata. Ha un profumo lancinante, come una scelta giusta che non abbiamo fatto. Ed è silenzioso, come quando nevica all’alba e solo per qualche ora puoi vedere la bellezza suprema. L’olio e la neve non fanno rumore ma ne senti il richiamo dolce dell’eternità. Mio padre non era un agricoltore e neppure un gran lavoratore. Da ragazzo vendeva cavalli. Nel senso, che tra un viaggio e l’altro, avendo una passione sfrenata per i Carri, se si imbatteva in un bel esemplare lo comprava. Conosceva bene l’ambiente, compreso quello degli zingari, ‘commercianti di animali’ per predisposizione genetica. Lo aiutava il carattere, la naturale capacità di mediare. Sorrideva ma non rideva quasi mai. Parlava poco e mai a vanvera. Due qualità ideali per districarsi nei rovi dei compratori di animali da corsa. Negli anni ’50 andava in moto fino a Siena solo per vedere il Palio e tornava quasi sempre con un nuovo amico, un nuovo cavallo, un nuovo pasticcio da risolvere. Sgusciare via da una Babele di gente diversa e non sempre agevole da trattare era la sua abilità. Fino a quarant’anni si è concesso una lunga vacanza esplorativa, del mondo e dei mondi che lo popolano. Nel 1963, anno di nascita di mio fratello Nicola, che mio padre chiamava sempre e solo ‘Nicolino’, piantò quasi mille alberi di ulivo. Decise, in cuor suo, che da lì, dal quell’uliveto, sarebbe cominciata la sua vita ‘stabile’. Sembrava un contadino vero, tanto era bravo a far finta di esserlo. L’ultima volta che lo vidi in piedi e in forma cercava un mazzo di chiavi perso in campagna. Fece due volte il giro di tutta l’area; percorse con pazienza, guardando passo dopo passo dove metteva i piedi, tutto il vigneto; poi l’uliveto. Aveva quasi ottant’anni e camminava senza arrendersi. Quando finalmente trovò le sue chiavi si appoggiò ad un ulivo e accese l’ennesima sigaretta. Tirò fuori il fazzoletto bianco dalla tasca della giacca e pulì i persol. Rimise gli occhiali scuri e continuò a fumare, con calma: “Mi dai la tua parola d’onore che vi occuperete di questi terreni”? Risposi senza cura per quel momento che non si sarebbe ripetuto più. Sprecavo sempre i minuti che mi concedeva: “Le parole d’onore le vuoi sempre e solo da me..Per le pretese usi sempre il singolare” Senza scomporsi, mi riservò una delle sue pregiate lezioni di inesorabilità: “Questi ulivi sono nati con Nicolino. Devi occupartene anche dopo di me. Lo faranno se tu ti imponi”. Non me lo stava chiedendo per favore; mi stava ordinando di non tradirlo. Lì c’erano tutti i suoi passi, le orme delle sue scarpe, la fretta, la calma, la delusione, la speranza, i fallimenti e le volte che aveva avuto ragione. Ogni traccia aveva la sua profondità e aveva impresso nella terra l’appartenenza al mondo di mio padre. Il dopo è arrivato quasi subito e non so se saprò davvero mantenere una parola data. L’olio, il mio silenzioso olio, è al sicuro. Ora spero che torni la neve.
Per la Legalità, per la Democrazia…
(Giornalista “La Voce del Molise”) (Giornalista e Scrittore) Autore del libro “Al di là della notte. Storie di vittime innocenti della criminalità” (Pd, componente Commissione Antimafia) |
Su un muro di cinta dell’Anfiteatro romano di Larino c’è una scritta di vernice rossa: IORIO SEI MORTO. Un segno di protesta coraggioso di qualcuno disposto a giocarsi 3000 anni di storia e di bellezza per dire al presidente del Molise una cretinata. Bastava telefonargli o scrivergli una cartolina. La zia di un mio amico dice sempre: piuttosto che cornuto, me lo taglio (chiedo scusa alle signore lettrici). Però quello sfregio sulla pelle, già fragile, dell’Anfiteatro, spiega meravigliosamente cos’è l’ipocrisia di questi tempi senza spina dorsale. Sono tempi in cui basta il pensiero, e tutto è inutilmente simbolico. Scrivo a Michele Iorio oltraggiando un luogo edificato nel I° secolo dopo Cristo, ma poi mi indigno se crolla Pompei, che probabilmente non sono mai andato a vedere. Troppo occupato a combattere contro Iorio, scrivendogli che è morto a distanza.
Iorio non è morto ma c’è da ripulire l’Anfiteatro. Il territorio va difeso; orsù, imbracciamo i secchi di vernice in questa rivoluzione del pennello. Se fossi Iorio gli risponderei: E a te, quando ti ripigliano? La spesa per cancellare la vernice da quella parete sacra, povera patria di una grandezza senza più dignità, sarà un nuovo capitoletto da aggiungere al riordino sanitario: euro 500 per danno muro Anfiteatro romano, sito in Larino. Un cretino lo sporcò credendo d’essere categorico. Non seppero difendere se stessi, provarono ad abbattere l’ultimo capitello di ciò che avevano senza saperlo.
Madonna mia, come siamo potenti, noi molisani! Ci citano sui quotidiani nazionali, siamo nei carteggi extranazionali e siamo finiti pure su wikileaks; se persino Fini ci degna di attenzione evocando a sua volta Edward Luttwak, gran sacerdote (vero) dell’economia e della geopolitica mondiale. I Sanniti sono il vero pericolo, altro che leghisti! Roma non ha dimenticato, e ancora trema pensando a quei quattro pastori irascibili che inflissero ai guerrieri dell’Impero l’umiliazione del giogo. Michele Iorio come Gaio Ponzio Telesino, spauracchio di tutti i conquistatori. I numeri sono una faccenda seria e mostrano verità incontrovertibili: se qualcuno che produce 100 spende 120, ha un debito di 20. Non c’è da discutere. La Politica, però, pur non essendo una scienza esatta, comprende e trattiene in sé più dati oggettivi dell’algebra. Questa moralizzazione dei capi del mondo, di tutti i mondi, anche quelli relativi, mi suona capziosa. E’ la politica fine a se stessa, appunto, che si riempie la bocca di cifre, non avendo nulla da dire. C’è un dubbio che sembra abbia solo io. Non avendo ipocrisie elettorali da usare come assi ad un tavolo da gioco, mi posso permettere di esprimerlo. Sembriamo tutti sul palco de le nozze di Figaro: “Onestissima signora, Or capisco come va, Così fan tutte le belle! Non c’è alcuna novità”. L’era mesozoica dei macigni della burocrazia sulle spalle dei soliti pochi cittadini produttivi è finita. E’ finita per fallimento totale, ed era ora. I carrozzoni di politici, dirigenti dei politici, impiegati grazie ai politici e codazzi vari non hanno più risorse a cui attingere per nutrirsi. L’improduttività di concetto con cui si è miracolosamente retto il sistema economico italiano non è più. Una prece. Ciò che sa di bruciaticcio è che a dirlo, a bocca piena, siano coloro che ne hanno goduto, per decenni. Si accusano indefiniti clientelismi senza mai spiegare dove è confluito il consenso ottenuto mediante la rete capillare dei territori, delle regioni, dei comuni. Ai presidenti delle regioni, ai sindaci resta in mano la scopa, in un ballo in cui c’erano tutti, o no? La moralizzazione è una parola chiara, non la si può interpretare liberamente: il presidente della camera seziona il consenso del centro destra per ritagliare un altro brandello di rappresentatività. Che si ponga fine agli sprechi siamo d’accordo tutti ma che sia soltanto una prospettiva ideologica, che non mette realmente mano ai sistemi, agli ingranaggi di controllo, è una pernacchia; nulla più che questo. Fondiamo diecimila nuovi partiti per affermare, idealmente, per diecimila volte, che non se ne può più, che non esistono più le mezze stagioni e che si stava meglio quando si stava peggio. Nel frattempo, il nucleo del potere è talmente incancrenito che chiunque vi si avvicini si sporca. Ciò che vedo, dall’altra parte dello schermo, è una specie di surreale edificio: l’ingresso centrale è ermeticamente chiuso e tutti salgono sui cornicioni gridando che è chiuso, Ciascuno, dal suo lato della strada, ottiene un po’ di attenzione ma nessuno vuole davvero aprire, semplicemente, quella porta. Trovo insopportabilmente noioso, fra l’altro, questo provincialismo meschino: se ce lo dicono gli americani, i francesi, gli inglesi, siamo perfino felici di essere considerati marioli, inetti, incapaci. Quando gli americani ci impongono le loro guerre, morte al capitalismo delle multinazionali delle armi. Ora, è diventata gente seria. Siamo tornati, oltre che con le pezze ai pantaloni, alla macchietta delle barzellette: c’erano un francese, un russo, un americano e un italiano. E’ assolutamente corretta la somma che l’algebra dà del debito e del danno, ed è drammaticamente vera la sottrazione di servizi, di diritti, di possibilità. Ma non ci hanno tolto qualcosa che avevamo. Ci hanno ulteriormente impedito di averla, a prezzi ragionevoli. Non mi piace che sembri un danno recente. Prima, c’era l’Eden e in 15 anni abbiamo divorato i suoi giardini e i suoi frutti? Io ricordo le file in corridoi d’ospedale zozzissimi, in cui non potevi protestare, perché tanto non ti sentiva nessuno. E mi ricordo anche di quando andavo alle sette del mattino a fare la fila negli uffici pubblici, del tutto inutili, in cui ti si chiedeva di timbrare, tornare indietro, scavalcare due pedine come nel gioco dell’oca. Non diciamo fesserie. Se premia dopo dare addosso al clientelare, perché non premia mai in campagna elettorale? Vi siete mai chiesti perché non si parla mai di ambiente, di gestione di risorse che se si dilapidano non le avremo più: l’aria, il mare, l’ossigeno. Vi siete chiesti perché non si parla seriamente di poteri legittimamente amministrativi e poteri etici, invalicabili, che non si devono demandare a uno qualunque? Vi siete chiesti perché uno eletto perché ha una famiglia numerosa può decidere se in un territorio saranno edificate case, stabilimenti balneari o centrali nucleari, come fosse questione di gusti? Ma se spariamo il mortaretto dei soldi sprecati, l’ideologia arriva come il fumo e il popolo è appagato.
Rita Iacobucci
PrimoPianoMolise, 3 Dicembre 2010

CAMPOBASSO. Saranno Alberto Brandone e Marzio Capra, docenti dell’Istituto di medicina legale di Milano, a cercare le tracce del Dna di Lea Garofalo nel magazzino di San Fruttuoso, vicino Monza, dove secondo i pm del capoluogo lombardo su ordine dell’ex marito della donna Carlo Cosco, i fratelli Vito e Sergio e altri quattro complici la giustiziarono nella notte fra il 24 e il 25 novembre del 2009, facendo sparire i suoi resti sciogliendone il corpo nell’acido.
Cercheranno anche nel furgone, che secondo gli inquirenti, servì per trasportare la collaboratrice dal centro della città al luogo dell’omicidio e in un appartamento nella disponibilità dei Cosco. Le operazioni, con tanto di estrazioni molecolari, prenderanno il via il prossimo 10 dicembre. L’incarico è stato conferito ai consulenti dal gip di Milano durante l’incidente probatorio che si è svolto due giorni fa.
Intanto, la collaboratrice di giustizia che non accettava di essere tale – si riteneva infatti una ‘semplice’ testimone di giustizia, dato che non aveva nessun conto da saldare con lo Stato – continua a parlare alle coscienze attraverso il memoriale che aveva consegnato all’indirizzo di un quotidiano nazionale, mai pubblicato prima dell’esclusiva realizzata dal Quotidiano della Calabria. Avrebbe dovuto arrivare al Capo dello stato, nelle intenzioni di Lea, attraverso colonne prestigiose e autorevoli. Ma il suo appello disperato è rimasto invece per due anni in un cassetto.
“Le autorità la conoscevano, lei con quella lettera chiedeva tragicamente aiuto”, commenta l’avvocato Roberto D’Ippolito che ha assunto da qualche giorno la difesa della sorella Marisa e della mamma di Lea, Santa Miletta. La lettera di Lea fu un ultimo tentativo di uscire da un destino segnato. Figlia e sorella dei capi delle ‘ndrine di Petilia Policastro, cercò con le sue dichiarazioni ai magistrati di fare giustizia e di far arrestare i responsabili di brutali assassini e del traffico di droga nella zona Baiamonti a Milano. Ma non sfociarono mai in nessun provvedimento giudiziario. Accusò il suo ex marito, padre di sua figlia Denise, e i fratelli di lui. Secondo i magistrati sono loro ad averla eliminata. In molti accusano: nel disinteresse delle istituzioni, che, pure, avevano ben presente il pericolo immanente e gravissimo in cui viveva.
30 Novembre 2010
La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica: il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 9.05 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente, Silvio Berlusconi,
Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.
Il Consiglio ha approvato un ulteriore tassello del federalismo fiscale introdotto dalla legge n.42 del 2009; si tratta di uno schema di decreto legislativo che dà attuazione al criterio di base sancito dalla legge stessa: la richiesta di responsabilizzazione e trasparenza del governo delle autonomie territoriali. Il provvedimento introduce pertanto meccanismi premiali e sanzionatori per Regioni, Province e Comuni che culminano nel cosiddetto “inventario” di fine legislatura, per le Regioni, e di fine mandato per Comuni e Provincie: una dichiarazione certificata, vero e proprio strumento pubblico di rendicontazione da parte del Presidente di Regione, del Presidente di Provincia e del Sindaco, capace di attivare quel controllo democratico sancito dalla legge, informando i cittadini sullo stato di salute degli enti (a partire dalla spesa sanitaria delle Regioni) in vista delle elezioni. Tra gli altri, sono previsti ulteriori meccanismi di controllo quali il “fallimento politico” del Presidente di Regione, di Provincia e del Sindaco, gli adempimenti relativi al mancato rispetto del patto di stabilità interno, la decadenza automatica e l’interdizione dei funzionari regionali. Sono poi previsti meccanismi premiali con specifico riguardo al rispetto del patto di stabilità interno e all’azione di contrasto dell’evasione fiscale. Il provvedimento istituisce altresì la Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, organo di verifica e controllo sul funzionamento del nuovo sistema di federalismo fiscale. Sul testo verranno acquisiti i pareri prescritti.
Il Consiglio ha avviato l’esame, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta, del decreto legislativo, che integra e aggiorna il vigente Codice dell’amministrazione digitale, emanato nel 2005. L’esame del testo proseguirà in una prossima seduta.
E’ stato altresì approvato in via preliminare (per l’invio ai pareri della Conferenza unificata e delle Commissioni parlamentari) uno schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2009/28 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Il provvedimento mira al potenziamento e alla razionalizzazione del sistema per incrementare l’efficienza energetica e l’utilizzo di energia rinnovabile ed ha fra gli obiettivi principali quello di diminuire gli oneri “indiretti” legati al processo di realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili (dall’autorizzazione alla connessione, all’esercizio), così da potere intervenire riducendo i costi specifici di incentivazione. Si raggiunge in questo modo il duplice obiettivo di incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili per rispettare i target europei e di ridurre gli oneri specifici di incentivazione a carico dei consumatori finali di energia. Questi gli strumenti di incentivazione previsti dallo schema: incentivo per il biometano immesso nella rete; fondo a favore dello sviluppo dell’infrastruttura per il teleriscaldamento e il teleraffreddamento; incentivi per la produzione di energia elettrica da impianti alimentati da fonti rinnovabili; contributi per la produzione di energia termica da piccoli impianti; potenziamento del sistema di incentivi per l’efficienza energetica, attraverso i certificati bianchi; fondi in favore dello sviluppo tecnologico ed industriale.
Al fine di consentire il completamento delle operazioni di risanamento delle istituzioni locali dalle infiltrazioni della criminalità organizzata, il Consiglio ha disposto, su proposta del Ministro dell’interno, Roberto Maroni, la proroga per un semestre dello scioglimento del Consiglio comunale di Fabrizia (Vibo Valentia).
Su proposta del Ministro della difesa, Ignazio La Russa, il Consiglio ha nominato il generale di Corpo d’armata Biagio ABRATE Capo di stato maggiore della Difesa. Il Consiglio ha espresso vivo apprezzamento al generale Vincenzo CAMPORINI, il quale lascerà l’incarico il prossimo 17 gennaio, per il prezioso lavoro svolto.
Il Consiglio ha poi preso atto della rinuncia da parte del dott. Antonio Catricalà alla designazione a Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas.
Il Consiglio ha altresì esaminato talune leggi regionali, ai sensi dell’art. 127 della Costituzione.
La seduta ha avuto termine alle ore 10,20.
Il ventre molle della borghesia-mezzadra siciliana, i tormenti, il tempo immobile
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Il celòdurismo della borghesia veneta, fra un piano regolatore, una lottizzazione e una zoccola da provare
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Finita la ricreazione. Stop scandali Noemi, D’Addario e minchiate varie. Il fuoco incrociato sembra serio
Da Leggo.it
Nuovi file diffusi da Wikileaks, classicati questa volta come “segreti”, gettano ombre sul rapporto tra Berlusconi e Putin. Il documento ha il titolo «Relazioni tra Italia e Russia: il punto di vista di Roma» ed è datato 26 gennaio 2009. Questa volta a scrivere non è un diplomatico di “quart’ordine”, ma l’ambasciatore americano dell’epoca, Ronald Spogli. «L’ambasciatore georgiano a Roma ci ha detto che il suo governo crede che Putin abbia promesso a Berlusconi una percentuale dei profitti che vengono da ogni gasdotto costruito da Gazprom, in collaborazione con l’Eni. Esponenti della maggioranza di centrodestra e dell’opposizione del Pd, allo stesso tempo, credono che Berlusconi e i suoi amici stiano approfittando personalmente e in modo generoso dei tanti accordi intercorsi tra L’Italia e la Russia».
L’AMBASCIATORE SPOGLI CRITICA BERLUSCONI «La relazione bilaterale fra Usa e Italia è eccellente e racchiusa in una forte collaborazione su molti livelli e su molti fronti. Sfortunatamente, gli sforzi di Berlusconi per ‘ripararè la relazione fra l’Occidente e la Russia stanno minacciando la sua credibilità e diventando veramente irritanti nella nostra relazione». È quanto si legge in uno dei cablogrammi dell’allora ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli diffusi da Wikileaks e pubblicati dal New Tork Times.
IL RUOLO DELL’ENI «Il responsabile Eni per gli affari governativi (government affair), si incontra settimanalmente con Gianni Letta. Eni è uno dei finanziatori principali delle relazioni Italia-Russia. In un evento del 2007, in una conferenza in Asia centrale, i rappresentanti di Eni e Edison hanno parlato per 30 minuti. I quattro ministri degli esteri e i vice di altri cinque Paesi sono stati concentrati in un’ora». Lo si legge nel cable siglato ambasciatore Ronald Spogli pubblicato da Wikileaks.
“FRATTINI IMPOTENTE” «Lo stesso ministro degli Esteri Frattini – continua Spogli – ammette di non esercitare alcuna influenza su Berlusconi per quanto riguarda la Russia. All’inizio di settembre, durante la sua visita in Italia, l’ex vicepresidente Cheney si è confrontato con Frattini sull’atteggiamento molto pubblico e poco agevole per quanto riguarda il conflitto in Georgia. Un sottomesso Frattini ha sottolineato che, mentre lui ha forti opinioni sulla questione, tuttavia ha ricevuto i suoi chiari ordini dal primo ministro».
IL GUARDIAN E LA MAFIA RUSSA «I rifornimenti di gas dall’Ucraina ai Paesi dell’Ue sono collegati alla mafia russa, secondo l’ambasciatore Usa a Kiev»: lo scrive il Guardian, citando un documento pubblicato online da Wikileaks. La RosUkrEnergo (Rue), «controllata al 50% da Gazprom», è «effettivamente» controllata da «Semyon Mogilevich, che ha interessi occulti» nell’azienda con sede in Svizzera, scrive il quotidiano britannico.
I DUBBI DEL NEW YORK TIMES Tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin esisteva una «linea diretta», tanto che l’ambasciata americana e il ministero degli Esteri italiano «erano al corrente delle conversazioni tra i due solo dopo che accadevano i fatti, riuscendo a sapere solo alcuni dettagli o background». Lo scrive il New York Times, nella sua puntata di oggi dedicata ai cable che riguardano le relazioni tra Roma e Mosca. Secondo il rapporto della diplomazia americana a Roma, ‘rubato’ da Wikileaks, questa vicinanza cosi stretta «non era ideale dal punto dell’amministrazione e costituiva più un danno che un beneficio».
CACCIA AD ASSANGE Da oggi è anche formalmente l’uomo più ricercato al mondo, al pari di Osama bin Laden. Julian Assange, avvocato di 39 anni originario del Queensland, in Australia ma dalla residenza misteriosa (Gran Bretagna? Islanda? altro?) deve da oggi rispondere di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Interpol, l’organo di polizia nel quale si riconoscono le polizie di 188 Paesi. Praticamente lo cerca il mondo intero. Il suo Wikileaks ha provocato un tale terremoto che ora nei confronti di Assange non c’è diplomazia che non stia facendo pressione per la sua cattura, dagli Usa alla Francia, dall’Italia alla Svezia. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato di aver ordinato la costituzione di una task force per evitare che in futuro si ripetano altre fughe di notizie.
Intanto le polizie del mondo da oggi sono coinvolte nella caccia ad Assange. Formalmente l’ordine di arresto (per stupro) è stato emesso dall’Interpol su richiesta della Svezia. Assange è accusato di violenza su due donne, e già il 18 novembre scorso la magistratura svedese aveva emesso un ordine di arresto nei suoi confronti. Le autorità svedesi lo volevano interrogare «sulla base di ragionevoli sospetti» per fatti avvenuti in agosto. Assange è accusato di aver usato violenza in due distinti incontri avvenuti in agosto, mentre lui si trovava in Svezia con l’intenzione di chiedere la residenza. I legali di Assange hanno già risposto, dicendo che il loro cliente nei giorni degli episodi contestati si trovava a Londra, e hanno presentato ricorso alla Corte Suprema di Stoccolma.
L’ l’Interpol (che si occupa in primo luogo di criminali di guerra, terrorismo, crimini contro l’umanità) ha reso noto di aver emesso nei confronti di Assange un ‘red noticè, un ‘avviso rossò. Equivale a un mandato di arresto internazionale. Quel ‘red noticè fa di Assange l’uomo più ricercato del pianeta, come il capo di Al Qaida. Non a caso negli Usa l’ex candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mike Huckabee, ha chiesto per Assange la condanna a morte. Lui però resta pura ombra. Gli agenti lo cercano, ma non lo trovano. I giornalisti sì. Come il direttore di Time, Richard Stengel, che lo ha intervistato solo ieri via Skype, o come Forbes, al quale Assange l’11 novembre scorso ha detto di aver pronte nuove rivelazioni. Nel mirino di Wikileaks, questa volta, le banche, il sistema-Wall Street. L’unica a difenderlo è Christine Assange, sua madre. «Mio figlio è una brava persona che fa buone cose per gli altri» ha dichiarato alla stampa australiana. Ma ha ammesso anche di essere «un pò preoccupata».

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Signore e signori, buonanotte! Con un salto ci aveva fatto maramao per cinquant’anni, visionario e strafottente, annunciandoci un futuro banale, ipocrita, disfatto e senza ironia. Era sempre un salto più in là. E ora, a 95 anni, come il Marchese del Grillo, ci ha salutati: Io sono io, e voi non siete un….! L’aveva vista bene la ‘Grande guerra’ del sud imbroglione che si inventa accenti settentrionali per cavarsela. Mai una volta che ci si possa fidare. E imbrogliando imbrogliando, gli tocca sempre di tornare a casa a piedi, di resistere, come fanno gli eroi, ma vestito da barbone. Il Meridione strafalcione che fa le guerre e non le capisce, che laurea i suoi figli per farli vergognare di ciò che sono e quando partono, lo fanno per scappare, mai per arrivare. Eppure, una ‘Ragazza con la pistola’ che arriva a Londra dalla Sicilia per sparare a Macaluso Vincenzo, ci travolge in una fragorosa, cattivissima risata: Monica Vitti con la treccia e il lutto che insegue il suo seduttore, disonorata e illetterata, è una pernacchia fantastica al mafioso inerme che incombe sulla sua piccola storia quotidiana…….
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Elogio del silenzio, esposizione a Villa Dracaena, la Ciotat
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Roma, 29 nov. (Adnkronos)- “Una centrale nucleare in Molise? Non se ne parla proprio”. E’ un no fermo quello opposto dal presidente della Regione Molise, Michele Iorio, ad una possibile scelta di sito nuclerare nella sua regione. Parlando a margine di un convegno Enea, oggi a Roma al palazzo dell’Informazione del Gruppo Gmc-Adnkronos, Iorio ha quindi sottolineato alcuni elementi importanti: “Non c’e’ nessun elemento di criterio per la localizzazione di una centrale nucleare in Molise, nella nostra regione si e’ verificato il terremoto di San Giuliano e recentemente un’alluvione”. “E comunque -ha concluso Iorio- noi siamo contrari”.
Bene! Dopo mesi in cui la stampa nazionale ha tentato di dimostrare che non abbiamo avuto nessuna alluvione, che abbiamo avuto solo un terremotino e che abbiamo scialacquato i soldi di tutti..tranne i nostri, speriamo che ci prendano un po’ sul serio. Sembrava, dico la verità, un tantino, quel genere di clima da ‘dossier’. Solo che qui era sottotono; più che scoprire che abbiamo allargato i crateri, non hanno trovato, al momento, altro.

Questa inchiesta, completa di dati, l’ho trovata solo su Primo Piano Molise e l’ho presa in prestito, col permesso di Rita Iacobucci, che tanto non oserebbe certo impedirmelo!
di RITA IACOBUCCI
Le società, i decreti, l’iter mai interrotto
CAMPOBASSO. Pensare che sei anni dopo la presentazione del primo progetto, sei anni dopo una battaglia che durò davvero poco ed ottenne quello che sembrava un risultato – e già questo avrebbe dovuto far riflettere -, pensare che il 18 novembre del 2010 il ministero dell’Ambiente avrebbe dato “giudizio positivo di compatibilità ambientale” per la centrale turbogas di Venafro… sarebbe stato arduo anche per il più accanito degli ambientalisti o per il più sfiduciato dei molisani.
Nessuno lo ricordava più questo impianto termoelettrico a ciclo combinato da 780 MW, quello di Termoli ne produce solo una ventina in meno, ma non è stato mai abbandonato dalla Molisenergy, Srl, una società con sede in Napoli, al centro direzionale – Isola E fabbricato 7. Tanto che dopo un primo giro di pareri non esaltante – a bocciarlo non fu solo la Regione Molise, ma anche il ministero dei Beni culturali, è tornata a scommetterci. E ha riproposto il Via, ministeriale. La società è andata direttamente ai piani alti della politica nazionale e alla fine l’ha spuntata.
Il decreto 843 firmato congiuntamente dalla Prestigiacomo e da Sandro Bondi ripercorre le tappe del cammino della turbogas e delle sue opere connesse – dall’impatto altamente significativo anch’esse – verso un parere fortemente vincolante che apre l’ultima fase, quella dell’intesa fra Ministero dello Sviluppo Economico e Regione per l’autorizzazione unica.
È il 16 luglio 2004 quando la Molisenergy fa istanza di pronuncia di compatibilità ambientale per una centrale alimentata da gas naturale da ubicare nella zona di Venafro. Il progetto si completa di un gasdotto di 16 km per l’allacciamento alla rete nazionale e che si estende nei Comuni di Vairano Patenora e Presenzano in provincia di Caserta e di un elettrodotto che si estende da Venafro, a Sesto Campano fino a Presenzano e che si ‘allunga’ per 9,2 km in aria e per 5,8 in cavo interrato per convogliare l’energia prodotta alla rete elettrica nazionale. Il Molise dice no, anche sull’onda di una sollevazione popolare e di una pressione mediatica e politica non indifferente. La Campania risponde: aspettiamo cosa dice il Molise. Contrario anche il Mibac. Due anni dopo Molisenergy torna alla carica e pubblica sui quotidiani locali e nazionali il progetto rivisto, chiede il riesame del parere Via e lo ottiene.
Si riapre una procedura che tutti, colpevolmente, abbiamo scordato. E dopo le variazioni progettuali che riguardano “gli aspetti architettonici concernenti la riduzione degli sviluppi volumetrici dell’impatto visivo e paesaggistico” comincia a cambiare il vento. Mentre monta la polemica su quello utilizzato per azionare le tante pale eoliche disseminate sul territorio molisano.
Le numerose osservazioni che arrivano da enti locali e associazioni civiche ed ambientaliste ( da Venafro, Montaquila, Pesche, consorzio industriale, comitato Valle del Volturno) vengono lette dai tecnici ministeriali, che continua però a tenere per buona “una valutazione di incidenza dalla quale non risultano, in fase di cantiere e di esercizio, impatti sulle componenti ambientali che caratterizzano i diversi siti della Rete Natura 2000 presi in esame”. C’è l’oasi delle Mortine lì vicino tanto per cominciare. Solo la Regione Molise resiste e conferma il niet il 30 ottobre di un anno fa. “Le motivazioni addotte dal parere negativo regionale non sono ostative all’espressione di un giudizio positivo di compatibilità ambientale”, concludono a Roma e stabiliscono che si può fare. Con delle prescrizioni, certo. Molte di stile, accessorie per legge alle opere che Molisenergy chiede di realizzare alle porte del Molise. C’è quella consueta della ‘sistemazione a verde dell’area circostante con piante più e meno giovani. Non c’è una valutazione di merito, almeno nelle premesse non è dato rinvenirla, sull’impatto reale che avrà sull’aria e sull’ambiente circostante la turbogas di Venafro. Il decreto sarà pubblicato in Gazzetta ed è impugnabile al Tar. Resta la strada politica, rifiutare l’intesa con il ministero e provare a costruire uno sviluppo diverso per questa terra. Quello che porta al gas non è ineluttabile e senza uscita.
Massimo Romano: un’interrogazione che, questa volta, sembra proprio un appello alla resistenza territoriale, più che elettorale

CAMPOBASSO. Ora la Regione ribadisca il suo no. È l’unica via d’uscita, ritiene Massimo Romano sulla scorta degli atti e delle norme che disciplinano il settore della produzione di energia, per evitare che a Venafro atterri una centrale turbogas notevolmente più potente e d’impatto di quella già in funzione a Termoli e che nell’area circostante.
Perché la legge 55 del 2002 dice che per il rilascio dell’autorizzazione unica c’è bisogno che il ministero per lo Sviluppo Economico e la Regione interessata firmino un’intesa. Sono in presenza di quell’atto davvero non ci sarebbe più nulla da fare.
“La Regione – spiega l’esponente di Costruire democrazia in una mozione urgente - si è già espressa sulla centrale da 780 megawatt progettata dalla società Molisenergy”. Già, lo ha fatto con due delibere distante anni fra loro. In realtà il progetto era stato realmente ‘bocciato’ non solo dalla Regione, ma anche dal Mibac. Poi le modifiche ai dettagli paesaggistici ed architettonici delle opere da realizzare, formalizzate dalla Molisenergy nella riproposizione della richiesta di parere Via, hanno convinto i Beni culturali di Sandro Bondi. E d’intesa con l’Ambiente di Stefania Prestigiacomo è arrivato il ‘via’ libera alla nuova turbogas del Molise.
Se vedrà o meno la luce sarà anche per condizioni locali. Dipenderà, in sintesi, da come il Molise saprà e vorrà reagire. Perché la turbogas di Venafro, dimenticata quasi da tutti dopo una iniziale levata di scudi e un primo dimenticatoio scontato quando la ‘gemella’ di Termoli divenne realtà, non è solo ‘cosa loro’ del Pdl. È ancora una volta – sembra un vero modus operandi nel settore della produzione energetica – un’operazione bipartisan, costruita sulla testa della classe dirigente locale. Che, in effetti, finora sulla vicenda ha mantenuto un profilo di coerenza. Nel 2009 la giunta Iorio ha confermato il proprio giudizio negativo sulla centrale termoelettrica ai confini con la Campania. Ma basterà ora ribadire che no, non siamo d’accordo?
Massimo Romano ci prova a crederci. E lancia un allarme che è già una chiamata alle armi. Bipartisan l’hanno voluta? Bene, insieme proviamo a fermarla. Al ministero che chiederà – e c’è da giurare che lo farà presto – non c’è più Scajola, che su nucleare e turbogas spingeva molto. Ma l’avvicendamento sembra non aver cambiato di una virgola le convinzioni. Romani, in una delle sue prime uscite da titolare della delega, è andato in Lombardia a ‘regalare’ un reattore facendo andare su tutte le furie il potente governatore e collega di partito Formigoni. “Occorre uno scatto di reni anche da noi”, insiste Masssimo Romano, che, aprendo subito la discussione al Consiglio, cerca di bruciare tempi e tappe.
Al presidente Michele Iorio, dunque, Romano, con il documento protocollato alla segreteria dell’Assise di via IV Novembre, chiede di formalizzare la contrarietà all’intesa con il ministero di Paolo Romani. “Cominciamo a puntare i piedi e a svegliare davvero le coscienze – conclude Romano -. Non sarà facile, ma vale la pena di provare per il bene di questo territorio e di chi vi abita”. r.i.
Adelmo Berardo: mentre l’eolico ‘alza uragani’ arriva in silenzio la minaccia turbogas
CAMPOBASSO. “La Regione Molise, con gli impianti di produzione attualmente in esercizio nonché attraverso la recente installazione della centrale turbogas da 750 MW nel nucleo industriale di Termoli e la realizzazione di numerosi impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, copre interamente le esigenze regionali presenti e future, immettendo anche energia nella rete nazionale a vantaggio delle altre Regioni”. Di più: il piano energetico approvato nel 2006 esclude categoricamente “la realizzazione di altre centrali turbogas nel territorio regionale”.
Sono questi i motivi per cui il governo Iorio, con delibera 489 dell’undici maggio 2009 ribadì il suo dissenso alla costruzione di un impianto termoelettrico a ciclo combinato a Venafro.
E il giorno dopo la ‘deflagrazione’ della notizia dal palazzo di via Genova nessuno vuole commentare. La contrarietà al progetto resta, ma i tecnici ministeriali hanno scritto che non è ostativa al rilascio di un parere di impatto ambientale favorevole. E con il governo centrale, sullo sfondo c’è un incipienti scontro istituzionale serio.
Il settore Energia, come attribuzione funzionale, è stato affidato dal presidente Iorio al consigliere Adelmo Berardo, padre di una legge sulle rinnovabili tanto osteggiata dai comitati contro l’eolico selvaggio. “Ecco, questa decisione dimostra come forse chi come me sceglie di puntare sulle energie pulite ed alternative non ha torto”, commenta a caldo. Mentre le associazioni scendono in piazza contro un parco che da otto anni non riesce a vedere la luce, il ministero in poco meno di un anno può cambiare per sempre il volto e l’ecosistema della Valle del Volturno.
“Io non esercito un potere discrezionale come consigliere delegato. Devo leggere bene il decreto Via che non conosco se non per ciò che ho letto sul vostro giornale. Ad ogni modo, con me il fronte del no alle turbogas sfondano una porta aperta. Se le preoccupazioni che pure emergono in maniera evidente ad una prima lettura dovessero essere confermate mi schiererò assolutamente con chi vorrà cercare di cambiare le cose. Siamo già predisposti ad opporci, con il presidente e il governo regionale ne discuteremo a stretto giro per mettere in campo la migliore strategia. Una strategia – conclude Berardo – che non tenga fuori nessuno, senza distinzioni. Perché solo uniti saremo più forti”.
La strada è formalmente il rifiuto dell’intesa con il governo. C’è da aprire un fronte con Prestigiacomo e Bondi e con Romani. Dopo lo ‘strappo’ già consumato sulla gestione della sanità, Iorio sarà disposto a fronteggiare un governo amico, ma sempre più “fino ad un certo punto”?
Amarcord Basso Molise
Termoli: Turbe di gas/Storia di una centrale
Solo una domanda, senza nulla a pretendere: Perchè una turbogas in bassomolise apre orizzonti inquietanti, e la ndrangheta, e la camorra, e belfaghor e mago zurlì; ma se a Venafro la fanno zitti zitti ci sembra normale? L’eolico ad Altilia è una porcheria, un porcellum, una cretinata che ‘abbassa il prezzo’ di qualunque amministratore che abbia una faccia, almeno per farsi la barba la mattina. Ma pure la turbogas di venafro, fuori tempo massimo buttata lì, senza tante chiacchiere, non è che faccia troppo bene alla pelle.
“Sei sempre molto puntuale a cercare il pelo nell’uovo. Su Di Giacomo che dice di lasciare gli immigrati sulle gru, nulla. Nulla da dire, signora del rigore a scoppio? Ti posto una cosa del tuo stesso giornale, per rinfrescarti la memoria.
http://www.lavocenuova.com/public/sfogliagiornale/completo/20101127/index.html?pageNumber=5
Az” dice: Gentilissima, gentilissimo Az, non mi pare che la notizia sia stata trascurata. Di solito, il mio rigore a scoppio, come dice Lei, mi induce a commentare fatti o circostanze che nel contesto generale non si colgono col giusto approfondimento. In genere, corro in soccorso dei forti, come dice il mio amico Ricci, tanto per essere chiari. In questo caso, il Senatore Ulisse Di Giacomo ha espresso un’opinione ad effetto che avrebbe avuto, appunto, l’effetto desiderato fra i ricchi separatisti della Brianza leghista a basso tasso di scolarizzazione. Tra gli emigranti atavici, che si laureano come in quel nord si aprono partite iva, tra gli italiani del Molise che continuano ad avere il tatuaggio della povertà del sud del mediterraneo anche se hanno studiato il latino e il greco, quella affermazione è sembrata semplicemente bislacca. Pasquale Di Bello, che quando parla di cose serie diventa ragionevole, è stato piuttosto misurato. Ha scritto una cosa in lingua cristiana e democratica, e con forte accento umano. Conoscendolo, temo, fortemente temo, che non stesse giocando a palle di neve, come fa di solito quando scrive di Di Giacomo. Non so dirti perchè il Senatore abbia scritto quella frase. C’è un problema: se tutti gli immigrati senza permesso di soggiorno decidessero di attuare proteste clamorose, saremmo fritti. C’è poi una soluzione sbagliata a questo problema: se i senatori reagissero con piglio da cow boy e non avendo neppure un buon cavallo veloce per filarsela, gli immigrati potrebbero incazzarsi. E saremmo strafritti. Però, non ragioniamo sempre come se oltre il Molise ci fosse solo acqua e silenzio. Oltre la classe dirigente del Molise, soprattutto quella di maggioranza, c’è la classe dirigente italiana, quella berlusconiana. Lì in mezzo, la ministra per le Pari opportunità dà della vaiassa ad un’altra parlamentare. Il Premier dà del frocio a Vendola perchè non sa ballare il bunga bunga. Bossi vorrebbe imbracciare i fucili per abbassare la pressione fiscale sul ‘suo’ nord.
La genesi del pensiero del senatore Di Giacomo l’aveva già ben illustrata lo stesso Berlusconi nel 2004: “La media degli Italiani è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco… È a loro che devo parlare. (dal Corriere della sera, 10 dicembre 2004)”
I molisani sono dei poveracci ma per decenni hanno saputo fare un biglietto alla stazione e prendere treni verso le Università di Milano, di Torino. Da lì, qualcuno che non parla affatto a nome delle Università, ci ha fatto sapere che se vogliamo le borse di studio dobbiamo farcele dare dagli atenei di casa nostra. Da qui, replichiamo facendo la voce grossa contro chi è più a sud di noi. Ma piuttosto che scandalizzarsi per le goliardate scritte su FB, non facciano capire troppo ai componenti di questo governo che parla come un ragazzo di seconda media seduto all’ultimo banco, che, purtroppo, i pensierini e i conticini sono più efficaci dei temi seri. Il risultato di questa dislessia della comunicazione politica è sempre lo stesso: Di Giacomo (nel nostro caso) ha estremizzato un non-concetto. Che significa: ‘lasciateli lì’? Significa che questo Governo ha leggi incontrovertibili e giuste e quelli stavano facendo caciara inutilmente? Smentisce così il suo stesso premier, che invece dice di aver buon cuore e di voler aiutare chi ha bisogno. La reazione ad un non-concetto è stata ugualmente spumosa: se Di Giacomo è cattivo gli immigrati hanno sempre e comunque ragione. Poi, magari, fino a ieri neppure ci eravamo accorti che erano sulle gru. Un Paese forte, davvero presente a se stesso, avrebbe dovuto impedire di farli salire. Avrebbe dovuto impedire di farsi dare degli analfabeti dell’ultimo banco. Avrebbe dovuto impedire di giocare a chi la spara più grossa. Ma facciamo più polemiche su quello che scrivono i parlamentari su facebook che sulle leggi che firmano; e tiriamo a campare. Il ragazzo che ha provato a replicargli ha ragione. A lui si doveva rispondere con un po’ di adulta tranquillità. Ma alla fine, caro Az, che ne è stato degli immigrati sulla gru, che tu sappia? Devo leggerlo su facebook? Mi sono scocciata di fare l’ideologa mentre mi fottono lo Stato.

Avrebbero favorito a vario titolo e con diverse responsabilità, l’imprenditore campano Francesco Moccia che, secondo l’informativa della Guardia di Finanza, sarebbe legato da “stretti legami familiari e di affari con Angelo Marrazzo coinvolto in vicende giudiziarie del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, detto Sandokan, collegato a società fortemente indiziate di avere stretti collegamenti con il clan Moccia di Afragola”.
http://www.primapaginamolise.com/detail.php?news_ID=37432&goback_link=index.php
Tieni a mente
Disse Di Pietro interrogando il ministro Fazio sul commisariamento della sanità del Molise: “Tenere Michele Iorio è come nominare Provenzano ministro degli Interni o far fare il capo del Governo a Totò Riina”.

Villa Dracaena/art contemporain presenta il nuovo ciclo di proposte espositive con un artista con cui intende stabilire un rapporto di lunga durata e di proficua collaborazione artistica

France 3 Television dedicherà una puntata di Prioriterre all‘evento il prossimo 27 Novembre
Il 27 Novembre, PrioriTerre, programma di France 3 television, si occuperà di arte contemporanea e, in particolare, dell’artista molisano Michele Sottile. Così annuncia France 3 l’incontro con la nuova esposizione a Villa Dracaena: “PrioriTerre, France 3 television, in onda il sabato pomeriggio, ci porta questa settimana in questo luogo “magico” interamente dedicato all’arte contemporanea. I lavori di Michele Sottile sono di ampio respiro, non concedono un facile riposo ma ci permettono di fare delle pause (come in senso musicale) nel suo mondo blu, ancorati a fragili fili. Le sue opere sono una partizione musicale. Da vedere ed “ascoltare” assolutamente.
La mia pittura é pensata come una partitura (musicale) continua dove i segni non sono ancora note ma forse pause, silenzi. (MicheleSottile.2010)
Michele Sottile vive a Marsiglia ma è di San Martino in Pensilis. « Elogio del silenzio » é la nuova esposizione; una mostra allestita in una villa, doppiamente suggestiva. Villa Dracaena è a La Ciotat, città della Provenza incastonata fra le rocce della Costa Azzurra. L’immanenza del Mediterraneo, con la sua vegetazione e i suoi profumi, le dà quella surreale eternità che è propria dell’arte. Dentro le stanze di Villa Dracaena, le pitture sembrano vivere, respirare nel contesto di uno spazio umano e quotidiano: non sono semplicemente esposte ma invadono e riempiono della loro luce una casa divenuta Fondazione per l’arte: “Tra le tante immagini colpisce la diafana bellezza della serie eponima: sono immagini «silenziose» immerse in un monocromo blu che sfuma in tonalità rarefatte, superfici marine (?) fatte di solchi tracciati dalla punta inchiostrata sulle quali volano oggetti senza spessore ancorati a fragili lacci.
«Il suono è il primo movimento dell’immobile ». (Giacinto Scelsi)

Il silenzio come scelta, la sottrazione piuttosto che l’addizione, l’eleganza del poco, la consapevolezza che la creazione ha bisogno di sobrietà e non di esasperazione formale, una scelta che sembra particolarmente coraggiosa nel momento contingente in cui “l’arte [di oggi] nel cedere alla meraviglia tecnologica dei media ha perso proprio ciò che le stava più a cuore. Essa vorrebbe stupire, sorprendere, interrogare ma non si accorge che lo stupore così come la meraviglia sorgono dal lungo spazio lasciato dal silenzio”. Con questa scelta l’artista evidenzia che “il fascino dell’arte non consiste nel suo circolare e diffondersi nei circuiti della comunicazione mediatica e nella sua auto riproduzione infinita in una sorta di festino godereccio al tavolo imbandito della telecomunicazione …ma [consiste] nel suo indicare la prossimità di un fuori, cavo, vuoto, [un luogo] marginale – e distinto – dalla ripetizione ossessiva delle immagini”. I lavori, inoltre, comprendono opere multimediali. Piccoli video in cui i suoni e le immagini sono ingegno dell’artista ma diventano realtà comprensibile e riconoscibile, come la chiave che svela un ricordo, una nostalgia silente ma giammai placata. Nel privilegio dell’arte la rassicurante accessibilità della bellezza, scorta quasi come il sole nel fogliame fitto della comunicazione moderna. Luccica e rincorre ogni apertura, ogni canale della nostra attesa, e brilla, senza possibilità di costrizione. E per capire la bellezza basta esserne compiaciuti. Reincontrarla nell’indizio di un moto dell’intelligenza di chi crea e che sembra sapere cosa stavamo cercando


http://tintarelladiluna.blog.tiscali.it/2010/11/23/oh-oh-ce-un-gatto-per-vitagliano/
Commenti
Binomiospaiato dice:
23 Novembre 2010 alle 16:50
Caterì, ma ti sei rimbambita? Vitagliano sarebbe il nucleo sano del centro destra? Senza non si può?
Vedo che il tema interessa. Caro Gatto Silvestro, cerchiobottista lo dici a soreta. E salutala tanto. Tessuto sano è più creativo, e lo perdono. Detto ciò, rispondo a Binomiospaiato e a Interdetto. Gianfranco Vitagliano non è il tema affrontato. Ma era inevitabile citarlo, trattandosi, per chi continua a dimenticarlo, dell’Assessore alla Programmazione della Regione Molise. Se dico che il suo operato è ‘il capitale istituzionale’ della maggioranza Iorio, non intendo dire che il signor Vitagliano è il più bravo del mondo. Dico, senza tema di smentita, che il suo ruolo rappresenta e determina l’identità istituzionale di questo governo regionale. Tanto e più degli altri assessori, l’indirizzo, la possibilità, le scelte, i solchi e bla bla provengono da lì. Poter incontrare per strada i nostri assessori ci confonde le idee e ci induce, o meglio, signor Gatto Silvestro, Vi induce, a dimenticare troppo spesso cos’è lo Stato, cosa sono i ruoli dello Stato e quali poteri conferiscono. A proposito di ‘tessuto sano’ e di nuclei essenziali, Gianfranco Vitagliano è sicuramente ‘utente finale’ delle moltiplicazioni dei pani e degli assessorati del Molise. Su di sè ha il marchio del non eletto come portasse sempre il cartello del bersaglio del gioco delle freccette. Personalmente non mi fido, e non mi infonde la calma ancestrale che mi trasmette Michele Iorio. Però, visto che qui non parliamo di meditazione indiana e che io non scrivo mai, malgrado così sembri, i cavoli miei, vi spiego bene quale rischio impersona, e subisce, suo malgrado, l’assessore Vitagliano. Pur assessore-consigliere non eletto, la sua ‘non-elezione’ è il più clamoroso esempio di come il governo Iorio trattenga in sè un dna di scuola di partito che altrove si è sgretolato. Sostituito senza traumi visibili, ma che ci sono, grazie al carisma di Silvio Berlusconi. L’annullamento della barriera dei partiti come canale stretto della scelta dei governanti ci era sembrata un’evoluzione epocale verso l’espressione diretta della volontà popolare. Se è stato vero per Silvio Berlusconi, quella pratica, elevata a principio, ha significato vedere eletti a destra che votano a sinistra, eletti a sinistra che fanno gli assessori a destra e la possibilità, soprattutto, di essere eletti non perchè si ha in mente una cosa da fare, un’idea da sviluppare, ma perchè si è simpatici, si è ricchi, si ha una famiglia abbastanza grande per garantire qualche centinaio di voti. Se vi sembra irrilevante, ammattiti siete voi, non io. Per quanto riguarda Vitagliano, pur non avendo particolare simpatia, ribadisco, ha agito come parte di una coalizione, ha trainato il suo partito, lo ha nutrito, gli ha rimboccato le coperte, per decenni. Come se attorno nulla fosse cambiato, ha continuato ad adeguarsi alla ferrea dottrina del consenso a lungo termine e della politica come gioco di squadra. Se in un Paese come l’Italia una velina ha più possibilità di essere eletta di un uomo di Stato, indipendentemente dai nomi e dai cognomi, allora vi meritate le terze file, tirate da uno solo. In Molise si è pianificato il futuro prossimo e lontano con cinismo da squali, sezionando il consenso a lungo termine e a chi non piaceva, come me, ha continuato a credere in una alternativa democratica, ma cosa altra. Se l’opposizione a questa maggioranza la dobbiamo fare dal suo interno su piani algebrici e senza costrutto vero, se permettete, alzo la voce in difesa della Politica e delle fondamenta dello Stato. Vorrei poter scegliere fra Migliori, non fra chi porta sacchi di voti senza etichette da svuotare in testa a me. Voglio scegliere tra ciò che è stato fatto e tra ciò che si potrebbe fare, non assistere inerme ad una politica che sembra un concorso per usciere alle Poste. Datemi un candidato che sappia fare meglio, che abbia le qualità oggettive per fare, e giudicherò. Ma finchè continueremo a farci governare solo da chi vince a chi ha la carta più alta e non da chi sa davvero giocare, tanti auguri e salutatemi le vostre belle signore
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Ho pregato con tanta fede San D’Alema, anche quando Silvio stravinceva a suon di berlusconate. Pregavo con trasporto che la sinistra trovasse il suo ‘chinino’ per guarire dalla sinistrite. La sinistrite è quella malattia perfida che confonde il sistema immunitario di una coalizione politica e la fa agire per perdere, anche quando potrebbe vincere. Più specificamente, gli anticorpi cominciano ad attaccare la parte più sana e meglio funzionante del tessuto. Noi illuminati e rivoluzionari figli degeneri di Voltaire ne siamo stati infettati dopo l’elezione di Prodi. Che già quello era un sintomo chiaro, ma non l’avevamo capito.
In questi anni ho pregato molto che la sinistra guarisse, o che almeno trovasse un vaccino stagionale, utile giusto il tempo di affrontare le elezioni. Mentre gli anni passavano e San D’Alema sembrava ignorare le mie preghiere, Berlusk continuava a vincere. Mi ero arresa, rassegnata all’ateismo e al cinismo programmatico che chiamano ‘piano anticrisi’. Ascoltare l’accento sempre più popolano del governo e vedere il padanesimo diventare, come un vero e proprio paganesimo, culto dominante del sacro padano impero bergamasco, mi aveva avvilito del tutto. Pure quella personcina seria di Tremonti utilizzava la sua indiscutibile scienza solo per smobilitare defintivamente l’impalcatura del welfaire richiamando, indirettamente, i golosi ndranghetari verso i finanziamenti del nord. Pensavo, pregando San D’Alema, che se persino la camorra ci aveva schifato, saremmo morti senza nè armi nè onore. E pace e bene. San D’Alema vergine e martire non dava segno di ascoltare, ma l’avevo sottovalutato. Invece che guarire la sinistra, piano piano, si è ammalata la destra. Soluzione inattesa ma contorta. I destri si sono infettati di sinistrite e hanno cominciato a corrodere il tessuto buono del loro organismo. In Molise, che come dico sempre è il laboratorio genetico di tutti gli esperimenti nazionali futuri, stanno cercando di disattivare il linfonodo sentinella Vitagliano. Che sia pernicioso, non c’è dubbio. Ma è una terapia che non può separare il sano dal non sano e finirà per appoltigliare tutto. Disinnescando Vitagliano il sistema immunitario della destra non risponderà più al motore centrale. A quel punto, Iorio sarà come Prodi, vincente si e no per 24 ore, in una maggioranza a trazione disgiunta: chi tira di là e chi tira di qua.
La mia area celebrale di sinistra è contenta. Basterà un colpo d’unghia, un non voto al Bilancio, ed è fatta. La parte grigia del mio cervello starnutisce, imprecando di brutto. Che stanno facendo i destri? A occhio, sembra il circuito di Monza del gambero: vince chi, arrivato ultimo, non fa partire gli altri. Senza la L dell’Innominabile (non di lui, ma del suo capitale istituzionale) questo PDL è diventato un provetto PD. All’arrembaggio del leader e unico obiettivo: perdere pur di non far vincere gli altri. E’ come togliere il cavallo a Garibaldi e farlo andare a piedi a Teano. Non puoi impedire che ci vada ma ci fai una figura meschina. Da Torino, i nuovi democristiani efficientisti, ci verranno a dire che abbiamo sprecato. Vero. Abbiamo sprecato l’ultima occasione per essere autonomi.
Come sono felice! La seconda generazione delle seconde file è cresciuta. Siamo pronti per il governo delle terze file. E come per il governo nazionale, la Carfagna ci sembrerà meno peggio della quarta della fila, o la quarta della quinta, e così via.
San D’Alema, lo so che sono seccante, ma qui il problema si complica. Mi serve un altro miracolo: pani, pesci e tutto quello che puoi moltiplicare. Troppi disoccupati da sfamare. I posti in lista non bastano più.
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Vieni a vedere gli attori,
Guarda i musicisti,
i maghi che arrivano
Se vuoi puoi
vedere la canaglia
confusa in
una storia un po ‘triste
Vieni a vedere i commedianti
Nessuno capiva perché nella povera e obsoleta diga del Liscione morissero le carpe. Finalmente, sappiamo ora, che la colpa è dei piranha. Arrivano dai paeselli del basso Molise. Le carpe, probabilmente, sono morte di paura solo a vederli. L’intuizione ci è venuta dopo aver letto la lunga cronaca scritta da Vincenzo Greco, già sindaco di Termoli e universalmente noto come ‘Il Notaio Greco’. Chi pensa che il Molise sia una regione di gente semplice o è cretino o confonde il Molise con qualche altro posto. Qui accadono cose che nemmeno in Nicaragua: colonnelli spietati, colpi di Stato, imboscate, occultamenti e guerre con ogni tipologia di armi: dalle testate nucleari allo sgambetto pret a porter. Attorno, in verità, solo cri cri di cicale e poi più nulla. Abbiamo capito che qualcuno, avendo una struttura bella e pronta, tutta finanziata con i soldi pubblici, ci ha ricavato un’attività utile a ‘fare cassa’. Diciamo che avendo un forno per fare il pane, si è pensato di cuocerci dentro anche i cornetti. E’ tutto guadagno, a parità di costi. Ci hanno dato da mangiare cornetti, queste Mariantoniette con la barba, e poi hanno brindato, per farci fare due risate. Greco parla di piranha ma io vedo solo asini che volano. Dice, l’ex sindaco di Termoli, rivolto ai sindaci del Consiglio del Cosib: “Cari ragazzi, vale così tanto la pena fingervi non udenti e non vedenti? Visto che i cornetti, a voi, non li fanno impastare, cosa vi ha convinto a non sentirne neppure l’odore?” E si risponde da solo: ‘l’Innominabile’. Lo chiama così, mischiando Manzoni con Aznavour. Tra Innominato e Formidabile viene fuori l’Innominabile. Uno che si compra i sindaci come calamaretti al Porto. Ma non li compra per mangiarli, bensì per dividere con loro l’incommensurabile pasto di Termoli e contorno di sofficini. Sofficini di polpa di piranha, appunto. Detta così, è una bella storia, con tutte le coordinate giuste per fare audience. Io, però, voglio sapere innanzitutto cosa è arrivato in quel depuratore, indipendentemente da chi e come ci ha guadagnato. Inoltre, il notaio Greco rivendica per Termoli un ruolo di forza: mi chiedo perché i paesini attorno debbano contare meno. Se al Cosib sono arrivate sostanze inquinanti, non è che il diritto di saperlo e di impedirlo può essere proporzionale alla superficie occupata dai comuni. Facciolla, che è notoriamente un don Rodrigo furioso, gli ha dato del ‘pesce sega’, un pesce, come dire, che si amminchia un po’ con le elucubrazioni. L’Innominato, don Rodrigo, Don Basso Abbondio, la Monaca di Monza del Torto e la tresca col suo Egidio. E poi quei Bravi dei sindaci, sempre in attesa di ambasciate da eseguire. Il Notaio, in questo bel romanzo sul ramo del mare di Termoli, potrebbe essere il buon Frà Cristoforo. Ma Greco non ha il piglio umile e preferisce fare il cardinale Borromeo. A proposito di cancro e altre vicende concrete, sembrava un colpo di scena la richiesta del sindaco di Campomarino di affidare il registro dei Tumori al Cosib. Come chiedere un consiglio ad Azzeccacarbugli. In realtà, ha chiarito il suo pensiero in una replica a Marcella Stumpo in cui dice qualcosa che al Cosib era stato già detto. Il 4 Ottobre del 2008, proprio nella sala convegni del Nucleo industriale di Termoli era stato annunciato il registro regionale dei Tumori, affidato alla Lega per la Lotta contro i Tumori. Che ne è stato? Comunque, il dato serio è che Greco dice che il Nucleo, dopo la sua estromissione, è stato strutturato ad uso e consumo di chi ne fa parte. E chi non c’è, paga pegno. Dice cose vere, peraltro forzato a farlo da Di Brino che lo chiama in causa. Ma con l’Innominabile è più ironico che categorico. Se la prende molto, troppo, con i sindaci. Praticamente, ci suggerisce che ‘quando c’era lui’, i treni arrivavano in orario. Poi l’hanno sostituito con i semafori telecomandati. Rispetto alla gente, ai cittadini che chiedono di capire, va un po’ fuori tema. Contestare l’estromissione di Termoli dal Cosib non è prioritario, se dobbiamo discutere di salute pubblica. La legge dello Stato, sopra lo Statuto, sopra le leggi regionali, dovrebbe garantire trasparenza. Perché altrimenti siamo al colpo di Stato vero, di un’Ente ai danni di tutto il territorio bassomolisano e non solo. La sintesi la fa Di Giandomenico, detto Remo: “Senza regole, chiunque fa quello che vuole, e quasi sempre fa per sé”. Ma se davvero un Consorzio per lo Sviluppo è una specie di invalicabile base Nato, altro che piranha; siamo a Paperopoli. Eppure, ingenua come una Perpetua, mi chiedo: tutte queste persone abitano qui, dove abitiamo noi. Hanno figli che mangiano quello mangiamo noi e giocano negli stessi posti in cui portiamo i nostri bambini. Se davvero è stata fatta una cosa pericolosa, quale vantaggio può considerarsi equo rispetto al rischio? Al sindaco Greco dobbiamo gratitudine, in un contesto afono, per aver alzato la voce; ma gli chiederei di ripulire l’eloquio di attributi e predicati nominali. Padrini, Innominati, Bravi sono gargarismi elettorali. Buoni per scriverci i romanzi, non per sapere chi, cosa e se ci ammala l’acqua e l’aria.
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Un articolo di Rita Iacobucci, pubblicato su PrimoPianoMolise il 19 Novembre 2010. E’ una analisi pacata e severa del dovere di recuperare la Ragione dove il dolore l’ha sopraffatta. Ed è una mano che pulisce lievemente il vetro appannato perchè la realtà di quel luogo straziato e sospeso torni ad essere illuminata dal ‘senso umano della pietà’. In nome degli uomini. In nome dei bimbi che uomini non saranno più.

L’articolo
Nessuna distanza consentirà mai di sentire questa tragedia, la tragedia del Molise, come un evento lontano. Epperò il tempo – certo – passando lieve sulle anime ferite, dovrebbe riscaldarle.
La cerimonia che si è svolta, spartana e dolorosa, nella stanza ovattata del Palazzo del Governo di Campobasso al contrario dimostra che c’è un dovere a cui forse in tanti sono sfuggiti finora perché probabilmente l’ora non era mai quella giusta. Un imperativo della coscienza che non si può chiedere a chi ha perso un figlio, strappato alla vita da macerie assassine. A chi ha salutato quella mattina un bimbetto che si era avviato vispo e fiducioso qualche ora prima delle 11.32 del 31 ottobre 2002 verso una scuola che non a caso è detta “dell’obbligo”. Un angelo che non festeggiò Halloween quel giorno né mai più.
Eppure il momento è venuto. C’è spazio e bisogno ora per la riconciliazione della comunità a San Giuliano di Puglia. Perché chi quel giorno si salvò ora guarda il mondo con occhi impreziositi dal primo rimmel di ragazza o dal gel di adolescente che ha una vita davanti. Perché accanto a Carmela Ferrante, mentre raccoglie dalle mani del prefetto la medaglia per la sua Antonella, non c’è il marito ma i loro due bambini. Antonio Borrelli è a casa, a consumare ancora un pezzo di ricordi da solo. Perché Antonio Borrelli, padre e sindaco che quel giorno non chiuse la scuola e che aveva dato l’okay all’apertura del piano aggiunto che causò il cedimento della struttura, è stato condannato dai tribunali della Repubblica e ha scelto il riserbo. La giustizia del mondo qui, sotto questo cielo, deve bastare se vogliamo chiamarci civiltà.
Le lacrime e la disperazione dei genitori che scavarono otto anni fa in quel cumulo sinistro di cemento e travi sperando in un miracolo che per loro non arrivò furono e sono drammaticamente identici.
Sì, il momento è venuto. E il dovere morale di costruire la pacificazione spetta alle istituzioni e ai molisani tutti. Anche a chi a San Giuliano ha trovato un’altra ‘casa’ e ha aiutato il ‘dopo’ così tremendo. Non si può pretendere da chi ha sofferto in maniera assoluta e ha lottato in questi anni perché “nessuna mamma e nessun papà debbano ancora piangere i loro bambini”.
Il prefetto di Campobasso ha avuto coraggio. Ha dato dignità alla consegna delle medaglie nelle mani di chi a San Giuliano da quel giorno maledetto non è più benvoluto. La sua è una sfida da raccogliere se il paese simbolo del terremoto vuole diventare l’emblema di una comunità che rinasce.
rita iacobucci
IL COMMENTO
L’italia del sottosuolo
Repubblica.it
di BARBARA SPINELLI
Sono settimane ormai che l’annuncio è nell’aria: il governo Berlusconi sta finendo, anzi è già finito. Il suo regno, la sua epoca, sono morti. È sempre lì sul palcoscenico, come nelle opere liriche dove le regine ci mettono un sacco di tempo a fare quel che cantano, ma il sipario dovrà pur cadere. Anche i giornali stranieri assistono al funerale, nei modi con cui da sempre osservano l’Italia: il feeling, scrive l’Economist, la sensazione, è che la commedia sia finita. Burlesquoni è un brutto scherzo di ieri.
In realtà c’è poco da ridere, e il ventennio che abbiamo alle spalle è infinitamente più serio. Non siamo all’epilogo dei Pagliacci, e non basta un feeling per spodestare chi è sul trono non grazie a sentimenti ma a una macchina di guerra ben oleata. Per uscire dalla storia lunga che abbiamo vissuto - non 16 anni, ma un quarto di secolo che ha visto poteri nati antipolitici assumere poi il comando - bisogna, di questo potere, averne capito la forza, la stoffa, gli ingredienti. Non è un clown che si congeda, né l’antropologia dell’uomo solitario aiuta a capire. I misteri di un’opera sono nell’opera, non nell’autore, Proust lo sapeva: “Un libro è il prodotto di un io diverso da quello che manifestiamo nelle nostre abitudini, nella società, nei nostri vizi”. Sicché è l’opera che va guardata in faccia, per liberarsene senza rompersi ancora una volta le ossa.
Chi vagheggia governi tecnici o elezioni subito, a sinistra, parla di regime ma ne sottovaluta le risorse, la penetrazione dei cervelli.
Un regime fondato sull’antipolitica – o meglio sulla sostituzione della politica con poteri estranei o ostili alla politica, anche malavitosi – può esser superato solo da chi è stato detronizzato. Nessun tecnico potrà resuscitare le istituzioni offese. Può farlo solo la politica, e solo se essa si dà del tempo prima del voto. Capire il regime vuol dire liberare quello che esso ha calpestato, e quindi non solo mutare la legge elettorale. Non è quest’ultima a rendere anomala l’Italia: se così fosse, basterebbe un gesto breve, secco. Quel che l’ha resa anomala è l’ascesa irresistibile di un uomo che fa politica come magnate mediatico. Berlusconi ha conquistato e retto il potere non malgrado il conflitto d’interessi, ma grazie ad esso. Il conflitto non è sabbia ma olio del suo ingranaggio, droga del suo carisma. La porcata più vera, anche se tabuizzata, è qui. La privatizzazione della politica e dei suoi simboli (non si governa più a Palazzo Chigi ma nel privato di Palazzo Grazioli) è divenuta la caratteristica dell’Italia.
Proviamo allora a esaminare i passati decenni, oltre l’avventura iniziata nel ’94. L’avventura è il risultato di un’opera vasta, finanziata torbidamente e cominciata con l’idea di una nuova pòlis, un’altra civiltà. Un progetto – è Confalonieri a dirlo – che “ha contribuito a cambiare il clima grigio e penitenziale degli anni ’70, ed è stato un elemento di liberazione. Ha portato più America e più consumi, più allegria e meno bigottismo”. Più America, consumi, allegria: la civiltà-modello per l’Italia divenne Milano2, una gated community abitata da consumatori ansiosi di proteggersi dal brutto mondo esterno, di sentirsi più liberi che cittadini. E al suo centro una televisione a circuito chiuso, che intrattenendo distrae, occulta, manipola: nel ’74 si chiama Milano-2, diverrà l’impero Mediaset. Quando andrà al potere, il Cavaliere controllerà tutte le reti: le personali e le pubbliche.
Tutto questo non è senza conseguenze: cadendo, il Premier non lascia dietro di sé una società sbriciolata. Il paese in briciole è stato da principio sua forza, sua linfa. Non si tratta di profittare di subitanei sbriciolamenti, ma di far capire agli italiani che su questo sfaldamento Berlusconi ha edificato la sua politica. Che su questo ha costruito: sul maciullamento delle menti, non sull’individualismo. Su un’Italia che somiglia all’Uomo del sottosuolo di Dostojevski: un’Italia che rifiuta di vedere la realtà; che “segue i propri capricci prendendoli per interessi”; che giudica intollerabile che 2+2 faccia 4. Un’Italia che “vive un freddo e disperato stato di mezza disperazione e mezza fede, contenta di rintanarsi nel sottosuolo”. Un’Italia arrabbiata contro chiunque vorrebbe illuminarla (la stampa, o Marchionne, o i magistrati) così come l’America arrabbiata del Tea Party il cui ossessivo bersaglio è la stampa indipendente.
Correggendo solo la legge elettorale si banalizza la patologia. Altre misure s’impongono, che permettano agli italiani di comprendere quanto sono stati intossicati. Esse riguardano il controllo di Berlusconi sull’informazione e il conflitto d’interessi. La profonda diffidenza verso una società bene informata (per Kant è l’essenza dei Lumi) caratterizza il suo regime. “Non leggete i giornali!” – “Non guardate certi programmi Tv!”: ripete. Gli italiani devono restare nel sottosuolo, eternamente incattiviti. Altro che allegria. È sulla loro parte oscura, triste, che scommette. Qualsiasi governo che non si proponga di portar luce, di riequilibrare il mercato dell’informazione, fallirà.
Per questo è importante un governo di alleanza costituzionale che raggiusti le istituzioni prima del voto, e un ruolo prioritario è riservato non solo a Fini ma alle opposizioni. Fini farà cadere il Premier ma l’intransigenza sul conflitto d’interessi spetta alla sinistra, nonostante gli ostacoli esistenti nel suo stesso seno. Del regime, infatti, il Pd non è incolpevole. Fu lui a consolidarlo con un patto preciso: la conquista di suoi spazi nella Rai, in cambio del potere mediatico del Cavaliere. Tutti hanno rovinato la tv, pur sapendo che il 69,3 per cento degli italiani decide come votare guardandola (dati Censis).
A partire dal momento in cui fu data a Berlusconi l’assicurazione che l’impero non sarebbe stato toccato, si è rinunciato a considerare anomali la sua ascesa, il conflitto d’interessi. E i responsabili sono tanti, a sinistra, cominciando da D’Alema quando assicurò, visitando Mediaset nel ’96: “Non ci sarà nessun Day After, avremo la serenità per trovare intese. Mediaset è un patrimonio di tutta l’Italia”. La verità l’ha detta Luciano Violante, il giorno che si discusse la legge Frattini sul conflitto d’interessi alla Camera, il 28-2-02: “L’on. Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena - non adesso, nel ’94 quando ci fu il cambio di governo - che non sarebbero state toccate le televisioni. Lo sa lui e lo sa l’on. Letta… Voi ci avete accusato nonostante non avessimo fatto la legge sul conflitto d’interessi e dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni… Durante i governi di centrosinistra il fatturato Mediaset è aumentato di 25 volte!”. Il programma dell’Ulivo promise di eliminare conflitto e duopolio tv, nel ’96. Non successe nulla. Nel luglio ’96, la legge Maccanico ignorò la sentenza della Consulta (Fininvest deve scendere da tre a due tv). Lo stesso dicasi per l’indipendenza Rai. È il centrosinistra che blocca, nell’ultimo governo Prodi, i piani che la sganciano dal potere partitico. A luglio Bersani ha presentato un disegno di legge che chiede alla politica di “fare un passo indietro”. Non è detto che nel Pd tutti lo sostengano. Una BBC italiana è invisa a tanti.
Se davvero si vuol uscire dall’anomalia, è all’idea di Sylos Labini che urge tornare: all’ineleggibilità di chi è titolare di una concessione pubblica, secondo la legge del 30 marzo ’57. D’altronde non fu Sylos a dire che l’ineleggibilità è la sola soluzione. Il primo fu Confalonieri, il 25-6-2000 in un’intervista a Curzio Maltese sulla Repubblica. Sostiene Confalonieri che l’Italia, non essendo l’Inghilterra della Magna Charta, non può permettersi di applicare le proprie leggi. Forse perché il paese è sprezzato molto. Forse perché c’è chi lo ritiene incapace di uscire dal sottosuolo, dopo una generazione.
(17 NOVEMBRE 2010)
Che il nucleare sarebbe uno scempio irreversibile per il Molise non ci vuole troppa materia grigia a capirlo. Ne basta qualche grammo. Se immaginate i pochi metri di costa tra Marina di Chieuti. Rio Vivo e Campomarino energizzate dalle tiepide bollicine di un cocktail a base di uranio, vi rendete conto, anche se la vostra materia è trasparente del tutto, che saremmo morti, kaputt, isolati per sempre. Ciao, ciao, ciao mare, ombrelloni, bandiere blu e pizza al chiaro di luna. Mi direte che la Francia e la Croazia ecce ecc. Quando i ristoratori e i balneatori proveranno a spiegarlo ai turisti, quelli, storcendo il naso, sicuramente risponderanno: “Se volevamo andare in Croazia, non ci venivamo mica qui”. Benchè, se questo governo resisterà alle notti brave di Silvio, secondo noi la prima centrale nucleare la schiafferà in mezzo alla Puglia ambientalista di quel precisino di Vendola. Meglio una bella centrale in Puglia che un gay presidente. Ma siccome siamo nell’era del federalismo separatista estremo, mica siamo la Puglia noi? Intanto pensiamo a Campomarino Lido. E la soluzione ce l’ha offerta come la ‘Gradisca’ di Amarcord la signorina Charlotte Roche, scrittrice hard e nota in germania soprattutto per un diario di una diciottenne molto precoce. Al presidente tedesco Christian Wulff, lady Charlotte ha offerto una notte di sesso in cambio del veto alla legge sul prolungamento dell’attività di 17 centrali nucleari in Germania deciso da Angela Merkel. La hot news è ovviamente su tutti i quotidiani europei di oggi e mi è venuto da ridere. In Italia abbiamo Silvio Berlusconi, mica un tedesco bacchettone qualunque e il Molise è salvo! Con tutte le patane turchesche che abbiamo, vuoi che non lo convinciamo subito? Quando lo capiranno che nulla si spreca in questa regione lungimirante e all’avanguardia!
La riflessione seria http://tintarelladiluna.blog.tiscali.it/2010/11/12/aiutiamo-il-veneto-e-le-sue-popolazioni-colpite-dall%e2%80%99alluvione-inviamo-sms-al-n%c2%b0-45501/
Trent’anni fa il terremoto dell’irpinia
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=382144
L’odore di morte si sentì subito. Le urla dei sepolti vivi, anche. Un minuto e venti secondi bastarono per uccidere 2735 persone e per ferirne 8848. La forza del terremoto del 23 novembre del 1980, che nell’epicentro raggiunse il nono-decimo grado della scala Mercalli, sconvolse l’Italia intera. Quasi settecento i comuni coinvolti, nel cuore della Campania, soprattutto, nell’Irpinia come nel Salernitano, ma anche della Basilicata e del Molise. Un dramma senza fine, che è continuato: per decenni
Quest’anno è il trentesimo anniversario di un’ecatombe della quale bisogna cercare di trarre conclusioni e tirare le somme, senza dimenticarne le storie.
In Basilicata – sul territorio lucano il terremoto causò 140 morti – la ricostruzione del patrimonio edilizio abitativo ha raggiunto l’80 per cento circa, con la «punta» del cento per cento a Balvano (Potenza), uno dei Comuni più colpiti dal sisma (dove morirono 77 persone), e la consegna di tutte le abitazioni agli sfollati o a chi aveva perso l’unica abitazione di proprietà. Secondo i dati forniti dalla Regione, quindi, la ricostruzione è terminata per tutti quei lucani costretti a lasciare le loro case per i danni del terremoto del 23 novembre 1980 (che causò anche circa 300 feriti e oltre 40 mila senzatetto, su una popolazione inferiore ai 600 mila abitanti), e in un terzo dei nove comuni dichiarati «disastrati», dove le scosse resero inagibile il 60 per cento del patrimonio abitativo; otto case su dieci sono state invece ricostruite nei centri «gravemente danneggiati».
Dal 1980 la Basilicata ha ricevuto complessivamente 4.800 miliardi di lire (circa 2,4 miliardi di euro) per le abitazioni, e dal prossimo riparto di nuovi fondi dovrebbero arrivare altri 12 milioni di euro: una cifra, quest’ultima, «nettamente inferiore al fabbisogno» poichè, fanno sapere dalla Regione, c’è da aggiungere al conto anche il meccanismo dell’aggiornamento dei costi dei materiali e delle attività edili per quelle opere non ancora completate. «Occorre un colpo di reni – ha spiegato l’assessore regionale alle infrastrutture, Rosa Gentile – perchè molto è stato fatto nell’azione di recupero del patrimonio abitativo, ma forse qualcosa si può ancora fare sia per la semplificazione burocratica, sia per il finanziamento della conclusione delle opere».
Accanto ai finanziamenti per le case, la Basilicata ha ottenuto circa 13 mila miliardi di lire (circa 6,7 miliardi di euro) per l’insediamento di nuove industrie, tra cui la Ferrero, che ha aperto uno stabilimento a Balvano (Potenza): «Il terremoto – ha evidenziato l’assessore regionale alle attività produttive, Erminio Restaino – ha consentito alla Basilicata di vivere una stagione nuova in campo industriale. È stata un’esperienza che presenta ancora luci ed ombre, che non deve essere considerata solo per i suoi aspetti negativi».
Il corsaro è un eroe violento e senza regole ma non per il proprio interesse. La sua funzione ‘piratesca’ viene esercitata a vantaggio e per conto di un governo.
Una figura leggendaria ma di storicamente era di un governo, una sorta di idealista mercenario. Difendendo gli interessi e i beni dello Stato a cui era legato riceveva la nomina di combattente attraverso un documento detto, appunto, lettera di corsa, e la bandiera. Poteva rapinare solo navi mercantili nemiche, o uccidere solo in battaglia.
La “lettera di corsa e rappresaglia” era un’autorizzazione del sovrano, concessa al proprietario di un mercantile, con la quale si prevedeva che, nel caso in cui la nave fosse rapinata il mercante potesse reagire attaccando a il nemico assaltatore. La qual cosa divenne utile per boicottare i commerci delle potenze rivali in tempo di guerra. Molte navi corsare furono armate e finanziate da società private.
Salgari al suo Corsaro Nero affiancò il Corsaro Rosso e il Corsaro Verde.
Al Cosib di Termoli sembra di assitere ad una bella battaglia fra corsari. Il Corsaro Nero, perchè poco visibile. Il Corsaro Rosso, il cui governo è se stesso e per conto di sè agisce e reagisce, e il Corsaro Verde, che combatte per lo stesso governo del Corsaro Nero ma è più allegro e meno ombroso. La nave del Corsaro Nero è il Cosib. Quella del Corsaro Verde è Termoli. Quella del Corsaro Rosso è l’Unione dei Comuni del Basso Biferno. Ma è una battaglia di terra e di acqua dolce, non di mare. E alla fne, comunque vada, vince sempre l’armatore
La battaglia
TERMOLI. Contrattaccano i sindaci del comitato direttivo del Cosib dopo l’ultimo consiglio comunale a Termoli.“Il documento approvato all’unanimità (ad esclusione del consigliere Gatti che non ha partecipato al voto) dal consiglio comunale di Termoli nella seduta del 10.11.2010, rappresenta la cartina di tornasole di un quadro di palese approssimazione politica.
Infatti, gli unanimi consiglieri comunali, pur conoscendo ormai a menadito i fatti relativi alla vicenda dello smaltimento dei rifiuti provenienti da fuori regione presso il depuratore del Cosib, tanto da dibatterne ripetutamente e con evidente fervore, si ostinano a dichiarare il falso assumendo che l’amministrazione di Termoli non condivide la scelta di potenziare l’impianto di depurazione e quindi il suo conseguente uso per lo smaltimento dei reflui industriali provenienti da altre Regioni fatta dal direttivo dell’ente di cui sono rappresentanti i sindaci dei comuni di Campomarino, Portocannone, San Giacomo, San Martino e Guglionesi (relata refere).
E’ acquisita certezza, finanche, al ‘quisque de populo’, che il Comitato direttivo, composto dai sindaci dei comuni di Campomarino, Portocannone, San Martino e Guglionesi, non ha mai autorizzato lo smaltimento di rifiuti provenienti da fuori Regione, per cui il documento politico approvato, non può che contenere, per le ragioni rappresentate, una evidente quanto grave falsa affermazione.
Appare oltremodo evidente, nella migliore delle ipotesi, che ai consiglieri del comune di Termoli non è ancora chiaro quali siano le competenze e quali siano state le procedure che hanno condotto il Consorzio ad autorizzare lo smaltimento dei rifiuti provenienti da fuori regione, presso il depuratore di proprietà.
Inoltre, il medesimo documento politico, approvato all’unanimità, assume, solo per utilizzare un eufemismo, connotati di incredibile paradosso politico, laddove chiede che si annulli la decisione assunta sull’utilizzazione del depuratore del consorzio per lo smaltimento e la depurazione dei reflui industriali di provenienza extraregionale (relata refere) con ciò significando che il depuratore del consorzio può tranquillamente continuare a trattare il percolato proveniente da fuori regione essendo questo rifiuto non di certo industriale e che, per tale guisa, risulta essere stata quanto mai opportuna ed efficace la delibera del comitato direttivo che approvava l’atto di indirizzo, inviato agli uffici preposti, finalizzato ad una possibile e momentanea sospensione della depurazione dei rifiuti liquidi speciali provenienti da aziende esterne all’agglomerato industriale.
Da ultimo, ma non per ultimo, si evidenzia come, da parte de membri del comitato direttivo, come sempre sostenuto in occasione di incontri con il sindaco Di Brino, nulla osti alla rappresentanza di Termoli anche da subito nel medesimo organo direttivo, ma che tale scelta politica possa essere assunta, da una parte, solo quando i rappresentanti del Comune di Termoli decideranno di sedersi a discuterne con gli altri rappresentanti istituzionali e, dall’altra, solo e quando a tutti i comuni coinvolti nelle scelte sarà garantita un’adeguata rappresentanza territoriale e politica”.
DI BRINO AI SINDACI DEL COSIB: “AVETE OFFESO TERMOLI”Termoli. “Una pubblica offesa istituzionale alla nostra città”: così il sindaco di Termoli Antonio basso Di Brino definisce il documento odierno dei 4 sindaci del Direttivo del Cosib che hanno messo in evidenza imprecisioni e falsità nell’ordine del giorno approvato dal Consiglio mercoledì scorso. «Il documento da loro prodotto – dichiara il primo cittadino di Termoli riferendosi a Facciolla, Cammilleri, Mascio e Antonacci – non è solo una pubblica offesa istituzionale, ancora prima che politica, alla nostra città ma in tutta evidenza è una inaccettabile ingerenza nella libera determinazione del Consiglio Comunale di Termoli. Consiglio che ha votato all’unanimità un ordine del giorno il cui contenuto è chiaro, condiviso dalla totalità delle forze politiche in esso rappresentate e dell’intera comunità di Termoli che esse rappresentano. Espressioni come “l’approssimazione politica, l’ostinazione a dichiarare il falso, le false affermazioni, l’ignoranza sulle competenze, il paradosso politico” che ci vengono rivolte non sono degne di un confronto politico e a maggiore ragione non possono essere sopportate nel contesto di un documento istituzionale e pubblico». Di Brino attribuisce alla perdita di autorevolezza istituzionale e di peso politico di Termoli nel corso degli ultimi anni le cause delle affermazioni fatte dai quattro sindaci, alle quali «non risponderò con la durezza e l’asprezza che queste affermazioni meriterebbero per il rispetto che porto ai cittadini dei Comuni di Campomarino, Guglionesi, Portocannone e San Martino in Pensilis».
«Il confronto e la crescita del territorio del Basso Molise resta però il frutto di una collaborazione di diverse comunità che non possono essere aizzate l’una contro l’altra per evidenti e miseri interessi politici o personali. Quando si perde il senso del ruolo che si è chiamati a ricoprire si può facilmente cadere in imbarazzanti situazioni come questa. Chi è più grande, chi ha maggiore responsabilità, chi rappresenta un maggior numero di individui, interessi e istanze ed è portatore di valori come il rispetto, la collaborazione e la pacatezza non solo sbandierati, ma davvero vissuti come fondanti la propria azione politica, ha però il dovere di far prevalere la consapevolezza del proprio ruolo all’impulso della reazione d’istinto. Questa Amministrazione saprà avviare quel percorso, che nel tempo necessario al suo corretto svolgimento, riporterà il Cosib ad avere un direttivo equilibratamente composto e davvero rappresentativo della realtà demografica, economica e territoriale del Basso Molise. Ne abbiamo il diritto, ne abbiamo la forza, ne abbiamo l’autorevolezza». Tuttavia Di Brino chiude con un ammonimento che ha il sapore di un aut-aut: «Certo è che ai tavoli dove i rappresentati dei cittadini di Termoli saranno chiamati a costruire questo percorso potranno sedere solo rappresentanti di altre Istituzioni che sapranno riappropriarsi della dignità che quel ruolo loro impone e che oggi hanno perso».
E poi arriva il Corsaro Grigio
da Termoli on lineemanuelebracone@termolionline.it
TERMOLI. L’onorevole Remo Di Giandomenico, capogruppo dei Popolari Liberali in consiglio comunale a Termoli, a distanza di cinque anni, vuole consumare una fredda vendetta politica contro il presidente del Consorzio industriale della Valle del Biferno, Antonio Del Torto.
All’insediamento di quest’ultimo come vertice del Cosib, nel febbraio 2005, si ebbe una lotta strenua e senza quartiere tra due componenti per la supremazia nel comitato direttivo, che vide soccombere proprio la linea portata avanti dall’allora sindaco di Termoli e deputato Udc.
Uno strappo durissimo, mal digerito dall’ex leader in Molise della formazione di Casini.
Ebbene, dopo un lustro, le ultime vicende legate alla gestione dell’impianto di depurazione consortile, hanno fatto agire Di Giandomenico, che dopo aver avuto gli accessi agli atti in qualità di consigliere comunale, ha preparato e presentato, venerdì scorso, una proposta di modifica al documento di indirizzo politico che sarà portato in discussione nel consiglio comunale di mercoledì prossimo.
Una miccia in un’assemblea che già si prefigura detonante sotto il profilo della dialettica e non solo.
L’assise civica, come è noto, è stata richiesta dal centrosinistra, dopo la prima idea dello scorso 19 ottobre lanciata da Erminia Gatti, nel frattempo divenuta leader molisana dell’Api di Rutelli.
Ma qual è questa proposta?
Per Di Giandomenico, il consiglio comunale dovrebbe esprimersi a favore del commissariamento della presidenza del Cosib, e al posto di Antonio Del Torto, l’incarico commissariale andrebbe affidato pro tempore, sino a risistemare gli equilibri in seno all’ente di contrada Pantano Basso, niente meno che al sindaco di Termoli Basso Antonio Di Brino.
Una mera provocazione o c’è un disegno strategico per portare scompiglio in maggioranza?

Costa solo due euro e vale due principi fondamentali: 1) il Molise è un posto civile. 2) Non siamo tutti ‘ladri di fondi pubblici’ e sappiamo bene, noi lo sappiamo, quanto facciano male le mani e le gambe a quella gente che spala e difende le case che ha costruito col lavoro. L’alluvione del Veneto ha travolto di fango oltre 9mila imprese, delle quali 24mila artigiane, con almeno 65mila dipendenti, e alcune sono distrutte completamente. Il nostro terremoto ha abbattuto più case di pensionati che tetti di aziende. E sicuramente, in proporzione, il Veneto, da fermo, perde più soldi del Molise. Noi, purtroppo, abbiamo perso i bambini. Ma quei lavoratori immersi nel fango chiedono le stesse cose che chiedevano i molisani: soldi e tempestività. Eppure, devono considerarci proprio dei buzzurri questi comunicatori di ultima generazione! L’improvvisazione dei mezzi di informazione dà i brividi e annuncia una radicalizzazione becera, da dare in pasto al popolo con le forche. ‘L’ultima parola’, programma di Rai 2 condotto da Gianluigi Paragone, nella puntata del 12 Novembre offre un esempio avvilente di come si possano raccontare i fatti svuotandoli dei presupposti. Paragone apre la puntata con un commento che sembra mio zio muratore che bestemmia al bar: “Il sud urla e brucia bandiere per la monnezza e tutti lo ascoltano. A nord affondano le aziende e a nessuno importa. Sono ricchi, e se le pagassero da soli le case nuove”. Spiega che questa è ‘la retorica solita’ e lascia scivolare col sorrisetto ammiccante di chi la sa lunga, che è una retorica molto vicina alla realtà. Quello che vedo io è che a furia di cavalcare tigri il cervello s’è disperso nell’aria. Il Veneto ha quattro ministri, tanto per cominciare; la disattenzione mediatica, da che mondo è mondo, dipende da chi i media li gestisce e confeziona i palinsesti, non dai meridionali che a casa, forse, volevano sapere e non hanno saputo. Il sud ha ignorato l’alluvione del Veneto? Il sud? L’hanno dimenticato Berlusconi e Bossi, che sono arrivati lì otto giorni dopo. L’ha dimenticato Fini, che ha aperto la convention del nuovo partito parlando di Pompei e di Ruby, ma non dell’alluvione. E le televisioni, che parlano tutto il giorno di zoccolume e di chiacchiericcio da servette ottocentesche, non gli operai del meridione o gli extracomunitari sulle gru. L’hanno dimenticato i cialtroni che si ingozzano degli abusivismi e dei disboscamenti che poi producono alluvioni e tragedie. Proprio a noi vengono a dire che non ci interessano queste cose? Ma tutti insieme, nel circo della disinformazione, danno la colpa ai fessi di sempre, noi. E bravo anche il cattolicissimo Formigoni: “Il dato certo è che il Nord manda a Roma 7 volte quello che riprendiamo. Non siamo piagnoni benchè il Veneto sia stato abbandonato”. Utilizza bene i minuti in video per farsi la sua personale campagna elettorale di fronte agli alluvionati con i mantelli di plastica gialla e gli stivaloni zuppi di fango. Quando si parlò di nucleare disse che si, certamente era d’accordo, ma mai in Lombardia. E uno. Quando parliamo di monnezza il brontolio della piazza leghista rilancia che a Napoli fanno solo ammuina e balletti mediatici. E due. E’ così che si inaugura il peggiore separatismo: noi abbiamo già dato e voi dovete continuare a fare il sud barbone. Alla faccia dei fatti e delle colpe vere. Questo sbarco dei Mille al contrario sembra un teatrino dei luoghi comuni ma è pericoloso. Per fortuna c’era Mentana, che almeno due o tre cose serie le ha dette. Il Veneto ha avuto danni per 840 milioni alle opere pubbliche con 121 comuni allagati. Berlusconi ha messo a disposizione 300 milioni di euro. 700 milioni sono resi disponibili dalle banche. La gente rumoreggia e dice no: “Siamo aziende disastrate e non possiamo permetterci gli interessi”.
Il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, tenta di intercettare ‘il ventre’ della piazza ma poi dice la verità. Si appella al numero per le donazioni, il 45501. Al Governo chiede che i soldi siano certi ma è prudente e non morde la mano di Berlusconi. Alla fine, chiede onestamente aiuto della gente comune, all’Italia, l’unica certezza rimasta a chi ha un po’ di buon senso. Noi, dal Molise, lo invieremo quel messaggino. Perché sappiamo che Luca Zaia, commissario del suo terremoto, farà gli stessi errori del nostro, nel tentativo di rispondere in modo sensato alle domande difficili della sua terra. E abbiamo anche capito che sa quanto sarà difficile recuperare cifre astronomiche, tant’è, conta anche su di noi, molisani, aggrappati ai finestrini di un Paese vilipeso dai furbi e dagli ingordi ma che è ancora pieno di persone per bene. In un raffazzonato esempio di informazione all’acqua di rose, in cui i fatti si buttano e le spine servono a far alzare la voce, arriva Vinicio D’Ambrosio da Campobasso, rispettabilissimo portatore di cifre ma utilizzato, ancora una volta, per stringere il cappio a questo Molise che si accontenta delle briciole e delle favole ideologiche. E, giù, con le patate turchesche, i musei della zampogna e i parchi del sorriso.
Il parco del sorriso che volevano realizzare quei ragazzotti di Ururi è un vecchio progetto, in realtà, molto precedente al terremoto. Si chiama ‘Morunni’, titolo di un’opera scritta da Luigi Incoronato, grandissimo scrittore amico e contemporaneo di Luigi Campagnone, di Domenico Rea, Michele Prisco, amato persino da Montale. Molti anni fa una legge europea finanziava progetti di promozione territoriale e si potevano realizzare percorsi letterari nei luoghi d’origine degli scrittori, riproducendo gli itinerari citati nei libri. Il progetto ‘Jovine’ scalzò, giustamente, il progetto Morunni visto che Jovine identifica il Molise più di chiunque altro. Il problema fu che lo si voleva per forza collocare a Guardialfiera. Alcune delle ambientazioni evocate nelle sue pagine sono ad Isernia e la forzatura venne considerata improponibile. Sarebbe stata una proposta turistica per utenti colti, e non si poteva certo condurli lungo sentieri fittizi. Ma, benchè fosse sbagliata la location, qualche soldo forse arrivò, almeno all’inizio.. Molti milioni di lire che con disinvoltura si chiedevano per una rievocazione dei luoghi di Jovine in un posto diverso da quello descritto da Jovine. Mi verrebbe da dire, se non fossi indegna di Pasolini, ‘io so i nomi’. In ogni caso, quasi come per Jovine, si continua a raccontare una balla.
I soldi pubblici del terremoto sono stati usati per il cratere e non sono bastati. In quella fase, e non potendo fare diversamente, sono stati utilizzati i fondi por-fas, che non sono stati sparati a mò di neve su Isernia o sull’alto Molise sottraendoli ai terremotati. Semmai, proprio perché c’era stato il terremoto, si è cercato un fondo disponibile ma distinto con cui non si poteva finanziare la ricostruzione ma il rilancio produttivo. L’art.15 non è una borsa scippata al terremoto ma un canale parallelo che il governo regionale ottenne, sudando parecchio, di poter utilizzare subito, proprio facendo leva sull’emergenza. Si tratta di un finanziamento contemporaneo ma non sovrapponibile e tantomeno modificabile nella destinazione. Ed infatti, è stato elargito a tutte le aziende che hanno presentato progetti. L’art.15 non è un provvedimento d’emergenza ma mette in circolo denaro che in quel momento avrebbe aiutato anche il cratere. E se dal cratere fosse arrivato un bel progetto di una cooperativa di giovani, di tecnici, chessò, di un’impresa per ricostruire case, e chi lo poteva impedire? Sono arrivati progetti per parchi del sorriso e musei del profumo. Si potevano bocciare e i soldi sarebbero tornati indietro. Non sono stati tolti a chi voleva fare cose diverse o più utili, sia chiaro, una volta per tutte. Inoltre, la patata turchesca non è una cretinata. E’ un programma scientifico attuato dal comune di Pesche con l’Università.
Se dal Basso Molise, per esempio, fossero arrivate richieste per la rivalutazione del grano Cappelli, o per il rimboschimento o per lo studio della salute del Biferno, sarebbero stati finanziati. Se da Larino fosse arrivato un progetto pubblico o privato per costituire un centro sanitario per le calamità, se dai comuni del cratere avessero chiesto il finanziamento per un’ambulanza, dico per dire, forse sarebbe stato valutato più pertinente rispetto al parco del sorriso. Abbiamo avuto a disposizione uno strumento avanzato di iniziativa autonoma e siamo rimasti un po’ spiazzati. Non era il governo regionale che poteva indirizzare o sindacare sulla qualità dei progetti, ammesso che fossero inutili per l’economia locale. Io non credo neppure che sia davvero così. La sberla a cui si sta dando la sola guancia che ci rimane è un odio utilitaristico tra nord e sud che gli ingenui molisani sembrano non cogliere, storditi forse dall’equivoco che abbattere un governo significherà sostituirlo.
A Nord, d’altra parte, i politici sono nello stesso imbarazzo e rimestano nella palude degli steccati o del capro espiatorio salvifico. Ma si sta preparando qualcosa di molto più devastante. Avverto l’allarme e mi rendo conto che pur di dar torto al potere, vorrei tacere, per una sorta di malafede iconoclasta. Mi frulla nella testa, con orrore, una puntata di Maurizio Costanzo in cui c’era Falcone. Cuffaro, dalla piazza, lo accusò di danneggiare il turismo della Sicilia con le sue inchieste. Una pagliacciata infame per confondere le idee. E quella immagine mi ricorda che io non faccio il pagliaccio negando la mafia. Qui parliamo d’altro. Dobbiamo, ora o mai più, sottrarci all’improvvisazione banditesca e non giocare con lo Stato e la sua impalcatura. E’ bene ricordare, anche, che la Basilicata, dopo 30 anni, aspetta ancora di ricostruire le case, crollate nel terremoto dell’Irpinia del 1980. In Umbria è lo stesso. A noi promisero e non poterono più dare, ma l’art, 15 non ha lasciato la gente nei prefabbricati. Ha solo fatto ripartire aziende, negozi, comuni e con soldi a ciò destinati e non alla ricostruzione. Chi li ha usati male ne renderà conto, finchè questo Paese avrà una legge. Ma il principio era corretto ed era in linea con quel pragmatismo del nord che avevamo sempre invidiato. Andare in bocca alla balena leghista a dire che siamo brutti sporchi e cattivi ci fa sperperare uno sforzo che poteva davvero cambiare le teste. Fossimo stati milanesi ci avrebbero lodati per la prontezza di riflessi.
Mentre continuiamo a vagare, come frati questuanti nella tempesta, con le delibere in mano, i ricchi speculatori di ideologismi, forti del loro acritico analfabetismo politico, verranno e ci diranno: avete sprecato impunemente soldi nostri, avete il coraggio di chiederne ancora? Lo dite voi, proprio voi. Bene, allora pigliatevi la monnezza, le scorie nucleari, le centrali e state zitti. Ecco, questo è il Molise che i paladini della giustizia stanno contribuendo a costruire. Quando avranno abbattuto il mammuth dello statalismo sannita, il nord ci manderà un bel regalino di ringraziamento: ‘Il resto di niente’, come quello dell’Eleonora Pimentel della Rvoluzione napoletana del 1799. Li vedo, i nuovi rivoluzionari, urlare inutilmente contro i liquami e contro l’uranio. Eravamo in trecentomila, giovani e forti..
La grande paura, dal dopoguerra, da quando abbiamo imparato che il benessere costa e che divora l’ambiente, sono i rifiuti. E’ nelle discariche che si annida l’ingordigia di denaro che non si ferma neppure di fronte alla leucemia dei bimbi, al cancro di giovani mamme. C’è, ed è ampiamente documentata, una struttura verticistica della criminalità che ‘risolve i fastidi’ alle grandi industrie scaricando acidi, arsenico, metalli, residui chimici a costi convenienti, o forse semplicemente secretando sostanze che le alchimie del consumismo non hanno ancora imparato a gestire e le ignorano. L’opinione pubblica, pur sensibilissima ai pericoli visibili, non riesce a valutare razionalmente il percorso di tutto quello che il mondo contemporaneo produce, acquista, consuma, butta. Reagisce solo quando sente materialmente l’odore cattivo di ciò che non si è riuscito a interrare. Eppure c’è. Se butto 10 bottiglie a settimana di plastica devo sapere che quella plastica finisce nella spazzatura, moltiplicata per tutte le persone che come me fanno altrettanto. E l’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del terreno comincia già quando quelle bottiglie vengono create. Ma quando le discariche si riempiono, il ciclo del benessere si inceppa e ci torna sulla faccia, nel naso, sotto il terreno dove camminiamo tutto quello che abbiamo buttato. Dopo l’esasperazione dei cittadini di Terzigno si discute di inceneritori, che non sono il male assoluto ma pongono un nuovo problema: sono macchine per produrre energia dai rifiuti, non semplicemente smaltitori. Tendiamo a immaginarli come provvidenziali aspirapolveri che riportano ordine nel caos dell’immondizia che travolge il mondo. Un inceneritore non sopravvive solo il tempo necessario per ‘digerire’ tutta la spazzatura che avanza ma avrà sempre bisogno di esserne alimentato. Creare un circuito che spinge la produzione di rifiuti invece che limitarla conduce, inevitabilmente, al corto circuito ambientale. La piccola, immensa soluzione sarebbe la raccolta differenziata. Pare non sia miracolosa, ma sicuramente fa meno male dei fumi della combustione e dei liquami delle discariche. Efficace anche politicamente, rispetto a smaltimenti e incenerimento, perché non ha problemi di dissenso e richiede manodopera, sminuzza l’economia in mille piccoli rivoli accessibili a tutti. Con poco investimento una piccola comunità genera lavoro non altamente qualificato e quindi in loco. A Termoli ci siamo spaventati molto perché al Cosib sono arrivati rifiuti da altre regioni e il presidente Del Torto ha spiegato, dopo l’inchiesta di primonumero.it, di Michele Mignogna e Monica Vignale, che, pur in una rete legale di controlli e di sicurezza sanitaria e ambientale, sono serviti a ‘fare cassa’. Il problema è che è accaduto senza che la gente lo sapesse. E’ vero che discutere pubblicamente di rifiuti rende impossibile qualunque decisione necessaria, se anche lo fosse: nulla di più semplice, in un contesto politico che procede a mò di slogan, che strumentalizzare, fomentare, utilizzare a vantaggio degli uni o degli altri un tema che alza la temperatura solo a nominarlo. Ma il silenzio è eticamente e formalmente vietato sia ad un ente pubblico che alle aziende private; tutto è pubblico quando parliamo di rifiuti o di produzioni pericolose: è pubblico il territorio, è pubblica la salute, la sicurezza, il diritto di sapere. Se, volendo credere a Del Torto, è stata una scelta economicamente corretta, e senza produrre danni all’ambiente, perché no? E perché non dirlo prima?
C’è poi un dato: smaltire rifiuti illegalmente è un business implicito, è più che mai miliardario; proprio perchè è capzioso il reticolato di burocrazia che lo soffoca, agire illegalmente è paradossalmente più semplice che voler essere onesti. Sarebbe talmente ovvio stabilire che un ruolo isitituzionale pubblico è del tutto incompatibile con l’amministrazione di un’azienda privata di quel tipo. Ma, soprattutto, se smaltire legalmente è il capitolo di spesa più pesante di un’azienda non serve la repressione. E’ l’economicità che favorisce la scelta. Un po’, mi si consenta l’azzardo esemplificativo, come con la droga: il prezzo è alto proprio perchè è illegale. E dove il rischio è alto, sguazzano i pesci temerari.
Però, c’è un aspetto più minimalista. Immaginiamo la minaccia ambientale sempre studiata a tavolino dai potenti della terra. E invece dovremmo preoccuparci anche di canali meno appariscenti, senza i quali i potenti apparirebbero per quello che sono, quando lo sono: lestofanti acculturati. In questo si annida un ulteriore pericolo: vi ricordate i corvi di Falcone? Vi ricordate come fu facile sollevare il sospetto che fosse dentro chissà quale porcheria?
Dei traffici illeciti di rifiuti, quelli pericolosi, ho un’idea meno raffinata. In un contesto debole, in cui il ricatto non avviene fra uno scemo in gessato che ti punta la pistola e un povero cittadino onesto ma, fra ruoli frastagliati, fra individui che hanno si un potere ma sempre troppo parziale e sempre fragilissimo. Le piccole furbizie si sommano, ma i furbi non sono mai davvero collegati direttamente fra loro e l’azione di uno non incide più di tanto su quella dell’altro. Non è impossibile trovare personaggi poco visibili ma disposti a fare da intermediari o proprio da operai per una criminalità tutt’altro che coreografica. Persino senza sapere, realmente, dove arriverà e cosa colpirà la loro piccola parte di pietra da lanciare. Anche in Molise, come ovunque in Italia, ci sono imprenditori in difficoltà o semplicemente in affanno rispetto alle leggi del mercato vero. Basta avere mezzi di trasporto idonei o dimestichezza con i luoghi. I rifiuti possono passare sotterrati in un terreno, senza troppe scocciature burocratiche, inevitabili nelle strutture pubbliche e con l’interlocuzione diretta delle amministrazioni di ogni livello. Niente analisi, niente registri, nessuna tracciabilità di nomi, di aziende, di permessi o delibere. Certo, è più avvincente immaginare amministratori spericolati che fanno affari con la camorra o con chissà quali grandi meccanismi internazionali. Ma credo, purtroppo, sia persino più ovvio che le maglie della legalità si aprano dove nessuno guarda e quanto meno si abbia da perdere. Ho in mente un anziano contadino abituato a svegliarsi prima dell’alba che già vent’anni fa mi raccontava di cumuli maleodoranti scaricati in un torrente del basso Molise ogni volta che pioveva. Li portava un piccolo muratore di provincia che diventava ogni anno più ricco. Cominciava a piovere e arrivava quel camion, poi due, tre. A osservare la strana operazione c’era solo lui, seduto su un tronco, a fumare al buio. E non capiva perché la mattina i pesci galleggiavano e l’acqua del torrente diventava sempre meno limpida. Con il vantaggio che non c’era altro testimone che un anziano, del tutto inconsapevole.
http://www.primapaginamolise.com/detail.php?news_ID=36803&goback_link=index.php
Il presidente del Consorzio Industriale di Termoli Antonio Del Torto ha fatto sapere, con una nota stampa, che domani, 6 Novembre, berrà l’acqua del depuratore in presenza dei giornalisti. L’impianto è finito al centro di uno scandalo e tutte le parti politiche, compreso il Pdl di Termoli, con Di Brino a capo, gli hanno chiesto di fermare il traffico di rifiuti provenienti da fuori regione che finiscono nel depuratore di Termoli. L’ingegnere vuole così dimostrare che tutto è sotto controllo «bevendo un bel bicchiere d’acqua depurata», con un gesto esclusivamente simbolico. Per dimostrare quanto ‘sia cristallina’ l’acqua del depuratore del Nucleo industriale di Termoli e non per fare ‘acqua in bocca’; proverà così a dissipare una volta per tutte i dubbi sollevati sullo smaltimento dei rifiuti.
Cristiano Di Pietro, come Giamburrasca, gli manda a dire: “Preparate l’ambulanza! Presidente, faccia il serio!” A Del Torto diciamo che non faremo nulla per impedirglielo ma al tempo stesso vorremmo che dimostrasse in questo frangente, di avere un minimo di serietà. Parliamo di fatti gravi. parliamo di sospetta mancanza di rispetto delle regole e della possibilità che la camorra sfrutti, con il beneplacido di alcuni amministratori, il nostro territorio. Gli spot di Del Torto non ci interessano, le sue ridicole trovate non ci divertono. Le sue parole non placheranno la nostra voglia di arrivare in fondo alla triste vicenda del Cosib. Staremo a vedere cosa gli succederà dopo aver bevuto l’acqua del depuratore, ma mentre aspettiamo il commissariamento dell’ente, suggeriamo di prevedere ad un’ambulanza sul posto per un pronto intervento”. Così, Di Pietro jr.
Solo un dubbio, a margine di questo scambio di opinioni fra politici e parti in causa: se commissariano il Cosib, chi sarà il Commissario? E i rifiuti che eventualmente non arrivassero più a Termoli, che fine fanno?
CaterS
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Riferimenti
primonumero.it
http://www.primonumero.it/attualita/primopiano/articolo.php?id=7507

La Stampa è un quotidiano glorioso e serio e come succedeva ai contadini degli anni cinquanta col telegiornale Rai, ci verrebbe da dire: “Se lo dice La Stampa, è vero”. Due pagine intere con cui le cifre dello sfascio sono elencate con briosa fluidità, come parmigiano sulle parole: vicerè immaginifico, feudo, contado, terremotino, muro di gomma“. Rispetto alle inchieste sulla tirannia di Mastella in Campania c’è qualcosa di diverso, impercettibile ma diverso. Iorio, malgrado la parola ‘clientele’ sia ripetuta molte e molte volte, rimane quasi in penombra. Non lo si riesce a confondere del tutto con l’italietta gaudente e non lo si immagina mai col ghigno orrido di chi si è mangiato la terra del Molise e non smette di rovistarla. Benchè, allegramente e senza retorica, lo si ripete bene perchè non sfugga neppure al lettore distratto. Ma proprio non è credibile, Michele da Morrone, come l’imbroglione che canta mentre Roma brucia.
Fuori dal Molise, siamo il solito sud, democristiano e degenere, sempre con la mano tesa a pretendere carità che non si può più concedere. Dentro il Molise questa inchiesta, che dell’inchiesta non ha nè i toni nè i dati, sembra un po’, come dire, rilanciata a mò di secchiata d’acqua. Mi ha fatto pensare a zia Teresa quando lava il pavimento della cucina, a piano terra. Pulisce, strofina, lucida e poi, splash, butta l’acqua in strada, senza curarsi dei passanti. Malefico, magico, maledetto Sud. Il Molise, nella fiction dei meridionali profittatori ha il ruolo dell’infame. Non è mafioso, non è camorrista, non spara, non scioglie nessuno nell’acido. Un pacifico infame a cui la foga didattica del separatismo deve pur trovare una colpa per tagliarlo via dal nord. Non piacciamo al Polo Nord di Bossi e non siamo simpatici al Polo sud degli antiberlusconiani vendicativi ma nobilmente avvezzi alle ideologie. Idealisti del settore impiegatizio, siamo geneticamente programmati alla pausa caffè.
Michele Iorio è uno strano personaggio; nel PDL, nato nella Dc, addestrato alla pratica di don Sturzo più che alla grammatica di Tremonti: malarazza pura, ultimo esemplare vivente di politico per professione. Ecco perchè non piace a chi si è imprigrito e adeguato a parlare il dialetto delle istituzioni a tempo. Non ci si fida dall’alto ed è facilmente contestabile dal basso.
Di lui e dei suoi sprechi hanno scritto Caporale, Rizzo, e poi il taumaturgico Vinicio D’Ambrosio, evocato, intervistato, infatti, anche da Alfieri. Racconta del ‘muro di gomma’ contro cui ha dovuto dar capocciate, ignorato, dice lui. Nessun libro, come il Regno del Molise, è stato letto, presentato, divulgato, recensito e apprezzato criticamente così tanto. Semmai, ai muri di gomma, in Molise, non hanno mai sbattuto i giornalisti, gli ex politici, i dirigenti, gli amici o gli avversari. I rimbalzi toccano solo agli agricoltori, agli operai, agli studenti che tentano specializzazioni costose per esistere e competere, come fanno i figli dei milanesi o dei torinesi. Tant’è, il miglior tributo a Michele Iorio, lo dà proprio Alfieri quando scrive che “Nel frattempo da duplice commissario straordinario (terremoto e alluvione) il presidentissimo lavora al suo capolavoro: un programma pluriennale (votato con delibera nel giugno 2004 e istituito ex art 15) per rilanciare il sistema socio-economico della regione colpito. Un pacchetto omnibus su cui fa convergere un miliardo di euro di risorse. Da quel giorno non c’è comune, impresa, famiglia molisana che non ne sia stata beneficiata: le piazze dei paesi rifatte, le scuole di musica, il museo del profumo, la sanità foraggiata, il parco sentimentale, le consulenze d’oro e le assunzioni attraverso le controllate regionali, l’università, la Camera di commercio, i centri per l’educazione ambientale o Sviluppo Italia Molise”. Ecco, appunto. Quando la politica la facevano i ricchi illuminati che sapevano di dover creare opportunità per i poveri, in cambio di consenso ma anche di sopravvivenza dei territori, tutto questo si chiamava programmazione.
In Molise, il ‘terremotino’, ha ucciso, per colpe molto più bastarde e antiche di Michele Iorio. Colpe che affondano l’infezione delle clientele nella storia nota dell’Italia a due velocità e a mille paludi da guadare. Ma ancora una volta, la colpa deve avere un nome perchè sia funzionale ai cannibali che verranno. A nessuno importa in quale contesto e perchè per ‘fare’ devi concedere, mediare, persino subire. Io vorrei alternare gli elettori, non gli eletti. Meriterebbero, loro, l’esame severo di un’elezione al contrario. Raccontata così, la storia della cattiva coscienza del Sud non avrà mai fonte certa e vie di scampo. Tant’è, l’utile equivoco del cattivo e dei buoni si tradisce via via che il racconto, pur avvincente, si dipana: “I sindaci del cratere si dimisero per protesta con una clamorosa iniziativa“. E come no! Si dimisero per chiedere che la sospensione dei tributi continuasse ad oltranza. E contemporaneamente chiedevano fondi per le casse comunali vuote.
Poi arriva il vessillo ideale di ogni rivoluzionaria battaglia di liberazione, lo Zuccherificio del Molise. Milioni di euro per tenere in vita un mausoleo che ha garantito, e sia detto una volta per tutte, elezioni certe per chiunque, ma anche contributi certi per centinaia di lavoratori, e stipendi certi per ragazzi, per padri di famiglia. Io, nei giorni delle trattative contro la chiusura, ho assisito per caso e solo per qualche minuto ad uno scambio di sguardi tra i rappresentanti dei sindacati e Michele Iorio. La Regione Molise aveva tentato di chiudere quella partita. I sindacati, terrorizzati per se stessi più che per gli operai, urlavano fuori dai cancelli e fomentavano i lavoratori. Gioco facile, d’altronde. Un pacchetto di iscritti che da solo garantisce la sopravvivenza di un sindacato, più che il contrario. Certo, governare significa avere l’onestà di assumere decisioni giuste, non comode.
Nei due paginoni del quotidiano di Torino appare, come Mercurio alato, anche Astore e ri-parla di sanità e di clan familiari strategicamente allocati negli ospedali pubblici del povero Molise deficitario. Ma Peppino Astore, che gestì la Sanità molisana forse meglio di chiunque altro, sa bene che quando cominciò a parlare di tagli non fu rieletto. Oggi quella cordata, rinvigorita da innesti giovani, cerca di spingere verso un solo recinto i delusi, inneggiando all’onestà del rigore. E’ fumo anche quello; significa non dare nulla in cambio di tutto. E proprio come le promesse che non si possono mantenere, tradisce i buoni veri, la gente. Le ‘lacrime e sangue’ con cui ci si mette nella fila degli onesti non rispondono a nessuna domanda di chi le difficoltà le ha avute sempre e nessun governo le ha mai alleviate.
Non si tratta di rimbambire le masse con la disinformazione ma di offrire prospettive. Il Piano sanitario si doveva affrontare imponendo i ‘come’ non aspettando che Iorio fallisse. E vale anche per lo Zuccherificio. “Il reparto di Ostetricia raddoppiato per incanto” ha una storia lunga e complicata, che la Stampa non conosce, ma Astore si e avrebbe dovuto raccontarla meglio invece che scagionare il Governo centrale pur di dare addosso a quel cattivone del suo ex compagno di DC. Ed è una storia che anche Di Pietro, chissà, avrebbe potuto prevenire se non si fosse messo di traverso contro i Ds alle politiche del 2001. Il governo nazionale non è venuto dal nulla e a sinistra non si è fatta alcuna resistenza vera. Questa è una guerra di territori, di aria, di acqua e di paesaggi, non di liste. Immagino che il prossimo presidente, se non fosse Iorio, trascorrerà tutto il tempo del suo mandato a dire che ha ereditato le colpe di Michele Iorio. E nel frattempo, tra un bunga bunga e un Annozero, ci saremmo giocati la terra in cambio di saponette profumate. Spero, sinceramente, che il vento cambi ma che preservi le persone abituate a pianficare e tolga spazio, per sempre, alle improvvisazioni. A Michele Iorio consiglio, per nulla amichevolmente, di dimettersi. Mi piacerebbe tanto vedere, non di nascosto, la faccia che fanno gli indaffarati oppositori pensando che davvero è arrivato il tempo di trovare un lavoro, nel Regno del Molise.
di Marco Alfieri
inviato a Campobasso per La Stampa
1 novembre 2010
È una delle Regioni più piccole, più tranquille e anche più belle. Ma il Molise è pure la metafora dell’Italia che spende a piene mani il denaro pubblico.
Sul regno di Michele Iorio non tramonta mai il sole», ironizzano i detrattori. I possedimenti immobiliari della regione spaziano da Campobasso, a Roma (due sedi in via del Pozzetto e via Nomentana), al villino di rappresentanza di Bruxelles (554 mq nella centralissima Rue de Toulouse), fino alla «Casa Molise» di Moron (Buenos Aires), la dependance argentina inaugurata nel settembre 2008 con un viaggio costato alle casse regionali la bellezza di 80 mila euro. La flotta presidenziale invece era pronta in rada al porto di Termoli: una nave/jet da 8,5 milioni acquistata per collegare la cittadina adriatica con i dirimpettai ex jugoslavi.
Peccato che la scelta diretta del partner senza gara pubblica sia stata irregolare. Aliscafi Snav ha fatto ricorso e ha vinto. Frustrando i sogni di gloria del presidente armatore. Michele Iorio da 10 anni è il vicerè immaginifico del piccolo Molise (320 mila abitanti, un quartiere di Roma), la regione più sussidiata d’Italia. Anche se il suo potere camaleonte affonda al principio dei Novanta: prima sindaco di Isernia, il suo feudo, poi assessore regionale in quota centrosinistra, poi il ribaltone, la sconfitta in regione, una fugace apparizione in senato, il ricorso, e il rivoto vittorioso nel 2001 a capo di una coalizione berlusconiana, ma sempre con una avvertenza: in Molise Iorio è Iorio, non certo un di cui del premier.
Potere e consenso conquistato con capacità chirurgica, clientela su clientela. Si potrebbero scrivere interi libri sull’epopea di questo medico di provincia fattosi in poco tempo monarca assoluto dell’ex contado del Molise, staccatosi nel 1963 dagli Abruzzi nell’illusione di farsi mantenere in eterno. L’anno scorso c’ha pensato Vinicio D’Ambrosio («Il regno del Molise», edizioni il Chiostro). Il suo è un documento pieno di fatti e cifre, sprechi e scandali, mai smentiti dai protagonisti ma nemmeno ripresi dai media locali: «semplicemente snobbato, un muro di gomma»,commenta amaro D’Ambrosio. Per capire il Molise basta un numero: articolo 15. Lo chiama così chi prova a mettere in fila il sistema Iorio. Una tecnica nata dopo il «terremotino » del 2002. Il sisma colpisce 14 paesi vicini a Campobasso ma il presidente riesce ad estendere lo stato di calamità a tutta la provincia. Lo stesso farà qualche mese dopo con l’alluvione che colpisce il Basso Molise: emergenza spalmata su tutta la regione. Nel frattempo da duplice commissario straordinario (terremoto e alluvione) il presidentissimo lavora al suo capolavoro: un programma pluriennale (votato con delibera nel giugno 2004 e istituito ex art 15) per rilanciare il sistema socio-economico della regione colpito. Un pacchetto omnibus su cui fa convergere un miliardo di euro di risorse. Da quel giorno non c’è comune, impresa, famiglia molisana che non ne sia stata beneficiata: le piazze dei paesi rifatte, le scuole di musica, il museo del profumo, la sanità foraggiata il parco sentimentale, le consulenze d’oro e le assunzioni attraverso le controllate regionali, l’università, la Camera di commercio, i centri per l’educazione ambientale o Sviluppo Italia Molise. Fondi per le calamità usati per oliare il consenso e costruire clientele. Un miliardo gestito in house su cui la magistratura contabile chiede lumi da tempo e che ha finito per dopare un’intera economia già in difficoltà, dal pastificio La Molisana allo zuccherificio di Termoli all’ex impero Ittierre in amministrazione straordinaria. Lasciando il piccolo Molise in balia della bolla edilizia e dell’impiego pubblico.
Economia assistita più che produttiva. Con questo metodo clientelare, nel 2006 Iorio non rivince le elezioni, trionfa. Lo stuolo di auto blu e di carte di credito per dirigenti ed assessori, il personale in eccesso, la nuova facoltà di medicina aperta nel 2006 (a pochi metri dalla Cattolica), i viaggi all’estero (tipo per le olimpiadi del formaggio in Svizzera), le 18 commissioni consiliari tra ordinarie e speciali (ce n’è una sulla influenza suina) e una regione merchant bank che si occupa di produrre polli e zucchero, sono paradossalmente la sua forza. «Finché Berlusconi lo copre per via del voto regionale nel 2011, Iorio resta a galla ma le vacche grasse sono finite», ragiona Peppino Astore, senatore molisano ex Idv oggi nel gruppo Misto. «Per questo sta provando a dare la colpa al governo centrale che taglia i trasferimenti e lo mette sotto accusa per il deficit sanitario. Fa la vittima, il leghista al contrario». Sarò dura scalzarlo.
La sua è sempre stata una satrapia dolce, costosa ma avvolgente, consensuale, che si è mangiata pezzi di opposizione offrendo posti di sottobosco e che controlla molta stampa locale e soprattutto la tv principe, Telemolise (diretta dalla moglie di Ulisse Di Giacomo, coordinatore regionale del pdl), attraverso il meccanismo della pubblicità istituzionale per la promozione di progetti tipo «albergo diffuso» (306 mila euro di stanziamento nel 2009 più altri 190mila due settimane fa).
«Il Molise resta un quartierino asfittico in cui tutti si conoscono e in cui quasi tutti tengono famiglia», prosegue D’Ambrosio. Ad esempio Nicola Passarelli, ex presidente della corte d’appello di Campobasso,
appena andato in pensione è stato nominato assessore esterno alla Sanità. Tutto passa in cavalleria perché
l’andazzo va bene a molti. «Manca l’aul’autonomia della società civile, attaccata alla sottana di una politica che si è comprata il consenso di tutti», spiega Michele Petraroia, consigliere regionale del Pd. Potere e soldi senza responsabilità. «Solo che oggi con il federalismo fiscale è insostenibile», dice Sergio Sammartino
dell’associazione Majella madre. L’ex contado «non ha più i presupposti per restarsene da solo, bello e sussidiato.
Produciamo 30 euro su ogni 100 consumati ». E’ finita la pacchia. «Meglio tornare con i cugini abruzzesi». Nel frattempo i giovani scappano (il 50% dei laureati) e Campobasso e Isernia sono pieni di torsoli di cemento sconclusionato costruito qua e là, a sfregiare una regione bellissima e selvaggia…
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Ci viene in aiuto Eugenio Cirese, poeta dialettale molisano. E null’altro vogliamo dire se non condividere questo canto di Natale, nella neve del mondo
Lupe e cristiane pe’ la via d’Ascise
Pe chella via ogn’anne
m’arresce nnanze.
Sotto a ru capputtielle
lu munne mbraccia
e ‘n coppa a’ ru cascione
a piezze a piezze l’accumponne.
Lu bambenielle
da nnanze a la capanna ze l’abbraccia.
‘N copp’a la neve
pedate a fila a fila,
lupe e cristiane pe’ la via d’Ascise.
Passa la maiellese e le scancella.
(Eugenio Cirese, presepie inedito num. 4, gennaio 1954)
| L’Enel commissiona una relazione di 300 pagine per dimostrare che il nucleare è sicuro e le centrali sono un affare.
Lo studio, dal titolo emblematico “Il nucleare per l’economia, l’ambiente e lo sviluppo” (scarica il testo completo qui), presentato al meeting di Cernobbio del 5 settembre, è stato affidato da Enel ed EDF alla società di consulenza The European House-Ambrosetti e lascia subito perplessi, a partire dalla composizione del comitato di ricerca, nel quale compaiono: Fatih Birol, capoeconomista dell’Agenzia internazionale per l’Energia, Gianluca Comin, direttore delle relazioni esterne dell’Enel, Bruno D’Onghia, responsabile di Edf in Italia, Sergio Garribba, consulente del ministero dello Sviluppo Economico, i parlamentari Maurizio Lupi (vicepresidente della Camera dei deputati) e Nicola Rossi, il probabile presidente dell’Agenzia che dovrà vigilare sulle costruzioni nucleari, Umberto Veronesi, e il giornalista Carlo Rossella, in qualità di presidente della Medusa cinematografica (gruppo Fininvest). Dopo una serie di affermazioni puramente propagandistiche – tipo: “incidenti come quello accaduto a Chernobyl non possono più ripetersi” [pag. 6], o “il ritorno al nucleare può contribuire a rafforzare il peso geopolitico dell’Italia” [pag. 11] o, ancora, “l’impatto sull’ambiente e sull’uomo dei materiali radioattivi conservati è sostanzialmente nullo” [pag.21] – il documento affronta ripetutamente il tema nevralgico dell’opinione pubblica, reclamando una “scelta paese” che garantisca un sostegno completo e trasversale per il medio-lungo periodo, le cui necessarie condizioni di contorno siano: - istituzioni efficienti e credibili - quadro normativo e autorizzativo chiaro e certo - industria nazionale pronta - sinergie fra gli attori rilevanti (ricerca, industria, finanza, politica) - consenso e condivisione dell’opinione pubblica. Su quest’ultimo punto, il documento preannuncia un attacco a 360°. Lamentando una “diffusa ignoranza informativa”, la presenza nell’informazione di “opinioni e posizioni personali spesso ideologizzate e il “ventennio di oblio” seguito al referendum del 1987, Enel ed EDF chiedono che stampa e televisioni forniscano “informazioni necessarie per coinvolgere la popolazione fin dall’inizio del processo decisionale” perché è necessario “un elevato grado di consenso sociale”. Secondo il Rapporto, colpevoli della disinformazione sul nucleare sarebbero in primo luogo i giornalisti, che, nel quinquennio 2005-2010, avrebbero detenuto il monopolio sul tema (51%) e che lo avrebbero trattato per il 42% in modo sfavorevole. Il principale imputato è il TG3, accusato di essere la testata che più parla del nucleare ma in maniera quasi sempre contraria al suo utilizzo. Gli “esperti”, invece, sarebbero interpellati sporadicamente e solo in merito alle “presunte” criticità del nucleare. Per quanto riguarda i programmi televisivi, viene lodato “Porta a porta”, che avrebbe un taglio politico basato sulla “controversialità delle opinioni”, e duramente criticato “Report” (definito “programma di inchiesta nettamente antinucleare”), colpevole di aver riservato al nucleare più tempo di tutti (90 minuti) ma di aver impiegato l’80% di tale tempo a parlare di “smantellamento degli impianti, incidenti alle centrali, rischi ambientali e gestione delle scorie future”, temi che per gli estensori del documento devono evidentemente rimanere tabù. Non molto meglio si sarebbero comportati i politici candidati alle recenti elezioni amministrative del marzo 2010. In tale contesto, infatti, al tema del nucleare sarebbe stato riservato solo lo 0,6% della propaganda e la maggioranza dei candidati, “coscienti del diffuso pregiudizio tra gli elettori”, avrebbe espresso posizioni perlopiù contrarie al nucleare (46%) o neutre (10%). Per quanto riguarda la stampa, sempre con riferimento il periodo 2005-2010, la visibilità offerta al tema del nucleare sarebbe stata molto limitata ma un po’ più equilibrata, poiché la “tendenza all’ideologizzazione nell’esposizione delle notizie” sarebbe meno marcata, “al punto che l’orientamento prevalente […] sembra improntato alla neutralità (65%)”. Anche qui, però, ci sono buoni e cattivi. Il rapporto prende infatti in esame 3 quotidiani – “Il Sole 24 ore”, “La Repubblica” e “Il Corriere della sera” – mettendo in risalto come solo il primo “tende a mantenere una rappresentazione della posizione contraria al nucleare costante e a livelli minimi”. Le altre 2 testate, invece, dando “maggior spazio al dibattito politico” finiscono per dare voce anche “alle posizioni delle forze politiche contrarie al nucleare”. Soprattutto “La Repubblica” “presta particolare attenzione anche ai temi ambientalisti” e nel 2007 ha conseguito “un picco di avversità al tema nucleare pari al 27%”, avendo pubblicato una serie di articoli sul mancato rispetto del protocollo di Kyoto. Nel loro complesso, tuttavia, i quotidiani hanno il merito – secondo il rapporto Enel- di riservare alle questioni inerenti il rischio e gli incidenti solo l’1% della comunicazione, contro il 16% delle televisioni. Dicevamo, comunque, che le preoccupazioni maggiori per Enel ed EDF derivano dall’opinione pubblica. Secondo le statistiche GPF Monitor del 2009, il “60% della popolazione si dice poco o per nulla favorevole al nucleare”, e non rassicura il fatto che tale percentuale sia scesa oggi di un solo punto (59%). Qui giungiamo a uno dei passaggi chiave di tutto il rapporto: “L’attuale scenario di dibattito istituzionale diffuso, fortemente polarizzato e di forte incertezza presso l’opinione pubblica, mal si concilia con l’indirizzo fissato dal Governo di ritorno al nucleare”. Certo, “il paese sconta oltre vent’anni di informazione mancante o parziale sul nucleare e un retaggio negativo del passato, legato alle tormentate (?) vicende che con il referendum del 1987 hanno visto una rapida sospensione e uscita dell’Italia da tutte le attività di generazione nucleare”. D’altra parte, è ancora forte l’effetto Nimby, poiché nonostante la popolazione sia complessivamente conscia dei “vantaggi” del nucleare, “la localizzazione di centrali nucleari ‘vicino a casa’ desta ancora forti preoccupazioni nell’opinione pubblica nazionale”. Ecco che, quindi, occorre “contrastare la diffusione di disinformazione o di informazioni parziali che inevitabilmente causano il propagarsi di paure collettive, diffondendosi a grande velocità attraverso canali quali internet”. Con queste premesse, è lecito attendersi per i prossimi mesi una vera e propria occupazione manu militari dell’informazione pubblica, peraltro già iniziata, visto che “esperti” cantori del “rinascimento nucleare” (come il documento Enel pomposamente chiama il nuovo corso del governo Berlusconi) spuntano come funghi tra le pieghe dei palinsesti del monopolio RAISET. Quello che sconcerta è il tono da lista di proscrizione del documento, la sua faziosità e le larvate minacce rivolte all’informazione indipendente e alle comunità locali, che è lecito supporre saranno d’ora in poi nel mirino della lobby nuclearista. Aspettiamoci perciò un’accelerazione della propaganda a favore dell’atomo e un inasprimento dei toni da parte di un governo ormai in crisi profonda e pronto a giocarsi il tutto per tutto pur di far proprio il bottino nucleare. |
| C’è ancora chi si attarda a pensare che questo Governo non riuscirà a realizzare il nucleare e quindi la prende con calma. Errore. Mai sottovalutare gli avversari. In pochi giorni il nuovo Ministro per lo Sviluppo ha stanziato 2,4 milioni di euro per la costituenda Agenzia per la sicurezza e ha messo in moto la nomina dei suoi vertici. Senza Agenzia tutto è bloccato, ma con la costituzione dell’Agenzia il meccanismo si riavvia. I soldi sono pochissimi ma sufficienti per fare le nomine. La struttura dell’Agenzia è raccogliticcia (senza offesa per i futuri dipendenti) perché viene realizzata con il trasferimento di personale da Ispra e da Enea. In sostanza non si procede pensando a ciò che servirebbe, ma a ciò che è disponibile nelle strutture già esistenti. Non sono previste risorse finanziarie per assumere le competenze professionali necessarie e per il funzionamento di una struttura delicatissima come questa. Bene ? No, male perché è la conferma che le tecnostrutture delle aziende che vogliono realizzare le centrali nucleari in Italia avranno sostanzialmente campo libero nel fare le proposte di insediamento e nella loro esecuzione. La costituenda Agenzia per la sicurezza (con buona pace del prof. Veronesi) potrà solo mettere i timbri di consenso sulle proposte altrui perché non avrà le risorse umane e finanziarie per poterle valutare con l’attenzione che richiede una struttura delicata come una centrale nucleare. Le Agenzia di Francia, Inghilterra e Finlandia (paesi tutti nuclearisti) hanno dato lo stop, chiedendo modifiche di non poco conto, ai costruttori francesi della centrale in Finlandia perché hanno fatto coincidere il programma informatico di funzionamento con quello di intervento in caso di incidente, con il rischio evidente che se uno va il tilt può andare fuori uso anche l’altro. Al di là del prof. Veronesi, i cui meriti in altri campi restano immutati, la costituenda Agenzia per la sicurezza italiana avrà mai la forza di adottare un simile comportamento? Con questi chiari di luna evidentemente no. Come si vede questo è un discorso minimalista, perché il vero problema del nucleare è quello messo in luce dalla ricerca tedesca che ha messo in evidenza che le leucemie nei bambini nei pressi delle centrali aumentano fino a 3 volte e che anche i lavoratori e gli abitanti vicini subiscono danni alla salute non solo quando ci sono incidenti, che pure rerstano un grande problema, ma anche durante il normale funzionamento di una centrale, per le radiazioni che emette. E’ difficile capire perché una una persona come Veronesi, che ha speso la sua carriera per la tutela della salute delle persone, oggi si lasci andare a dichiarazioni oniriche come quella che il nucleare attuale è sicuro. Per di più trascurando fatti di grande portata come il decommissioning e le scorie radioattive che durano per tempi lunghissimi e quindi graveranno come una minaccia sulle future generazioni. Comunque ciò che conta è che il Governo tenta di rimettere in moto il progetto nucleare, confermando che la mole di affari che muovono le centrali nucleari è più forte di ogni ragionevolezza sui costi, che sono più alti delle fonti rinnovabili, sull’occupazione, che con le rinnovabili sarebbe almeno 15 volte il nucleare, sugli investimenti, che sarebbero minori con risultati migliori. Per non parlare della maggiore autonomia energetica nazionale che garantirebbero le energie rinnovabili. Tuttavia la scelta nuclearista, contro ogni ragionevolezza, è nel dna del Governo, è stata promessa da Berlusconi ai suoi partner italiani e internazioonali. Anche un possibile clima preelettorale non deve lasciare tranquilli perché se i provvedimenti attuativi della legge 99/2009 procederanno anche un Governo a Camere sciolte potrà procedere cercando di creare dei fatti compiuti per rendere sempre meno reversibile la scelta nucleare. Per questo la raccolta delle firme a sostegno del disegno di legge di inizativa popolare per le eneregie da fonti rinnovabili e il risparmio energetico è un no più forte al nucleare, perché dimostra che semplicemente non ce n’è bisogno. Mancano 5 settimane alla fine della raccolta delle firme, usiamole per dare il maggiore slancio possibile a questa iniziativa, in particolare il 6/7 novembre quando verranno ricordati in 100 piazze d’Italia i referendum che hanno detto no al nucleare 23 anni fa con una maggioranza schiacciante. Alfiero Grandi |
di Claudio Fava – 30 ottobre 2010
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| 2010-10-29 22:44:03 |
| di ANTONELLA OCCHIONERO* – Vista l’importanza dell’argomento per la salute dei cittadini e per la tutela del territorio, visto l’allarmismo scatenato in questi giorni si è pensato potesse essere utile, per capire quanto sta accadendo sul territorio del Basso Molise e principalmente sul territorio di Termoli, acquisire della documentazione. |
| Si è pertanto fatta richiesta scritta al Consorzio Industriale della Valle del Biferno di: - delibere relative agli investimenti (ampliamenti) dell’impianto di depurazione a partire dalla data dell’alluvione del 2003 ad oggi; - autorizzazioni regionali per l’impianto di depurazione e degli impianti di trattamento (compreso la determina dirigenziale n. 405 dell’8 ottobre 2009); - autorizzazioni allo scarico; - quantitativi, tipo e provenienza dei reflui e rifiuti trattati; - descrizione delle procedure di controllo dei rifiuti in entrata; - ruolo della Provincia e documenti di autorizzazione provinciale; - verbali di controllo ARPA, Provincia.La documentazione acquisita è messa a disposizione di tutti coloro che vorranno consultarla e si è ben lieti di fornire questi documenti a primonumero.it, che per primo si è interessato alla problematica con un inchiesta, se riterrà opportuno acquisire le informazioni in nostro possesso. In sintesi: il 31 luglio 2009 l’ing. Antonio Del Torto, nella qualità di Commissario Straordinario del Consorzio di Sviluppo Industriale della Valle del Biferno, inviava alla Regione Molise e per conoscenza alla Provincia di Campobasso, la richiesta di: - rinnovo dell’autorizzazione in essere (DD n. 28 del 8 marzo 2005) all’esercizio delle operazioni di smaltimento nell’impianto di depurazione consortile, per i codici CER di cui all’allegato; - indicazione in sede di rinnovo del volume complessivo autorizzato in luogo di specifiche quantità per ogni codice, come concesso ad altri gestori in nome di una maggiore elasticità di gestione; - l’eliminazione del divieto di smaltire i rifiuti speciali autorizzati, pericolosi e non provenienti da altre regioni in accordo con la più recente giurisprudenza (sentenza della C.C. n.10 del 20 maggio 2009).La Regione Molise con la determina dirigenziale n. 405 del 9 ottobre 2009, a firma del Responsabile del servizio, ing. Antonio Campana, determinava: - punto 4 che “l’autorizzazione è rilasciata per il trattamento massimo complessivo annuo di 180.000 mc di rifiuti non pericolosi e 10.000 mc di rifiuti pericolosi; - punto5: è possibile lo smaltimento dei rifiuti di provenienza extraregionale limitatamente ai soli rifiuti speciali; - punto7: l’autorizzazione è valida fermo restante il rispetto della disciplina degli scarichi contenuta nel d.lgs. 152/2006, e ferma restante la vigenza dell’autorizzazione allo scarico delle acque reflue, di competenza della Provincia di Campobasso; - punto 12: entro trenta giorni dalla notifica del presente atto il Consorzio dovrà provvedere al rinnovo della garanzia finanziaria prestata a favore della Regione Molise a copertura delle eventuali spese per danni ambientali derivanti dall’esercizio dell’attività autorizzata. - Punto 14: disporre la notifica del presente atto al Consorzio Industriale della Valle del Biferno, alla Provincia di Campobasso, al Comune di Termoli e all’ARPA Molise; - punto 15: contro il presente provvedimento è ammesso ricorso giurisdizionale al competente Tribunale Amministrativo Regionale entro sessanta giorni dalla notifica o ricorso straordinario al capo dello Stato entro centoventi giorni. E’ stato realmente notificato alla Provincia di Campobasso e al Comune di Termoli (Amministrazione Greco) questo atto dirigenziale? E in caso affermativo quali provvedimenti hanno avviato gli Enti a tutela dell’ambiente e del territorio, se di danno si tratta? Non è, quindi, stato scelto dai Sindaci il potenziamento dell’impianto di depurazione. Da quanto si è appreso, poi, i progetti in corso per l’impianto di depurazione fanno parte di un percorso individuato con un master plan e al momento consentiranno la realizzazione di un digestore anaerobico. *segretario del coordinamento territoriale del Basso Molise del PD |
SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!
I parametri di ‘alta complessità’ (case mix) e gli standard di eccellenza delle cliniche universitarie. Proviamo a ragionare di salute e di economia sanitaria, senza pregiudizi e senza entusiasmi. Cattolica e Neuromed leggermente al di sotto dei parametri ma i criteri prevedono anche la ‘non genericità’ delle prestazioni proprio perchè non si sovrappongano a servizi già presenti sul territorio
Per non sbagliare, chiediamo aiuto ad Ippocrate, e chi più di lui? ”
I tagli imposti dal riordino, accolti come evento improvviso e non con la necessaria, progressiva strategia di pianificazione sul territorio, porteranno caos nella gestione ordinaria della sanità, soprattutto per i pazienti cronici o per le piccole e medie urgenze. E’ lì che le carenze potrebbero diventare dirompenti. Per la sanità ad alta complessità abbiamo invece recuperato un ritardo enorme rispetto al nord o agli ospedali specialistici dell’Abruzzo o della Puglia. Peraltro oltre alle strutture pubbliche, le due grandi presenze scientifiche private rispondono perfettamente alla necessità di arginare i ‘big killer’: malattie cardiocircolatorie e tumori. Da una parte Neuromed, con la sua ricerca neurologica e dall’altra Cattolica, con la cardiochirurgia e la chirurgia oncologica, la radioterapia e la chemioterapia. La presenza di strutture private è giustificata quando il pubblico non è in grado da solo di assecondare la richiesta di salute del territorio. Bisogna dire che tendiamo a immaginare il ‘privato’ molisano solo con Neuromed, Cattolica, Villa Esther di Bojano o Villa Maria di Campobasso. In realtà, ci sono moltissimi ambulatori o piccole strutture che eseguono esami diagnostici, anche in aree vicine agli ospedali pubblici. La presenza dei privati, però, se la osserviamo solo dal punto di vista geografico, non occupa zone in cui il pubblico è assente. La Cattolica, per esempio, è poco distante dal Cardarelli di Campobasso. E lo stesso vale per Neuromed rispetto all’Ospedale di Venafro.
Il tema del finanziamento degli ospedali di insegnamento, soprattutto in relazione alle modalità di copertura degli alti costi assistenziali di queste strutture, è il nodo da districare di tutti i sistemi sanitari. C’è però una sorta di livello imprenscindibile che giustifica la convenzione con il privato che è, appunto, l’alta complessità della prestazione: la possibilità di diagnosi complesse presume il supporto di strumenti di altissima tecnologia, per esempio.
Un indice che riassume tutte le ‘qualità peculiari’ è l’indice di case mix che indica la complessità relativa della casistica trattata, l’esperienza su quella particolare patologia. Una sorta di bollino di qualità che attesta l’efficienza ma anche l’economicità che deriva dal rapporto tra efficacia dell’intervento e tempi di degenza. Ma dentro questo dato c’è, ovviamente, tutto l’insieme dei parametri imposti dalla legge per l’assistenza sanitaria, compresa la ‘solidarietà, la tempestività e persino le buone maniere, oltre a elementi più squisitamente medico-scientifici e di sicurezza. Avendo a che fare con pazienti mediamente più gravi le cliniche universitarie sono in grado di affinare la propria esperienza scientifica e forniscono, contemporaneamente, una casistica più ampia e più continuativa. Un patrimonio che si traduce con la capacità sempre maggiore e diretta di intervento sulle malattie. Per semplificare diciamo che il case mix si esprime con un valore pari a 1; valori superiori indicano una complessità della casistica superiore a quella di riferimento.
1) C’è un paziente A che deve arrivare alla cura B, ma finisce per passare attraverso tutte le lettere dell’alfabeto senza mai arrivarci, o arrivando tardi.
2) Il paziente A ha bisogno della cura B e può trovarla sotto casa sua ma pensa che un ottimo cardiochirurgo, un luminare della neurochirurgia possano o debbano risolvergli anche i guai con la gastrite.
3)C’è una strana abitudine di eseguire esami invasivi o altamente specialistici suggeriti mangari dal medico di base. Per farli si ricorre ai centri d’eccellenza perchè si fa prima, perchè ci si fida di più ecc ma in assenza di una diagnosi chiara il percorso si interrompe, salvo poi ricominciare a distanza di qualche mese, se i sintomi non si risolvono spontaneamente. Un gioco dell’oca costoso e inutile per la soluzione del problema.
E’ in questa aspettativa dei malati che ricorrono all’alta complessità perchè la considerano ‘alta affidabilità’ che si crea il corto circuito. Certo, il concetto sarebbe più semplice da spiegare se parlassimo, chessò, di abbigliamento: in un territorio in cui si producono ottimi jeans si decide di finanziare un atelier di alta moda in modo da generare un mercato diversificato e garantire un dato prodotto anche a chi ha bisogno di lana pregiata, troppo costosa per il mercato ordinario. Ma, se invece che produrre capi unici cominciasse a confezionare altri jeans, peraltro, con costi di produzione molto più alti, finirebbe per appesantire il mercato interno travolgendo come in un domino tutte le altre attività. Raccontato così il problema è comprensibile. Trattandosi però di malattie e di esseri umani, non sempre è facile e possibile separare i percorsi e deludere le aspettative dei pazienti. Se si chiedono ad un centro di ricerca come Cattolica o Neuromed risposte per domande ‘banali’, ma che il paziente stesso non percepisce mai come tali, molto dipende da quali altre possibilità di accoglienza dignitosa trovi altrove.

Primo Piano Molise
di Rita Iacobucci
CAMPOBASSO. È difficile accorgersene. In fondo, in Molise, la puzza della ‘munnezza’ per strada non si sente. Non ci sono grandi emergenze, al massimo chi passeggia per Campobasso, Termoli o Isernia guarda per strada e pensa: madonna, potrebbero pulirla di più questa città!
Non si avverte neanche l’odore di quei soldi che pure intorno a questi affari girano sempre più voluminosi, le cifre sono da capogiro. Il business si chiama ‘rifiuti speciali’ e spesso o quasi sempre sono nocivi. Il business, questo business, è arrivato in Molise, batte le sue arterie scalcinate. Ai trafficanti di immondizia le infrastrutture non servono. Meglio le vecchie Provinciali dove i camion carichi di scorie e malattie passano indenni.
“Il Molise è diventato il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, dove è facile occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari corrotti”. Lo scrivevano già nel 2008 i magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Campobasso. Lo rafforzano le inchieste che quegli stessi inquirenti stanno portando avanti oggi che Napoli e l’hinterland sono di nuovo violati dai quintali di ‘munnezza’ per strada, dagli scontri con le forze dell’ordine e da una regia che tutto controlla e tira la corda finché può. Perché se lo Stato vuole risolvere un’emergenza che neanche il Terzo Mondo conosce in queste dimensioni – un’emergenza che allontana sempre più l’Italia dall’Unione europea – deve scendere a patti. E non è un problema di Sud. I rifiuti arrivano molto spesso dal ricco Nord, dalle industrie che con i meridionali fanno affari se si tratta di eliminare gli scarti di produzione. E non sono solo bulloni: sono residui chimici, pesticidi, dio sa cos’altro. Nascosto, dicono i pubblici ministeri che a Larino come a Campobasso e a Isernia cercano di mappare il fenomeno per bloccarlo, nel terreno di un Molise che vergine non è più.
Il risvolto inquietante della lotta senza quartiere che Terzigno sta combattendo con le istituzioni è stato svelato da Il Mattino e porta dritto in riva al medio Adriatico – a Termoli e a quel depuratore del Consorzio industriale al centro di un fascicolo d’indagine aperto dal procuratore capo di Larino Nicola Magrone – e a Montagano, alle porte di Campobasso, dove la Giuliani Environment ha chiesto e ottenuto dalla Regione l’autorizzazione a ‘scavare’ un’altra discarica perché quella che ha già in gestione è al limite della capienza. Ha ‘accolto’, dicono le associazioni ambientaliste che hanno aperto un fronte significativo, 50mila tonnellate di rifiuti ogni anno, in pochi sanno da dove sono arrivati e cosa fossero realmente. In totale gli impianti molisani trattano 36mila tonnellate annue di immondizia: un quarto giunge da fuori regione. Anche se la legge, sulla carta, lo vieta.
Non si sente la puzza della ‘muzzezza’ ancora in Molise, ma sono in tanti ora a vedere quei camion. Hanno scritto sui rimorchi, ad esempio, “Autotrasporti Caturano”, anni fa il titolare fu arrestato a Venafro: trasportava rifiuti tossici spacciati per innocui fertilizzanti con cui concimare i campi. Sono in tanti ad aver saputo in questi giorni che al Cosib del basso Molise arriva il percolato prodotto dal consorzio Napoli-Caserta, dalla discarica di Colleferro, dalla Ecoambiente di Casoria. Sono in tanti ad aver scoperto che in provincia di Isernia ci sono circa 20 discariche abusive segnalate.
I cognomi stampati sugli automezzi che scorazzano per le vie del Molise sono spesso anche nei verbali delle Procure di mezzo Sud Italia, legati ai clan di Santa Maria Capua Vetere. Questa regione è un’oasi, è ancora ‘tranquilla’, poco sorvegliata, avranno pensato. Il dossier elaborato dall’Antimafia già due anni fa dimostra che, forse, non è proprio così.

Villa Dracaena/art contemporain presenta il nuovo ciclo di proposte espositive con un artista in residenza col quale intende stabilire un rapporto di lunga durata e di proficua collaborazione artistica. « Elogio del silenzio » é la nuova esposizione dell’artista italiano Michele Sottile. Tra le tante immagini colpisce la diafana bellezza della serie eponima: sono immagini «silenziose» immerse in un monocromo blu che sfuma in tonalità rarefatte, superfici marine (?) fatte di solchi tracciati dalla punta inchiostrata sulle quali volano oggetti senza spessore ancorati a fragili lacci. Il silenzio come scelta, la sottrazione piuttosto che l’addizione, l’eleganza del poco, la consapevolezza che la creazione ha bisogno di sobrietà e non di esasperazione formale, una scelta che sembra particolarmente coraggiosa nel momento contingente in cui “l’arte [di oggi] nel cedere alla meraviglia tecnologica dei media ha perso proprio ciò che le stava più a cuore. Essa vorrebbe stupire, sorprendere, interrogare ma non si accorge che lo stupore così come la meraviglia sorgono dal lungo spazio lasciato dal silenzio”. Con questa scelta l’artista evidenzia che “il fascino dell’arte non consiste nel suo circolare e diffondersi nei circuiti della comunicazione mediatica e nella sua auto riproduzione infinita in una sorta di festino godereccio al tavolo imbandito della telecomunicazione …ma [consiste] nel suo indicare la prossimità di un fuori, cavo, vuoto, [un luogo] marginale – e distinto – dalla ripetizione ossessiva delle immagini”.
Video importato
vimeo Video
http://villadracaena.monsite-orange.fr/
http://sottile.monsite-orange.fr/
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di Rosaria Capacchione
NAPOLI (24 ottobre) – Al di là del Matese, lontano dagli occhi e dalle rotte battute dai trafficanti di veleni da vent’anni a questa parte. Si sono trasferiti là, in Molise, gli ecomafiosi collegati al clan dei Casalesi, gli uomini che hanno gestito il trasporto dei rifiuti tossici fino alle discariche, ormai sequestrate e inagibili, di Giugliano, Licola, Parete. Operano soprattutto in provincia di Isernia, non disdegnano quella di Campobasso dove corteggiano due impianti autorizzati dalla Regione: la discarica di Montagano e il depuratore Cosib di Termoli. Il monitoraggio avviato dalle associazioni ambientaliste molisane e dalle Procure di Santa Maria Capua Vetere, Larino e Isernia segnala il rischio di infiltrazioni camorristiche e la presenza di imprenditori del settore. Come i fratelli Caturano di Maddaloni e Toni Gattola, cognato del capozona casalese di Cancello Arnone e controllore della discarica Magest di Licola, già coinvolti in varie inchieste – da Re Mida a Madre Terra – sullo smaltimento illegale dei rifiuti. L’indagine conoscitiva conferma, dunque, quanto già segnalato nel 2008 dalla Dda di Campobasso, e cioè che «il Molise è diventato il punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, dove è facile occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari corrotti» . Sul tavolo dei magistrati di Larino è finito, nei giorni scorsi, il dossier-denuncia frutto di un’inchiesta pubblicata sul sito Primonumero.it sull’attività del depuratore e sul via vai di automezzi sospetti. «Dal lunedì al venerdì – è scritto – c’è un traffico di camion gialli con la scritta in rosso ”Autotrasporti Caturano”, per trasporto rifiuti, nel tratto Caianello-Venafro-Isernia-Bojano sino ad entrare nella zona di Campobasso: ma da lì se ne perdono le tracce». Antonio Caturano, viene ricordato, fu arrestato alcuni anni fa per ordine della Procura di Napoli (il pm Cristina Ribera, oggi alla Dda) nei pressi del cementificio Colacem di Venafro. Stava trasportando rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti e destinati alla concimazione dei terreni agricoli, stesso sistema utilizzato in provincia di Caserta, dove sono state avvelenate decine di ettari di terreno, e documentato nelle due inchieste «Madre Terra». A far scattare l’allarme, lo smaltimento a Termoli del percolato prodotto dal consorzio unico di Napoli-Caserta; dalla discarica Colleferro, alle porte di Roma; dalla Ecoambiente di Casoria. Ma non basta. La Procura di Campobasso si starebbe interessando della discarica di Montagano nella quale, dall’agosto scorso, la Giuliani Environment è autorizzata a costruire e gestire un impianto per lo stoccaggio di rifiuti pericolosi. Denunciano le associazioni ambientaliste: ogni anno arrivano nella discarica di Montagano circa 50.000 tonnellate di rifiuti, non solo da Molise, e camion senza alcuna autorizzazione prefettizia di cui non si conosce né il carico né la provenienza. Aggiunge il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia: «Si è accertato che ci sono circa 36.000 tonnellate di rifiuti, un quarto del totale dei rifiuti conferiti nelle discariche molisane, provengono da altre regioni, contrariamente a quanto dispone la normativa nazionale». E Isernia? La situazione è tutt’altro che sotto controllo. Sono una ventina le discariche abusive segnalate e sequestrate negli ultimi due anni. E non è ancora dimenticata la vicenda di Fragnete e di Colle Santa Maria, sversatoi nei quali è finito di tutto (dai rifiuti urbani a quelli chimici) e mai bonificati.
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