Racconti, fiabe e altre cattiverie

Mafiosi si nasce

Molti dei gentili osservatori dei fatti e personaggi di San Martino in Pensilis (prendo a prestito immeritatamente il titolato del secondo preziosissimo studio inedito di Luigi Sassi, già in via di pubblicazione), sono in realtà dei mafioncelli mancati. L’abitudine più diffusa in questi luoghi ameni e pittoreschi è di vedere, sapere, spiare persino ed aspettare che qualcuno, possibilmente un altro diverso da sè, lo racconti. A San Martino, quando avviene qualcosa di serio, di grave, di illegale, tutti vedono e tutti tacciono. Salvo poi aspettare di vedere come lo racconterà il coraggioso “infame” di turno o, peggio, raccontandolo, suggerendolo a mò di pettegolezzo a chi poi sicuramente lo farà sapere a chi di dovere. Informazioni che richiedono serietà, affidabilità e trasparenza assolute vengono centellinate come veleno e sono, soprattutto, suscettibili di ogni libera interpretazione che l’umore, la frustrazione, il livore o il ciclo mestruale del momento determina. La verità dei fatti diventa apologia del fatto, al di là del fatto stesso. Pesa, in tale esposizione uterina della verità occasionale, più l’opinione che il dato oggettivo. In ogni caso, la verità vera sfugge, sempre e comunque, sciolta nell’acido di quelle scorie di mafiosità che conserviamo nel dna, eredità immarcescibili di borbonica arretratezza.

Siamo mafiosi, questo è. Ma tecnologizzati e assuefatti alla televisione. Questa evoluzione parziale della specie mafiosa ci rende omertosi ma guardoni, o, peggio, omertosi con chi rappesenta la Legge e disinibiti di fronte alle telecamere, vere o metaforiche. Di fronte ad un Giudice ci faremmo tagliare la lingua pur di non dire chi ha rubato la moto al nostro amico. Ma di fronte ad un pubblico complice diciamo anche la taglia delle mutande del ladro. E, (misteri della genetica) ci sorprendiamo che chi è vicino non senta e non trasferisca subito l’Informazione a ‘chi di dovere’.

Ci chiediamo, insomma, perchè quello a fianco non spia, non capta e non riferisce tutto a giudici, carabinieri, amici e vicini di casa? Mica possiamo farlo noi? Ci rovineremmo la reputazione di uomini d’onore e d’amicizia. E se il giorno dopo il grande evento non troviamo nulla sul giornale (perchè i giornali sono sfere magiche in cui i fatti, le verità si scrivono da soli..nel momento stesso in cui accadono…?) ci meravigliamo. Ah, che codardi questi giornalisti. Non sanno cercarsi le notizie, non spiano, non stanno dietro gli angoli a origliare. E che giornalisti sono?

Lecchini, signori. I giornalisti che pretendono di lavorare nei territori mafiosi sono tutti lecchini e sordi. Sennò si suiciderebbero. E quando commettono, per inesperienza, l’errore di fidarsi dei racconti, rischiano la galera. Perchè, gentili signori, la galera c’è, qualche volta.

Vi racconto cosa accade quando un giornalista non-mafioso cerca notizie in un contesto mafioso-evoluto?

Tipologia giovane

Domanda: Ieri è sparita una moto. Era parcheggiata proprio qui.

Risposta: Quiiiiiii????? Nooooooooo.

Domanda: Si, era qui. E’ stata fatta una denuncia. Non l’avete proprio vista?

Risposta: Noooo….Ora dobbiamo andare ad annaffiare il fieno…

Nessuna moto, mai esistita. Il proprietario aveva avuto un’allucinazione. Salvo poi, qualche giorno dopo, sentirli raccontare che quel tale ci andava a spasso e i carabinieri non l’hanno neppure visto..Ma come? Negano l’esistenza della moto e pretendono che i carabinieri vedano quello sopra che se la portava a spasso?

Sammartinese1

Ma che scandalo..in questo paese tutti fanno quello che vogliono e i carabinieri non fanno nulla, il sindaco, poi, li difende pure e questi rubano le moto ai ragazzi e nessuno fa niente. Il sindaco dovrebbe dargli la pena di morte a quelli che rubano le moto.

Sammartinese2(Tipologia anziano-medio anziano)

E il sindaco dovrebbe anche punire chi viene a san martino solo per parcheggiare le moto, che poi se le rubano i giornalisti rompono i coglioni.

Sammartinese1

Certo, il sindaco dovrebbe megliorare le cose, dovrebbe arrestare la gente, dovrebbe chiudere le frontiere, dovrebbe accalappiare i cani, dovrebbe biancheggiare casa mia.

Sammartinese2

E deve punire i giornalisti. Il sindaco dovrebbe proibire i giornalisti. Il sindaco dovrebbe uccidere i giornalisti. Ma i carabinieri che fanno? Non lo sanno che il sindaco ha ucciso una giornalista?

Sammartinese1

Si, l’ho visto io, però poi dovevo andare ad innaffiare e mia moglie si doveva cambiare perchè avevamo la cresima e il battesimo e non ho visto dove l’ha seppellita. Però è sicuro che il sindaco ha ucciso la giornalista. E mò chi lo scrive sul giornale?

Sammartinese1

Eh, tanto lei non lo scriveva nemmeno prima

Sammartinese2

Ma chi lo dice ai carabinieri? Io ho la comunione di mia cognata

Sammartinese1

Ma se il sindaco facesse le cose giuste, le giornaliste non esisterebbero

Sammartinese2

E certo. La colpa è del sindaco, dei carabinieri e delle giornaliste.

Sammartinese1

E quelli che rubano le moto, o fanno a pugni con le persone per bene o vendono la droga, poverini, si devono prendere sempre le colpe.

Sammartinese2

Chi? Cosa? Quando? Scusa, devo andare al matrimonio di mia moglie

 Conclusione del mafioso-inconsapevole-medio

Se non ci fosse il sindaco, i carabinieri e i giornalisti questo paese sarebbe davvero un bel paese come prima.

Contrindicazione pericolosissima della ricetta del mafioso-inconsapevole-medio
Guai, guai se ti capita di litigare col vicino perchè il cane ha fatto la pipì sui gerani. Il mafioso-inconsapevole-medio racconterebbe la brutta vicenda a chiunque ma, se interrogato chessò, dall’amministratore del condominio, tacerebbe, sgranando gli occhi. Il povero amministratore dedurrebbe, per forza di cose, che la faccenda è più grave di quel che sembra e, con senso civico, informerebbe i carabinieri. I carabinieri, a loro volta, ascolterebbero i testimoni, i quali, di nuovo, tacerebbero, negherebbero, suderebbero. I carabinieri, a ragione, informerebbero il giudice. Di fronte al giudice, altra sfilata di silenti uomini d’onore, che mai racconterebbero ad un giudice che il cane ha fatto la pipì sui gerani. Il giudice, se non è nato qui ma ragiona come un normale cittadino europeo, penserebbe che siete il capo di un clan potente di trafficanti di pipì per gerani, e vi arresterebbe. L’onore è salvo! E voi anche, al sicuro in galera, lontani da qui.

Tanto, la colpa è del sindaco che non ha ucciso le giornaliste che non dicono le cose ai carabinieri. Mò, uno dice: Ma se invece le giornaliste scrivessero sempre tutto, tutto tutto? Non sarebbero lecchine e guadagnerebbero onore e stima?

Sammartinese3
Se scrivessero tutto? Ma perchè, non era morta, uccisa dal sindaco? E se lo meritava. Il cane aveva fatto seccare tutti i gerani, l’ho visto io. Ma ora vado, devo andare al funerale. Le volevo bene, la salutavo sempre. E conoscevo pure il cane

 In piedi sui miei Persol, 25 Marzo 2006
Di quando ero piccola ricordo i pacchetti di cerini sparsi sul comodino e gli occhiali da sole. Bisognava alzare la testa per guardarlo bene dentro gli spigoli sapienti del suo profilo; la linea duramente araba del naso sembrava intagliata nei tronchi d’ulivo ed aveva sempre una piccola traccia arrossata del peso dei suoi Persol impenetrabili.

Era magro come Eduardo de Filippo ed aveva la pelle scura. I solchi che negli uomini scava la barba nuova erano esami difficili, che non finivano mai. Imparare ad alzare la testa seguendo l’odore della brillantina Linetti mi è servito a riconoscere i percorsi in verticale, non in orizzontale. La visione dello spazio per me è alto e basso, cielo e terra, nuvole e asfalto. Ciò che mi circonda non è difficile. E non è importante. Non come guardare attraverso il vetro bruno di quegli occhiali da sole. Anche imparare a non cercare di vedere oltre la montatura di tartaruga nera mi ha addestrato ad un controllo arrogante delle mie fragilità. Non c’erano sorprese da scoprire dietro il cielo di quei Persol neri. C’erano solo certezze di cui convincersi e la regola fondamentale che al di là dello sguardo non ci sono dubbi in cui perdersi. Nessuna imprevista incertezza.

Aveva sempre camicie bianche che illuminavano le mani abbronzate. Le mani sono un’identità inquietante e lasciano sgorgare il dna come una ferita profonda. Per quanto ci si voglia coprire, le mani lasciano uscire l’inesorabile biologia di un’origine.

Lo vidi davvero guardare dentro le cose solo quando le sue mani toccarono appena una copia esatta, piccolissima e morbida, delle sue dita lunghissime. Lo sorprese un sorriso di scoperta, clamorosamente noto. Ci fu un attimo di calma vera sugli zigomi irrigiditi dalla disillusione. Ma non più di un attimo di calma.

Le sue unghie bianche erano larghe, distese sul deserto delle braccia magrissime. E io le guardavo mentre il cancro si mangiava piano la discrezione e la bellezza di tutti gli steccati che non avevo mai voluto oltrepassare. Le mangiava soffiandoci sopra, come una minestrina troppo calda, dolcemente. La prima dogana fu superata quando rinunciò ai suoi occhiali da sole. E io non guardai mai; continuai ad alzare la testa, ora che la mia testa era più in alto della sua. Non ci mise molto a tranquillizzarsi, dopo la diffidenza iniziale. Capì che non lo avrei violato mai.

La forza è una solitudine gentile, un sorriso che non dà felicità né protezione; rassicura distanze involontarie e le calcifica.

Lo guardavo continuamente, ma attraverso le mani, uguali alle mie, dolorosamente uguali. Tanto da confonderle, io stessa. Il cancro continuava silenzioso a prendersi le gambe lunghe e frettolose e a rallentare il gesto del fazzoletto rimesso in tasca. Rallentava il piegarsi delle dita per tenere la sigaretta, la presa del cucchiaino del caffè.

Rallentava la sequenza del suo impero di sé.

Ma non modificava la forma della luce, la consistenza, i nodi ambrati delle sue dita. C’era sempre quella luce che emanavano le sue camice bianche, abbottonate fino al collo.

Camminava con una mano in tasca, come nascondesse un regalo. Mi aspettavo sempre che l’avrebbe tirato fuori, senza sorridere, sgusciando via per appoggiare le chiavi e i cerini. Sono felice di aver potuto vedere i cerini. Fossi nata un po’ più tardi non avrei questo ricordo.

Mi obbligava a stare dritta la sua schiena che si arrendeva senza schiamazzi inutili. Ne temevo la forza, anche ora che era diventata innaturale complicità. Tutto il sole che aveva assorbito, con il suo camminare frettoloso si disperdeva piano e scoloriva i progetti e le ansie ma diventava calore, ora che la debolezza dei muscoli rendeva più leggibile la riservatezza.

Non moriva, semplicemente si preparava mestamente ad abdigare, come i re.

Il dolore sarebbe stato mio, scelta per guardarlo negli occhi, quando non avrebbe più potuto impormi alcuna distanza. Avrei voluto rimettergli gli occhiali scuri ma sentii il gelo della sua delusione. Lo avrebbe deluso la mia paura e rimasi in piedi, alzai la testa e mi abituai ad una insopportabile, imprevista certezza. Com’era sempre stato con lui. E mentre il dolore risaliva fino ai miei Persol neri, che non mi ero accorta di avere, riuscii a vedere quello che lui vedeva attraverso il cristallo scuro e lo sguardo sempre verso l’alto. Mi misi una mano in tasca e provai a camminare come lui. Mi riuscì male, non essendo nata con la schiena dritta come la sua, con le sue gambe lunghe e la bellezza delle sue camice bianche.

Le mani sono uguali, la stessa nodosa lunghezza delle dita e mi sembra di vederle scurirsi, abbronzate dal sole che assorbì la sua ansia mentre camminava veloce, sfuggendo forse alla luce che oltraggiava il suo bisogno d’ombra.

Poesie, alcune soltanto

Generosità

Passano come gocce di fango lungo la storia

i poveri della guerra.

Cercano una casa da chi li ha derubati.

Cercano mani estranee da cui prendersi il pane.

Il sangue è gratis,

lo regalano gli aerei dei ricchi.

Atavico Blu
Spalanca le gambe
prepotente dolcezza affilata
insinuante
scivola dentro la pelle tesa
dondola
naviga
ammaina le vele fradice di mare in burrasca
Attracca e riscivola
spuma di mani e lingua
capelli e muscoli
scrosciare di baci
sugli scogli a cui si arena
E si incaglia
tra sorrisi e bisbigli
Freddo di onde e parole soffiate come aghi di pini marini
tra labbra che scottano
e succhiano cuore e collo
Vola
planando
sul mare
Occhi assolati
languidi guizzi di luce blu e bianca
sulle dune bollenti
del respiro
Forza
e morbido odore di pelle
e di dita
di ginocchia e di spalle
travolge
tenerissimamente
avvolge
di quel blu che irradia
come il sole mattutino

Il blog delle ragazze, Primonumero.it
Barbie, Clint e io

di Cats
“Io, se sarei in te, andrei in Spagna..il Salento non mi piace, non mi dice
nulla..non so, non mi attizza.” Mentre giro il cucchiaino nel caffè mi
assale un crampo alla gamba sinistra. Quando qualcosa mi infastidisce, passa  sempre attraverso la mia gamba sinistra. La destra è meno rompiscatole: ha  oltrepassato molti scogli, veri e ideologici, ed è più tollerante. Ma la  gamba sinistra è proprio stizzosa. “Io, te l’ho detto, se sarei in te andrei  in Spagna…Barcellona è una città viva, mica come l’Italia. Barcellona è  proprio avanti, capisci?”
Il crampo diventa una tenaglia di ferro battuto e  sono bloccata. Chiedo aiuto alla mia vecchia, buona gamba destra e riesco a  ruotare lentamente per guardarmi alle spalle. Sul divanetto di linone blu  del mio bar “young jet set style” una sirena stilizzata: magra da sembrare
un disegno a matita, punta fine, chioma istituzionale da studentessa alto
borghese ma che è costretta a vivere in un paesino e camicetta piena di
laccetti che non riescono ad aderire alle spalle, plasticamente spalmate di  melanina: i laccetti scendono morbidamente e rimangono in sospeso, illusione  di un nudo di donna solo annunciato. Di morbido, giusto la discesa dei  lacci: il corpo è tutto a spilli, come i tacchi rosso ciliegia.

Bella,  proprio bella. Se fossi un uomo le offrirei un viaggio a Barcellona, andata  e ritorno. La borsetta, lanciata sul tavolino come un’orata dopo una pesca  miracolosa è quella, proprio quella che per comprarla ci vogliono due amanti  miliardari e generosi. Uno non basterebbe. I pantaloni sono incollati al  “portamine” biondo cenere e il nasino è sincronizzato con le fossette.

Barbie mi sorride, capisce che ho letto bene la marca della borsa e la sistema meglio sul tavolo per farmela studiare nei particolari. “Barcellona  è tutto un altro mondo..capisci? Io sono proprio stufa dei soliti posti,  della solita gente, che palle! Te l’ho detto, se sarei in te andrei a  Barcellona!” A fianco a me un uomo silenzioso, profilo austero, viso  scavato. Ha le mani curate, gli occhi chiari e una piccola cicatrice sotto  la palpebra. Sembra un killer di buona famiglia.

Barbie flirta con lui, lui  guarda la mia gamba freudiana come se si conoscessero. Barbie gli sorride  continuando a squittire distrattamente con l’amica turista indecisa. Parla  con lei e sorride a lui non guardando nessuno dei due. Non so come facciano  certe ragazze a controllare ogni cosa attorno senza smettere di parlare. Certo, si capisce benissimo che non ti ascoltano, ma riescono sempre a rientrare nella conversazione con “Eh si”, “Ma dai”, Bhè, certo..”

La borsa  da un milione di dollari cade, viene rimessa “in vetrina” sul tavolino e  ricade. Il killer dal sangue blu raccoglie l’invito e le restituisce il  sorriso. Barbie lo guarda e si aspetta che lui le raccolga anche la borsetta. Intanto continua: “L’anno scorso a Barcellona mi sono fatta di quelle mangiate..mammamia, se mangerei sempre così, mio Dio, non ci posso  pensare, scoppierei..mammamia.”

Clint Eastwood guarda la borsa, guarda la  mia gamba contratta e dice: “Se sarei in te me ne starei in Italia”. Delusa,  lo guardo con un po’ di disgusto: la gamba è completamente immobile ora.  Clint si abbassa e parla al mio ginocchio: “Non formalizzarti, il  condizionale ce l’ha nella borsetta Hermes, ma non ha ancora capito come si  apre..” Si rialza, paga il suo caffè, saluta e si dilegua.

(Pubblicato il 26/07/2008)


Sessantottine

di Bluette
Sono letteralmente balzata sulla sedia oggi. Ero da Joyl, il mio parrucchiere di fiducia. In realtà si chiama Gioele Antonio, ma sai, è più trandy Joyl. Ero lì per la mia solita tintura “biondo-che-non-si-veda-che-è-tinto” una sfumatura molto difficile da realizzare ma che lui riesce sempre a rendere meravigliosamente. Leggevo e intanto alla radio ascoltavo un programma molto interessante, di quelli di attualità che fanno capire tante cose di cui non ce ne importa molto quando si nota la ricrescita. Però, siccome stavo rimediando, seguivo con vero interesse. Mio marito è uno che conta, sapete com’è e io non ho studiato molto ma sono una molto intuitiva, non a caso sono della bilancia. Non c’è bisogno di studiare se si è nati nel segno zodiacale giusto. Poi, modestamente, posso permettermi molte cose e non so sempre quello che fa mio marito ma lui dice che non devo preoccuparmi. Infatti, ho una vita proprio felice, lui guadagna tantissimo, anche se non lavora molto. Ogni tanto qualche viaggio, ma breve. Per il resto, di solito dorme e gioca alla play station. Ma non mi fa mancare niente. Dal parrucchiere vado spesso, anche perchè mi piace molto l’impegno sociale e dal parrucchiere ci si confronta, ci si scambiano opinioni. Lui ascolta sempre una radio in cui non passa molta musica, ma ci sono molti dibattiti, e spesso anche un po’ noiosi.

All’improvviso la giornalista dice:”68, quarant’anni fa la Rivoluzione!” Oddioooo…e questa come si permette di dire davanti a tutti che ho quarant’anni?.Gesù, ditemi chi è che la voglio sbranare. Mi alzo, la mantellina di finta stoffa verde svolazza fra i carrelli del salone, intercetta qualche bigodino in bilico e lo scaraventa giù e si impiglia nel pettinino fitto appoggiato sulla mensolina dei phon. Raggiungo la postazione radio e la spengo, come quando c’è un inizio di incendio e abbiamo l’annaffiatoio in mano. Mamma mia! Silenzio, finalmente. Le altre clienti sembrano distratte e il rumore dei caschi è Provvidenza. Mi risiedo, fingo un atteggiamento dinibito e rilassato e apro un giornale che era lì, appoggiato alla specchiera, fra un becco e la lacca: nooo! A tutta pagina: “Quarant’anni fa il 68!” Ma perchè? Perchè questa persecuzione razziale contro di noi, donne nate nel 68? Perchè chi è nata nel 67 può tranquillamente dichiarare di avere 34 anni e noi no? Perchè, dico io, la dovevano fare nell’anno in cui siamo nate noi la rivoluzione studentesca, stì sfaticati?

La signora seduta vicino a me mi guarda e dice: “Bhè, se la può far sentire meglio, io sono nata nel ’39, Settembre. Quell’anno cominciò la seconda guerra mondiale. Anche nel mio caso tutti sanno quanti anni ho, ma è bello essere sopravvissuti, mi creda. Forse il suo è un anniversario più tranquillizzante, che dice?” Ma cosa vuole capire, lei, signora mia? Se è nata nel ’39 ha abbastanza anni perchè non debba preoccuparsene. Per me è diverso e dovrebbero smetterla di rinvangare, ricordare, commemorare il 68. La signora mi guarda e dice: “Ha ragione, dovrebbero smetterla. Più la guardo e più mi convinco che non è successo nulla di importante!”

(Pubblicato il 16/05/2008)

Relazioni elettorali

di Cats
Due sono le categorie umane perdenti, a prescindere: le donne elettrici a cui toccano le donne candidate e, ben oltre l’ignominia del candidato non eletto, la razza più sfigata sulla faccia della terra è l’elettore del candidato non eletto. Eh, si, analizziamo con ordine: per quanto riguarda la Politica in rosa, è proprio una pessima idea. Credo l’abbiano inventata i maschi per risparmiare al bar. Quando la politica la faceva “lui” le elezioni facevano bene alla pelle, come un bagno di latte d’asina: sorrisi, telefonate inaspettate, la precedenza  e tanti caffè e pasticcini offerti da bei gentiluomini in frescolana e cravatta “mi vergogno ma mia moglie dice che si usa tanto”. Se la Politica era maschio, la campagna elettorale era a misura di donna, non fosse altro perchè noi signore, molto meno superficiali dei maschi, siamo interessabili solo da ciò che è interessante, anche quando non lo sembra. Proprio il contrario degli uomini: ai maschi piace tutto ciò che sembra e non è, abituati ad essere attori e a vederci come il palcoscenico.

Ma quest’anno, ragazze mie, che grigiume! Neppure il brio d’un caffè pagato alla romana. Nulla di nulla. Non perchè una signora attempata non possa più sperare nelle lusinghe, ma proprio perchè non ce n’era, per nessuno. Mi chiedo come faranno le nostre figlie, le nostre nipotine a cui nessuno, mai più, farà provare l’ebbrezza d’una mano sfiorata, di un sorriso malandrino sfoderato come spada per dire: “Non c’è bisogno neppure che te lo dica, lo so.. Ma sai, ci tengo.. Certi voti sono molto, molto più importanti di altri. Da te so che posso aspettarmi una stima vera, un conforto all’impegno che sto dando a questo progetto che non è certo facile da comprendere…So che mi capisci.. Poi vediamoci, parliamo di quella cosa che volevi fare..” E lì, altro che ultimi tanghi parigini. Una si sente proprio Greta Garbo.

Come compiango le ragazze d’oggi a cui sarà negato di essere prese per fesse. Povere. Poi, oltre a queste povere figlie per così dire “postbelliche elettorali”, ancora più giù nella classifica c’è questo povero esemplare di homo isolatus che avendo commesso l’errore madornale di non riconoscere il nocchiero vincente è, suo malgrado, personificazione di un fallimento, strisciante materializzazione della mediocrità: un testimone dell’”avrei voluto ma manco questo ho potuto” che il politico trova abominevole e impuro e gli sfuggirà, per il resto dei suoi giorni. Perchè, se per caso costui gli avesse anche chiesto un’intercessione, una buona parola, un conforto morale e spirituale, o proprio professionale, ora che non è riuscito neppure a farlo eleggere figuriamoci se potrà mai rivendicare alcunchè. Tantomeno, potrà andare a chiedere aiuto agli altri, quelli furbi che si sono scelti l’elettore vincente. Insomma, le elezioni le perdono gli elettori, mica i non eletti! Anche quelli che vincono, che vi credete voi che hanno vita facile? Ma quando mai! Il tram chiamato desiderio dei vincenti è sempre affollatissimo, soprattutto dopo i risultati ed è quasi impossibile salirci. Ho visto persino signori gentili ed educati che ci erano saliti dall’inizio, che si erano prestati ad ogni necessità del tramviere e al momento dell’elezione e del brindisi, via, scatafottuti giù da una folla assatanata.

Io, quest’anno ho votato per un signore che abita vicino casa mia. Mi aiuta sempre a fare qualunque cosa mi serva in casa perchè è un ingegnere in pensione e sa aggiustare qualunque cosa, anche la più difficile delle rotture. Lo chiamo, mi chiede cortesissimamente di aspettare cinque minuti perchè ha sempre molto da fare, ma arriva. Risparmio tanti di quei soldi, ogni volta! Questa volta ho deciso di votare lui perchè ora la Politica si fa così: scelte concrete e mirate, senza ideologismi e schieramenti strumentali. Bisogna porsi un obiettivo e trovare la soluzione ai problemi concreti. Un problema più concreto del rubinetto che cola, quale sarebbe? Forse solo la batteria dell’auto scarica quando devi andare all’appuntamento della tua vita! Quindi, concretezza, pianificazione razionale e geometrica dei problemi: A va in B, C corrisponde a D, e niente filosofismi: bisogna agire sulla base di un dato oggettivo. Questa è la nuova Politica, da non confondere con quello slogan: la politica del fare. Noo, quella è già una cosa più tendenziosa, presume che chi la applica sappia anche fare, e sappia cosa fare. La sublimazione è proprio la politica dell’aggiustare: si rompe la manopola del gas, via, aggiustare: concretezza. In pratica, non c’è più bisogno di politici di professione, di intellettuali smidollati ma di idraulici, meccanici, chessò: un Governo di gente concreta. E infatti io ho votato l’ingegnere che abita vicino casa mia. Non era candidato, ma che fa?

Quell’invidiosa del piano di sopra mi ha detto che era un voto nullo. E che capisce lei che vota ancora per la sinistra Arcobaleno! Anche quello era un voto nullo, visto che non piove quasi più, quando lo vedeva l’arcobaleno? Lei dice che proprio per questo bisogna promuovere una politica energetica compatibile con l’ambiente e intervenire sui mutamenti climatici. Tra due secoli, forse. L’ingegnere a me il lavandino l’aggiusta al massimo in mezz’ora. Altro che voto nullo. Gente concreta ci vuole. Lei dice anche che l’ingegnere ha studiato ed è diventato una così brava persona proprio perchè gli è stato consentito da un sistema scolastico democratico ..ufffa. Se fosse per questi comunisti ideologizzati dovrei pensare che l’ingegnere è così gentile solo perchè ha studiato, si è laureato ed è pure di origini nobili. Ma che c’entra: uno nasce gentile, nasce ingegnere e nasce bravo ad aggiustare le cose. Lei dice che sono vittima di un equivoco storico. Bello il suo di equivoco: pensa ancora di cambiare il mondo con le elezioni. L’ingegnere, quando gli ho raccontato questa cosa si è messo a ridere. Ha detto che il mio voto non è stato nullo perchè a “occhio e croce”, così mi ha detto, “avrei aggiunto un punto al pallottoliere sbagliato”, quindi è contento che l’abbia votato. Lo sapevo io! Quella invidiosa del piano di sopra è proprio una disfattista.

(Pubblicato il 06/05/2008)

Maledetta Fidejussione

di Cats
Ho ottenuto un finanziamento regionale per crearmi un’attività in proprio! Mio Dio, mi hanno ripescata dopo che a me, alla mia insindacabile straordinarietà, avevano preferito altre persone, forse venti, forse di più. Ero delusa e mi dicevo: “Come può essere che in Molise ci siano venti, o forse più, persone più irripetibili di me? Avevo pensato di aprire un’agenzia di comunicazione. Sono una simpaticona, tutto per me ha un lato buono, proprio come per i pubblicitari. Ma io non sono una intellettuale del consumo come dato sociologico e bla bla bla. Per me Popper è una marca di pop corn e Veca è la mia setterina. In realtà si chiama Vincenzina Camilla, ma se la chiamo così non mi ascolta, e allora, ho optato per un più sintetico “Veca”.

Dunque, metto a punto un progettino preciso, con tanto di consulenza finanziaria e di preventivi di spesa: ventimila euris, bionde! Ventimila euris con cui posso comprare pc, stampanti, mobili da ufficio e tutto ciò che serve per aprire la mia attività di “consulente per la comunicazione e per la promozione di immagine”. Quanto sono figa, Gesù! Parto per l’Eldorado dei finanziamenti ai giovani poveri e già, la prima gomma mi si buca: bisogna iscriversi alla camera di commercio, all’agenzia delle entrate e scegliere una categoria di contribuzione fiscale. Bene, più difficile da dire che da fare, e perdonate la banalità letteraria. Vado all’ufficio “preposto” (noi imprenditori li chiamiamo cosi, embè?) e dico che voglio iscrivermi. Una gentile signora mi spiega molto nervosamente che l’unica categoria compatibile con l’impresa che voglio creare è “l’artigianato”. E qui, primo campanello d’allarme: io so bene quanto costi essere iscritti all’artigianato. Diciamo, ad occhio e croce, e più croci, in verità, quasi tremila euro all’anno, solo di INPS. Cominciano a tremarmi un po’ le gambe e insisto con la signora: IO non guadagnerò così tanti soldi. Voglio iscrivermi in una categoria, per così dire, più sottotono.

Nulla, la signora non demorde e scappo via prima che mi prendano tutti i soldi che non ho ancora avuto, fra l’altro. Corro di qua, richiamo di là e finalmente incontro una signora più gentile che la pensa come me: mi posso iscrivere come consulente e questo significa che le tasse le pago solo se guadagno. Che bella cosa la democrazia fiscale! Uno può provare l’ebbrezza della partita iva senza temere nulla. Se guadagni, paghi, se non guadagni non paghi, ma sei pur sempre un contribuente. Perchè la mia personale tragedia è proprio questa: io non voglio la raccomandazione per lavorare in un ente regionale, non voglio l’esenzione dal ticket perchè sono disoccupata e non voglio neppure un aiuto particolare per fare un lavoro co.co.co. Io voglio farmi gli affari miei da sola e c’è anche una legge che mi mette a disposizione ventimila euro per cominciare. Certo, ce li avessi di mio sarebbe meglio, ma, non mi sento tanto in colpa. Mia madre e mio padre facevano i commercianti ed hanno pagato migliaia di migliaia di migliaia di lire durante la loro vita. Questo piccolo finanziamento, in fondo, per farmi fare il loro lavoro, più o meno, è una parte di quella ideale cifra che avrebbero sempre voluto dare a me ma hanno dato alla Patria. E ben venga: la Patria è giusta e illuminata e mò me li ridà. Vuoi mettere poter dire: Si, certo, sono iscritta alla Camera di Commercio…chè, si, ho la partita IVA. Ma quali concorsi e quali raccomandazioni. Non c’è paragone! Vai a fare la fila in ospedale e quando l’impiegato dice: “Esenzione?”, tu lo guardi con occhio vitreo e con gli zigomi spietati come Montecristo e dici: “Pago, signore, io sono un consulente per la promozione di immagine, iscritta alla camera di commercio. Quant’è?”

Già sognavo le campagne elettorali e mi immaginavo distante e gelida mentre mi si proponeva una possibile collaborazione, forse, chissà…e io avrei potuto dire: “Grazie, onorevole, c’ho la partita iva, che te credi.” Soltanto, non sapevo che tra i requisiti non richiesti ma graditi c’era il patrimonio. Eh, si. Per accedere al finanziamento bisogna stipulare una fidejussione. Bene: non c’è un’agenzia di assicurazioni in tutto il Basso Molise disposta a farla. Pensavo di essere antipatica o di essere talmente povera da fargli un po’ ribrezzo. E invece proprio non la fanno a nessuno. Le assicurazioni del Molise non fanno fidejussioni per ventimila euro a chi non ne almeno quarantamila. La Regione Molise non concede un finanziamento di ventimila euro se non a fronte di una fidejussione. Se non avrò quel finanziamento non avrò mai un patrimonio che mi dia accesso ad una fidejussione. Non volevo pesare sul welfair nazionale e non volevo neppure dare disturbo ai politici. Mi dispiaceva molto non pagare il ticket sulle prestazioni sanitarie. Oltretutto, i “miei” ventimila euro sono lì, sulla carta sono già miei. Ma senza fidejussione, nisba, non me li danno. Potrei raggirare l’ostacolo e anticipare l’intera somma. Quindi, presentate tutte le fatture che attestano l’acquisto dei beni ecc ecc la Regione Molise mi liquida. Liquidata è proprio la parola: se avessi ventimila euro a portata di palmo di mano potrei permettermi di non pesare sulla schiena di questo povero Stato civile e democratico. Siccome non li ho, dovrò farmi meno scrupoli, e continuare a fare la scansafatiche, a spese dell’erario, cioè mia madre e mio padre e tutta la loro generazione.

Ho capito anche perchè venti persone prima di me hanno rinunciato alla stessa opportunità. Ma mi chiedo, se venti persone si inventano un lavoro e diventano contribuenti non danno più garanzie alla Regione Molise di quanto possa fare una fidejussione fino al 30 settembre (data di scadenza ultima del bando)? Non sono più affidabile come lavoratrice autonoma, iscritta alla camera di commercio che come disoccupata incazzata, che se si ammala costa cento volte una fidejussione e non paga un euro di tasse? E i soldi che io non potrò avere dove vanno? Domani vedo Michele Iorio e gli dico:”Michè, mi presti ventimila euro che devo anticiparli alla Regione Molise? Te li ridò subito, appena me li avrai dati..Mò è difficile da spiegare ma se me li dai poi ti spiego.” Secondo me, se Michele Iorio mi vede mi prende sul serio e me li dà. Dopodichè, comincio a lavorare. E ad “essere”. Perchè la differenza tra lavorare e non lavorare è questa: essere o non essere, e io, come tutti i ragazzi di questa Regione possibile ma non plausibile, modestamente, sono.

(Pubblicato il 21/04/2008)

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