SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE! 2008

10-01-2008, 7:47 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Fondi sisma e amministrazioni locali: quanto costa essere rigorosi?

di Caterina Sottile

Il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, invia una lettera al Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ai ministri Vannino Chiti, Giulio Santagata, Tommaso Padoa Schioppa e Cesare Damiano; e al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta, per trovare una soluzione definitiva alla sospensione degli adempimenti tributari e contributivi per le popolazioni del Molise colpite dagli eventi sismici del 31 ottobre 2002. Il Governo, peraltro, ha approvato la norma specifica a fine anno. Ma Di Pietro rileva: “Sebbene formalmente approvata dal Governo nel decreto legge di proroga dei termini di fine anno, con mio grande stupore non ho ritrovato nel testo ufficialmente pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. E’ stata introdotta una disposizione del tutto analoga a quella da me sollecitata per il Molise, ma per i residenti in due diverse Regioni d’Italia”. I sindaci del cratere vogliono che si prolunghi la sospensiva per il pagamento dei contributi e, al contempo, come per esempio fece qualche mese fa il sindaco di Ururi, chiedono al Presidente della regione, Michele Iorio, aiuti straordinari a fronte dei mancati introiti per le scadenze fiscali prorogate. Il Molise è una regione “indecisa” e ci è capitato anche che siano venuti a farcelo notare fior di giornalisti. Antonello Caporale, di Repubblica, ci ha ci ha spiegato che ci facciamo depistare i fondi del sisma, spalmati su tutto il territorio regionale invece che vincolati solo ai comuni del cratere. Con il suo nuovo libro: “Impuniti”, ci chiarisce che Iorio ha distribuito i fondi del sisma ad amici e parenti, sovvenzionando la coltivazione del tartufo, la promozione della zampogna, l’ammodernamento ed il rilancio di Campitello Matese, le ristrutturazioni di masserie diroccate per farci gli agriturismi. In pratica, una mega campagna elettorale che, alla luce dei risultati delle urne, è stata efficace. L’inchiesta giornalistica che ha sollevato la questione è in verità partita in loco, da parte dei nostri giornalisti. In ogni caso, se tutto ciò fosse vero, Michele Iorio sa in che regione vive. La sua strategia ha le caratteristiche di un

vero e proprio “piano Marshall” per il Molise e tutte le attività imprenditoriali finanziate insieme possono produrre reddito attivo per almeno due generazioni di molisani. Mentre i sindaci chiedono le proroghe, le imprese sono in grado di pagarle, le tasse. Se gli amministratori di un territorio in ginocchio continuano a chiedere fondi che non ci sono, mettendo in crisi politica il loro governo e, paradossalmente, facendo da

spalla, come Peppino a Totò, a Michele Iorio, delle due, l’una, direbbe proprio Di Pietro: o siamo rigorosi e chiediamo dove sono finiti i fondi destinati a noi e usati altrove (ma davvero?) o siamo ancora più rigorosi e ci accolliamo la responsabilità di aver sperato di averne sempre di più, all’infinito. Produrre “pagatori di tasse” serve a decidere in autonomia, a painificare lo sviluppo, a pretendere dalla politica non ad accettare le sue pretese. I sindaci sono fermi all’incrocio storico dell’assitenzialismo senza fondi di assistenza, sperando che nessuno le paghi ancora per un po’, e poi ancora per un po’, Iorio avrà pensato: “Datemi un contribuente e vi solleverò l’economia”, piuttosto che “prorogateci i contributi e mi sentirò sollevato per qualche mese ancora”.

 

26-02-2008, 15:11 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Agricoltura molisana: è anche una scelta etica

di CATERINA SOTTILE

Cosa sta accadendo all’agricoltura del Molise? Le polemiche, giuste, contro l’eolico selvaggio sollevate forse con qualche ritardo anche da Coldiretti pongono finalmente l’attenzione su un tema essenziale: la pianificazione del territorio impostata sull’inseguimento

irrazionale per la “convenzione per i parchi eolici” può stravolgere gli equilibri fondati sulla tradizione rurale della nostra regione? La preservazione dell’ambiente naturale è sicuramente il primo e più efficace strumento di prevenzione sanitaria e i costi della Sanità dipendono in maniera eclatante e drammatica dalla qualità della vita e dalla sostenibilità del benessere compatibile con la difesa della salubrità dell’aria, dell’acqua, dell’habitat in generale. L’eolico è l’energia pulita per eccellenza ed è sicuramente preferibile ad altre fonti di energia molto più invasive. Però pone un problema complesso, e persino meno controllabile a lungo termine. C’è una corsa, forse troppo disinibita, ai proventi che provengono dalla cessione dei terreni ai pali. Il Molise non è la brulla Calabria, la Basilicata ed i terreni ceduti sono coltivati e coltivabili. Benchè le divergenze che animano la discussione sui parchi eolici siano soprattutto politiche i sindaci, prima ancora dei consiglieri regionali, sanno che sono proprio gli agricoltori a rincorrere le convenzioni con le società che installano i parchi. Perchè una categoria così storicamente trainante e così rappresentativa in questa regione rinuncia al suo potere produttivo in cambio di 3500 euro annui, o, i più fortunati, per 7000 euro? Perchè per un agricoltore, in questi ultimi cinque anni in cui ha dovuto combattere con il mercato globale, ma anche con la siccità o con temperature anomale, quelle cifre le ottiene dovendo lavorare, e duramente, per un intero anno. Ma investendo anche energia umana, attrezzatture, rischi legati al lavoro. Quelle, o poco più che quelle sono le cifre che poi dovrebbero coprire anche interessi maturati nelle banche, o che dovrebbero consentire investimenti per riadeguare le piccole aziende e renderle davvero competitive. I conti non tornano e alla fatica non corrisponde la dignità che un lavoro così nobile e così essenziale per la sopravvivenza di questo

territorio meriterebbe. Ciò che salta agli occhi è quindi una povertà implicita che non riguarda solo i conti ma anche la visibilità della categoria rispetto alla programmazione regionale: gli “uomini con la valigetta” trovano davvero un deserto malleabile, assenza di reattività sociale ma anche un contesto disgregato in cui ciascuno deve decidere per sè. I pali rischiano di diventare un surrogato dei vecchi sostegni intergrativi e presuppongono una resa, storica, pericolosa a trasformare la terra in grado di produrre pane in spazio disabitato da adibire alla produzione di energia. E’ un dilemma serio, se si considera l’agricoltura non solo come un qualsiasi settore dell’economia. L’agricoltura è anche “matrice sociale” di una comunità e il potere di far nascere grano, uva, ortaggi non presume solo un valore di mercato ma sancisce la potenzialità reale di un Paese di essere autonomo, di resistere all’aggressione del mercato che uccide le micro realtà. Difendere il nostro olio o la nostra uva non è solo un’illusione romantica, in mancanza di idee efficaci per creare lavoro e ricchezza, ma attiene alla preservazione più profonda e più strutturale della “salute sociale” di questa regione. Dire no e mai a questioni così imminenti come la fame di energia è un inutile esercizio ideologico per non agire e per non risolvere nulla. Ma prestare il collo e la propria terra a disegni che passano sopra il Molise senza incidervi in

senso positico e propositivo significa rimanesere nudi e affamati dopo una nubifragio. Forse gli agricoltori dovrebbero essere attori principali e quotati di questa discussione e la Politica, tutta la politca, dovrebbe far loro da scudo. Un gioco che non vale la candela, se pensiamo che le convenzioni durano trent’anni mediamente e che sono stipulate con la consapevolezza tacita che non coltivare la nostra terra rende più che farla vivere. E questa è l’aberrazione più allarmante, che indurrà a svendere il Molise al primo offerente. Ma l’agricoltura garantisce anche la stabilità di un territorio, la sua “cura” geologica, strutturale, ambientale e non può essere considerata solo un’opzione economica, più o meno attuale e praticabile. Oltrepassa e di molto, il valore materiale della sua produttività e presume la sopravvivenza di tutti.

 

16-03-2008, 18:05 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Ricominciano a parlare dall’alto di una convinzione vera

Perchè non ci interessano proprio tanto le elezioni, le strategie delle candidature, gli schieramenti ed i rimbalzi di questa campagna elettorale “lenta”, piuttosto trascurabile?

 

Perchè da qualche mese sentiamo parlare di morti, di operai morti e di bambini. I giornali ci sbattono sul muso la morte scabrosa degli indifesi. Persino in Molise muore una piccola farfalla, stropicciata dalla sciatteria di un mondo senza morale, senza istinti, senza pilastri veri, sostanziali, che non ci appartiene.

 

Eravamo contadini e siamo diventati emarginati di periferia, lontano da Dio e dall’Uomo. Avremmo bisogno di sentire parole pesanti, concetti importanti; avremmo bisogno di sentire questioni serie su cui riflettere, cose che non sapevamo e che ci vengono spiegate. Ci manca lo Stato e quella forza etica che condiziona le scelte, che ristabilisce la differenza fra bene e male, fra “ora e subito” e per sempre, per tutti: non “su” tutti, ma per il bene di tutti.

 

Quel senso universale di identità del bene, riconoscibile ovunque e che andrebbe insegnato ai bambini. E invece la Morale è uno slogan, adattato a seconda dell’utilità momentanea. Anche le piccole comunità cominciano ad avvertire l’assenza della struttura sociale e perdiamo i bambini, divorati da un’aggressività deturpante, autodistruttiva. La politica, docente sgrammaticata dell’indifferenza di Stato non fa altro che fomentare l’assenza, il disimpegno.

 

Avrei voluto che qualcuno rinunciasse ad una candidatura perchè la finalità vera è l’affermazione di un progetto, ampio, collettivo, lungimirante. O avrei voluto qualcuno che pretendesse una candidatura perchè aveva qualcosa da dire, da rappresentare, da realizzare. Vorrei sentir parlare dall’alto di una convinzione vera. La responsabilità istituzionale coincide con il senso, profondamente umano, delle regole e delle prospettive. Altrimenti perdiamo la percezione del limite, del baratro, e diventa abitudine, oscena inerzia, il massacro privato, silente, degli innocenti.

21-03-2008, 8:46 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Una vecchia Audi 80 e il solito loden blu. La ‘normalità’ di un Senatore

Il senso civico di un candidato al Senato è sicuramente materia filosofico costituzionale e se la sua Audi vecchiotta, parcheggiata in uno spazio riservato ai disabili, diventa oggetto di scoop, ciò attiene al diritto inviolabile dell’Informazione.

 

Poi si scopre che forse non era del Senatore uscente e candidato Augusto Massa l’automobile immortalata dal coraggioso reporter. E poi, ancora, si chiarisce che sì, era quella macchina ma non era sulle strisce riservate.

 

Il Senatore si affretta a smentire, giustificarsi, chiarire e poi si ricorda che forse sì, aveva parcheggiato in sosta vietata, ma non nello spazio riservato ai portatori di handicap. Brutta abitudine, molto comune ai politici, non è tanto il parcheggio in sosta vietata, di cui raramente i potenti si devono occupare personalmente, quanto, appunto, la goffaggine con cui si misurano con i problemi quotidiani dei cittadini: il parcheggio, il costo del latte, del pane, le file per le prenotazioni, le cartelle esattoriali sbagliate, i timbri, le certificazioni, i soldi che non bastano.

 

La foto all’Audi di Augusto Massa mi ha fatto sorridere ed ho sinceramente apprezzato la tempestività del fotografo. Ho sperato, molto, che si trattasse di un adolescente, di un giovanissimo studente goliardico ma intelligente, ironico, ribelle, come devono essere i ragazzi. E ben venga questo tocco di colore, in una campagna elettorale che ha paura di toccare temi più difficili e più maliconici del parcheggio di un’Audi vecchia di qualche decennio.

 

Certo, se fossi un pubblicitario geniale, coglierei la potenza positiva del messaggio promozionale (del tutto imprevisto) di quella foto: con l’immagine di un’Audi un po’ dimessa, sicuramente poco allusiva di lussi e sperperi immeritati, Oliviero Toscani ci farebbe una campagna delle sue, una “pubblicità progresso” a favore del politico trasparente. “Uno normale, vivaddio!”, potrebbe essere lo slogan, forse non in stile Toscani, ma eloquente della persona di Augusto Massa.

 

Al di là dell’indisciplina, vera, semivera, non tanto vera, a me quell’Audi 80 quasi da rottamare ispira una gran tenerezza. Mi evoca una “normalità” che accostata ad un senatore della Repubblica ha un sapore vago di onestà. Se questo signore guida un’automobile vecchiotta, si ferma al bar del centro a parlare con gli amici di ieri, sempre quelli, col suo Loden blu, stile “è ancora buono e perchè dovrei buttarlo”, a me ispira quel tipo di fiducia del tutto disinteressata che suscitano le persone per bene.

 

 

Forse non avrebbe dovuto affrettarsi a spiegare nulla; avrebbe dovuto riderci sopra, dicendo la verità: quella macchina ha bisogno di qualche minuto di sosta prima di poter ripartire e bisogna rispettarne i tempi. La foto è meravigliosa, ed è divertente il guizzo di chi l’ha scattata. Ma se un senatore che non è affatto povero e non è certo una persona semplice per intelletto e per esperienza sceglie di tenersi la sua Audi 80 nera finchè funzionerà, credo sia uomo di buon senso, raro buon senso.

 

Fra tanti yuppies sempre in tiro, Augusto Massa a me sembra un signore molto a modo, uno dei pochi ancora in grado di “essere” senza dover sembrare. Spero tenga a mente che non bisogna parcheggiare sulle strisce gialle, ma spero sinceramene che continui a fidarsi della sua Audi 80 e del suo Loden blu. Al di là dei sussurri e della grida di un mondo pieno di macchine luccicanti che si cambiano senza rimpianti, come tutto il resto.

Caterina Sottile

 

24-03-2008, 2:21 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

L’aborto è una cosa seria

di CATERINA SOTTILE

Viviamo un’epoca di assenze, da quelle degli adulti rispetto al bisogno di riferimenti e di attenzioni dei piccoli, a quella, sostanziale, di convizioni, di certezze da cui partire per fare, per scegliere, per dire no o per dire si. Anni paradossali, in cui non siamo più i poveri del dopoguerra e siamo spaventati di non essere più abbastanza ricchi. Un’idea chiara di cosa pensano davvero i giovani ci proviene dalla canzone di Tricarico, rivelazione della recente edizione di Sanremo: “Voglio una vita tranquilla..ià ià ià”. I ragazzi hanno bisogno della mitologia della normalità, dopo decenni di ribellioni, di rifiuto delle convenzioni, di “contro” e di fantasie al potere. Da tante belle speranze di libertà abbiamo ereditato, stranamente, un bisogno di schematismi ed una tendenza quasi oscurantista al moralismo, in sostituzione della Morale. Da almeno cinquant’anni non sentivamo parlare di “famiglia normale”, di “fede-Stato”, di religione come  ppartenenza piuttosto che come apertura. Proprio noi cattolici siamo testimoni di un sentimento di umanità e di pietà che Gesù ha sublimato: quel suo dolore universale, così profondamente umano e umanitario e così coraggioso ci ha consegnato un’idea di libertà che è responsabilità, coraggio di scegliere e di difendere, fino in fondo, la dignità della vita, anche a costo della vita stessa. Gesù Cristo ha portato nel mondo un messaggio di “serietà” e ha aggiunto all’idea ancestrale di amore il concetto di “giustizia”. Il secondo testamento è un testo filosofico rivoluzionario, di illuminante modernità, infinitamente più avanti di come noi stessi riusciamo a collocarlo e a percepirlo. Pur rifiutando con assoluto vigore le strumentalizzazioni elettorali con cui si discute di aborto, di “matrimonio normale” e matrimonio anormale e altre banalità simili, da sinistra mi provengono delle vere e proprie sferzate di gelo. Sembra quasi che si faccia di tutto per non ragionare, fomentando, forse inconsapevolmente, la caccia alle streghe che da destra è diventata volgare materia contabile; conta di voti, quelli cattolici, che farà la differenza. Ma anch’io sono cattolica, benchè, proprio per questo, mi sforzi di evitare di sentirmi Dio e di stabilire, sulla base di un’appartenza pseudo politica, se sono “famiglia normale” o meno, se la mia religione è una casta chiusa o una straordinaria opportunità di essere davvero migliore e aperta al mondo, soprattutto al mondo reale, quello in cui i bambini sono ancora terribilmente indifesi e in cui le famiglie “normali”,  talvolta, non assomigliano affatto al rassicurante quadretto della propaganda di questo medioevo fuori tempo massimo. Ma se Franca Rame se ne viene con: “E’ meglio abortire che dare i figli all’orfanotrofio, con tutti i pedofili che ci sono in giro», mi arrabbio. Tacere, no? Certo che un bambino solo è esposto al peggio, oltre l’immaginabile, ma c’è un codice etico nella comunicazione pubblica che può essere rispettato solo attraverso le parole e l’uso che ne facciamo. Se parliamo tra amici al bar le parole sbagliate possono essere ridimensionate dalla conoscenza reciproca, dalla nostra storia. Se una persona che ha un ruolo pubblico parla in pubblico, ciò che dice ha valore collettivo, rappresenta un messaggio, non semplicemente una frase detta a caso. L’aborto è una cosa seria. I politici non dovrebbero parlarne come se fossero tra amici, al bar. 

 

15-04-2008, 11:34 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Il Molise e la danza della pioggia

di Caterina Sottile

Chi fuma molto, come me, sa quanto siano perniciose le sigarette: le si respira, sempre più spesso e sempre di più, fino a non sentirne più il gusto. Ma rimane il desiderio e si continua a fumarle solo per bisogno, senza alcun piacere. Quella è la fase che i medici definiscono “dipendenza”.

 

Le parole, proprio come le sigarette, procurano lo stesso effetto. Si pongono domande che inducono ad aggiungere altre parole per tentare risposte. E via via, fino a non percepirne più l’utilità. Chi scrive, di solito, raggiunge quasi subito l’assuefazione alle parole e vi rimedia tacendo, per lunghi, costruttivi periodi. Ma a differenza del fumo da sigaretta, la scrittura non è una dipendenza reversibile e l’astinenza è solo propedeutica ad un nuovo, ennesimo abuso.

 

Le parole, i dibattiti, le polemiche che si librano nell’aria di questo Molise asmatico sono inutile schiamazzo o serviranno? Nella battaglia degli spazi elettorali interessati c’è spazio per il buon senso che guarda oltre, che incide sulla pianificazione dei territori, della politica, dell’amministrazione pubblica? Io credo che la Politica non possa essere un “prodotto di mercato” e non si possa più “premiare” il prodotto sulla base del gradimento.

 

Credo proprio che il voto non sia uno strumento adeguato alla complessità della gestione dello Stato perchè influenzato ed influenzabile dal livello culturale di chi lo esprime, dalla conoscenza, dall’accesso alle informazioni, dal bisogno brutalmente materiale di cose, di denaro, di sostegno, di salute o di protezione.

 

La Democrazia si compie attraverso il voto quando la scelta avviene in un contesto di libertà diffusa e realizzata. Non è il nostro caso, “nostro” nel senso di pianeta Terra. Ester Tanasso qualche giorno fa ha sollevato un problema concreto: l’espressione della volontà popolare deve valere anche in senso restrittivo rispetto alla proposta.

 

Chi non trova condivisibile nessuno dei programmi elettorali presentati deve poterlo dire attraverso una sorta di voto deterrente. Finchè non sarà così, bisognerà organizzare feste di piazza, corse campestri, mostre del grambiule più colorato, archivi di vita contadina in mezzo ai nuclei industriali sideral-chimici e gare del ricordo più confuso di quanto eravamo felici quando lavoravamo la terra! Ma che ne abbiamo fatto davvero di quella terra?

 

Chi in Molise produce cose buone, come i formaggi, l’olio, il vino, gli ortaggi, la frutta sa che si possono ottenere solo con un certo tipi di coltivazioni, preservando l’ambiente, l’aria, l’acqua ecc. ecc ecc.. Solo quando comincerà davvero a pesare, a rappresentare un capitolo finanziario rilevante e ingombrante potrà anche influire sulla gestione di questo territorio.

 

Accade in Toscana, in Val D’Aosta, persino in Umbria o in certe zone dell’Abruzzo. Ma se il reddito medio di un agricoltore, per esempio del Basso Molise è, progressivamente, meno 10 mila euro all’anno, meno nel senso di passivo di 10 mila euro, cosa volete che ci preservino dai pali eolici, dalle centrali nucleari o dalle turbogas?

 

Chi gestisce la turbogas di Termoli spende, legittimamente, di comunicazione pubblica in una settimana quello che un contadino del basso Molise guadagna in un anno. Vorrei vedere quanti candidati o già eletti sarebbero disposti ad affrontare associazioni di agricoltori davvero potenti, davvero arrabbiate e davvero rappresentative di un potere economico solido.

 

I temi sostanziali di cui discutere sono energia e sopravvivenza. In Molise l’energia, se considerata solo una fonte di pedaggi scoordinati dall’economia autoctona non è un supporto all’impresa, ma la stronca sul nascere. Siamo una regione di emigranti, e lo saremo sempre. Potevamo essere almeno sacrificati per noi stessi, piuttosto che per interessi lontanissimi da noi.

 

Certo, un tema che mi allarma molto è l’abbandono delle campagne. Non solo e non tanto per la perdita di un settore che potrebbe produrre piccoli redditi ed evitare le lunghe ed inutili file delle clientele del posticino fisso e dei co.co.co. Mi preoccupa molto di più l’idea di ettari di terra trascurata, incolta, a disposizione degli incendi. L’agricoltura ha una funzione pubblica essenziale nella cura del territorio e della sua vivibilità. Ce ne renderemo conto quando cominceranno i roghi e non avremo neppure abbastanza acqua per spegnerli. La scorsa estate ne abbiamo avuto un’anteprima più che esaustiva.

 

Ma anche questo attiene in piccola parte al buon senso. Non tutto è gestibile con le leggi, con la polemica politica o con il confronto democratico. Qualche volta occorre proprio uno che dice: “Mò, basta. Questo si, questo no.”

 

16-04-2008, 11:28 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Michele Iorio si nasce e Di Pietro lo sa

di Caterina Sottile

 

Le ultime elezioni hanno travolto tutti ma, soprattutto, hanno determinato un’evoluzione genetica nelle dirigenze della Politica. Le candidature avevano mostrato una palese tentazione di tornare al passato proporzionalista, tutto imperniato su decimali e frazioni da usare in caso di emergenza crisi. L’elettorato ha stroncato sul nascere questa sorta di big bang post bipolarismo ed ha riaggregato i potentati ai due blocchi maggiori.

 

In Molise questo processo geologico-politico è stato ancora più evidente: il governo di una regione ha un enorme peso sugli equilibri elettorali nazionali e queste elezioni sono state le prove tecniche di trasmissione del futuro governo regionale se non, addirittura, una falsa partenza che non è poi così sprecata. Vedremo quale sarà la tenuta di Berlusconi, stravittorioso ma al fianco di un altrettanto stravittorioso Bossi. Un film già visto nel 1994 che però non ha le “comparse” che aveva allora ed avrà bisogno di una sceneggiatura tutta tra prime donne.

 

Questo è un Governo a cui il Paese ha chiesto di governare, di fare, di decidere, ma anche di mostrare la faccia. Tant’è, non ha stimolato l’elettore chi non poteva matematicamente incidere sul risultato. A me personalmente nessuno ha chiesto il voto, come al solito, ma tutti parlano di voto condizionato dai ruoli istituzionali. Un dubbio comune a molte delle analisi del voto è: “Che ne sarà del tornado di Pietro dopo che avrà superato le nebbie della Padania di Bossi?”

 

La vittoria di Di Pietro, vista da questa angolatura, appare come una vittoria di Pirro, per le enormi perdite che ha causato nel PD. Però, innegabilmente, Di Pietro a sinistra ha aggiunto forza, a differenza della Destra di Storace, che senza Fini non ha saputo riprendersi quella grande tradizione di opposizione imprenscindibile che aveva, fisiologicamente, prima. L’ha dispersa Fini, è vero, amalgamandosi troppo a Forza Italia. Ma gli elettori hanno dato ragione a lui, non a Storace.

 

La Politica si fa con gli ideali o con i numeri: entrambi questi elementi se li può permettere solo Berlusconi che li annulla, di volta in volta, a seconda delle sue personali esigenze. Solo noi palati sopraffini lo abbiamo visto fare talvolta a D’Alema, in tempi migliori di questi. Lo stesso problema che in futuro potrebbe avere Di Pietro lo ha già sperimentato l’UDC: il popolo democristiano non è abituato alle battaglie, alle nicchie, all’opposizione senza rete.

 

Da cinquant’anni non deve più conquistare nulla ed oggi, così a muso duro e da solo, è apparso spaesato. In ogni caso, sinceramente, le grandezze dei numeri di Forza Italia in Molise mi fanno pensare che la gente è contenta di questo governo regionale o comunque, pensa che la sola opposizione possibile la possa fare Di Pietro. Mentre dal PD si affannavano a sminuirne l’onda anomala, accusandolo di inciucio con Iorio, gli elettori hanno visto quella strana coppia come un menage a due paritario: due leader che da posizioni opposte erano lanciati in una competizione utile per il Molise.

 

La percezione che l’elettorato ha mostrato di avere di Di Pietro è di una forza in grado di tenere testa alla maggioranza regionale. Ha potuto farlo forte del suo ruolo di Ministro di un governo di centro sinistra, in un Governo di maggioranza nazionale. Bene!. Ma ha continuato a farlo malgrado dal PD molisano si sconfessava Veltroni ed il suo sforzo di aggregare voti, accogliendo Di Pietro anche a costo di subirne l’ombra.

 

La sinistra ha continuato a fare il gioco di sempre e non ha colto il fastidio che le liti interne provocano nella gente. Mentre dal PD si facevano le conferenze stampa contro Di Pietro troppo amico di Iorio, gli elettori pensavano: “Questi non si sono neppure messi d’accordo fra loro, figuriamoci…” In Italia, in ogni caso, gli avversari di Berlusconi identificano in Di Pietro l’unico ostacolo per lo strapotere Silviano. Il dato, quindi, è che i molisani non considerano Iorio una creatura di Berlusconi ma un leader a sè. Tant’è, aveva contro, proprio dal Molise con furore, un altro belusconiano inedito: Ciarrapico, padrone e signore di Nuovo Molise ed eletto senatore del PDL nel Lazio.

 

I numeri, dannati numeri, dicono che la gente, dannata gente, vuole la politica, i politici veri, che la fanno full time, altro che società civile e belle menate sulle donne e sull’impegno laico ed ha scrollato i rametti e le foglioline della pura rappresentanza, ideologica o strumentale che fosse. Si sono creati i due blocchi, molto simili fra loro proprio per la scrematura degli estremi. Estremi che non sono davvero tali: il più estremista dell’attuale Governo è proprio Di Pietro. La Santanchè, Bertinotti, Boselli non mi sembrano così estranei alle dimamiche elettorali storiche.

 

Hanno solo provato a fare da soli, con candidature più compatibili con il sistema proporzionale che con il bipolarismo piramidale imposto da questa legge elettorale. Un Governo che sembra Giano bifronte, con due bocche ed una testa sola, ma che sintetizza bene il clima sociale italiano: “L’uno o l’altro, basta che vi muovete”, sembra voler dire l’elettorato sbracato di questa democrazia piena di bollette da pagare e di figli senza contributi fiscali. Comunque, io mi sono persa qualcosa. A me questi risultati sembrano strani, quasi surreali.

 

17-04-2008, 8:58 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

“Ruta non lascia, fugge inseguito dai creditori”

Il tornado Franco, architetto Valente, commenta le dimissioni di Ruta a modo suo: “Roberto Ruta non lascia, fugge inseguito dai creditori.”

 

L’architetto di Venafro è un fiume in piena, ma non ci meraviglia. Certo, per le elezioni amministrative di Venafro aveva previsto la vittoria della signora Tommasone, ma forse era più una speranza che un’analisi oggettiva. Su Roberto, in arte Onorevole Ruta, l’architetto più poliedrico del Molise è caustico: “Il Rutassismo è finito come la Parmalat. Coloro che hanno fondato il Partito Democratico sono rimasti con i diplomini delle primarie che valgono quanto le azioni di una impresa fallita. Ora aspetto la fuga dei cortigiani come Danilo Leva e Annamaria Macchiarola, che hanno coperto di ridicolo il Partito Democratico andando a prostituirsi con Forza Italia e Alleanza Nazionale al seguito del loro comandante pluridecorato e atletico saltafossi Massimiliano Scarabeo.

 

E’ facile andarsene dopo aver trapanato con piena consapevolezza la carena della barca.” A parte i toni coloriti, lo “sproloquio” ci sembra in realtà doloroso come uno “Stabat mater” . E’ finita davvero un’era e chi ha creduto nell’evoluzione europeista della sinistra ora avverte un vuoto grave. Valente esagera nella forma ma esprime perfettamente un sentimento sordo fra gli elettori del PD: comunisti, diessini, socialisti, riformisti, progressisti. Parole vuote, come se l’Italia non fosse mia stata attraversata dalla dittatura del ventennio e dalla Resistenza; come se non avesse più la sua storia e la sua bivalente forza democratica.

 

Neppure quella metafora fumettistica di Guareschi: n’è preti nè operai, siamo solo molto preoccupati di non poter arrivare alla fine del mese ed abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia credito, che almeno ci aiuti a sopravvivere.

 

Nell’era di Internet e dei satelliti siamo di nuovo alle prese con la solita faccenda del popolo e del pane. E cosa c’entra Roberto Ruta con questo antico dilemma? Secondo Valente: “Da una cinquina di anni Roberto Ruta non ha fatto altro che nascondere la monnezza sotto il tappeto utilizzando camerieri disonesti e amici Di fronte ad una legge che non permetteva di esprimere preferenze all’interno di una lista, la circostanza di aver messo insieme due simboli ha consentito ad un molisano su quattro di utilizzare Antonio Di Pietro (che certamente non aveva bisogno del Molise per andare al Parlamento) per esercitare il diritto costituzionale di punire chi ha male operato in politica.

 

A suo dire la dirigenza di Roberto avrebbe annullato ogni slancio, azzerato le differenze appiattendo l’energia propositiva del centro sinistra ad un banale gioco di dama: io mangio la tua pedina, tu mangi la mia. Un quadro irriverente e forse anche un po’ ingiusto.

 

Pensando a Ruta ci viene in mente la voce seduttiva di Sofia Loren che chiamava entusiasta e commossa “Roberto, Roberto”, quando Benigni vinse l’Oscar per La Vita é bella. Il nostro Roberto non ha vinto ma, peggio, ha firmato la sceneggiatura di un film decisamente meno commovente.

 

Valente è il più arrabbiato ed il più irriguardoso dei democratici di sinistra, “amici di Veltroni” ma è anche il più candido dei ribelli di questa rivoluzione senza popolo. L’architetto Valente, per quanto possa sembrare strano, è il miglior amico di Ruta in questo momento perchè testimone vivo e vivace di un’eredità politica che altrimenti non avrebbe altra voce. Se Ruta ha sbagliato ne ha pagato le spese in modo netto ed inequivocabile.

 

Ma il silenzio che circonda questa catarsi ci sembra ancora peggiore dei suoi errori e forse lo discolpa, almeno un po’. Nessuna nostalgia, nessuno scandalo per la fine quasi indolore di una storia politica così lunga e così importante è il segno che Ruta è stato solo il cancello chiuso di una casa disabitata.

 

Caterina Sottile

 

18-04-2008, 9:34 • Venafro • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Una testa mozzata di montone in giardino

“Non ho idea di chi possa aver compiuto il gesto, ma sicuramente se non è stato un mitomane vuol dire che dietro l’azione si nasconde un segnale che oggi ancora non so interpretare”

 La testa mozzata trovata nel giardinoL’architetto venafrano Franco Valente ha subito un inquietante episodio intimidatorio. Stamattina si è trovato di fronte, nel giardino di casa sua, il capo mozzato di un montone, ancora sporco di sangue.

 Valente prova a ironizzare: “Questa è l’immagine della testa di montone che ho trovato uscendo di casa alle ore 7,45 nell’aiuola davanti al mio studio. Per un guasto al motore il cancello del giardino questa notte è rimasto aperto. Ieri sera sono rientrato intorno alle 10 e per entrare in casa ho attraversato, come sempre, quel tratto del giardino dopo aver parcheggiato la macchina.

 Ovviamente a terra non vi era nulla. Ora, o il montone è venuto a suicidarsi tagliandosi la testa, o qualcuno di notte si è introdotto nel mio giardino approfittando del cancello aperto ed ha depositato il macabro reperto.” La scena suscita un sentimento di orrore, sicuramente ingiustificabile, che offende la civiltà e la bellezza di una città degna di migliori citazioni nelle cronache giornalistiche.

 Un destino inutilmente triste anche per la povera bestia immolata incolpevolmente: “Comunque ho chiamato i Carabinieri che sono immediatamente giunti sul posto ed hanno provveduto a rimuovere il reperto. Non ho idea di chi possa aver compiuto il gesto, ma sicuramente se non è stato un mitomane vuol dire che dietro l’azione si nasconde un segnale che oggi ancora non so interpretare.

 Se non è ancora decifrabile il messaggio, appare invece più che ovvio che chi ha ucciso un animale innocente solo per goliardia o per qualunque altra ragione getti discredito su una comunità così orgogliosamente operosa come è quella di Venafro che non merita di essere confusa con simili ignominie.

caterina sottile

 

24-04-2008, 9:30 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

E la folla scelse Barabba!

di Caterina Sottile

 Fermate le macchine, è finito l’inchiostro rosso. E pure quello nero, in realtà! E infatti, sembriamo tutti presi dal periodo blu di Picasso: ogni cosa ha una sfumatura ambigua di cobalto e di ciano.

 Pasqua è passata da un po’ ma i Venerdì Santi del PD molisano non ancora. Il partito perde voti e perde pezzi e c’è una parte, quella venafrana, fagocitata e masticata da Michele Iorio, onore e gloria nei secoli dei secoli, e l’altra, quella che in fondo “c’era già”, c’è stata sempre, vuole esserci, accusata di aver fatto votare Di Pietro o di non aver comunque fatto votare Ruta.

 

Certo, i voti a Di Pietro sono andati a Veltroni, ammesso che sia così, ed hanno portato l’alleanza di centro sinistra ad essere l’unico fortino in Italia contro l’ondata dei voti a Berlusconi. Se da Venafro ci si è accucciati a Forza Italia da Termoli e dintorni qualcuno ha abbaiato, senza superare recinti di alleanze spurie e i voti, comunque, sono rimasti a sinistra, e pesano.

 

A questo punto, di fronte a Pilato-Ruta la folla del PD, istruita dagli scriba del Tempio, urla e chiede giustizia contro i traditori. Ma chi sono i traditori? Quelli di Venafro, che hanno fatto un’alleanza vincente ma sbilanciata a destra così tanto che quasi quasi ci si poteva fare a meno? Quelli che Valente chiama “transgeni”? Benchè, l’architetto Franco Valente, l’unico veltroniano ancora presente a Venafro, abbia qualche rotella fuori posto. Dopo aver accusato per mesi lo scempio che si stava facendo del PD ha cominciato a veder teste di montoni in giro per casa e non è affidabile.

 

Oltreutto, meglio una testa di montone in casa che uno scarafaggio dietro la porta, dice quel proverbio sui marchettari! (Erano i marchigiani, ma nel paese dei balocchi tutto è deformato.) Insomma, dicevamo, la folla del PD (che poi sono due o tre) vuole in croce quelli che hanno fatto vincere il centro sinistra, che hanno trattenuto tutte le forze, la storia, la decenza e l’orgoglio di un partito che ha ancora la Presidenza della Provincia di Campobasso e i comuni più grandi del Basso Molise. Per il resto, solo ruoli da tappeto a Forza Italia. E cosa urla la folla a Pilato-Ruta? A morte chi ha fatto vincere Di Pietro ed ha tolto i voti a Iorio. Alla faccia della coerenza! Una strategia chiara come l’acqua di Sepino, ma anche molto calcarea.

 

Ed infatti, spunta una lettera da KGB come non si usava più da secoli neppure in Unione Sovietica, visto che non esiste più proprio l’unione sovietica, non per altro. In questa lettera si accusa Ruta, Massa, Macchiarola di non aver saputo tenere saldo il partito e di aver assunto decisioni politicamente schizofreniche a seconda dei legami locali, da Venafro in giù? Li si accusa di aver dilapidato un patrimonio che invece evidentemente c’è ed è per fortuna rimasto dentro il centro sinistra, riversato si, su DI Pietro, ma con un palese segnale di disappunto responsabile, non nichilista? Gli elettori hanno scelto chiaramente il centro sinistra ma premiando Di Pietro, perchè autonomo, perchè forte. Gli elettori del Molise hanno votato l’unica figura forte del centro sinistra, capace di porsi di fronte a Forza Italia ad armi pari. E’ questo che la folla del PD (sempre quei due o tre) invoca a gran voce? Macchè! Chiedono la testa di D’Ascanio! L’unico rimasto in piedi, istutuzionalmente in piedi.

 

L’unico vertice vero di un partito che non ha più la Base, figuriamoci i vertici. Si chiede, in pratica, di cancellarlo definitivamente dal Molise, visto che non ci si è riusciti con i voti. I voti che dovevano mancare sono rimasti tutti al centro sinistra e sono valsi a tenere insieme un partito che evidentemente si voleva far morire di inerzia.

 

A me Nicola D’Ascanio non è molto simpatico. Troppo bello per essere vero! Ma è il Presidente della Provincia di Campobasso ed è il massimo vertice istituzionale ancora in carica del PD. Non fosse stato per lui, ammesso che abbia fatto votare Di Pietro, questo PD sarebbe scomparso davvero. Non è andata così. Ci ha salvato Di Pietro e ci ha salvato un gruppo dirigente che è anche gruppo istituzionale legittimo e legittimato dai voti. Francesco Totaro, altro fenomeno paranormale del centro sinistra, capace di monopolizzare mediamente 1500 voti a botta solo a San Martino, è un altro di quegli ospiti sgraditi a chi dovrebbe fargli tappeti d’oro.

 

Consigliere regionale di centro sinistra, prende le difese di D’Ascanio perchè prende le difese del PD. Perchè il PD, se non ci tradisce la memoria, era il partito di Veltroni, non di Berlusconi. E proprio Francesco Totaro dice: “Se dobbiamo fare un accordo programmatico con Michele Iorio, lo facciamo direttamente e a viso aperto; per buon senso e per utilità collettiva.” Non c’è bisogno di distruggere un partito e la sua tradizione se di fronte a problemi enormi come la disoccupazione, il terremoto, la ricostruzione ci si siede attorno allo stesso tavolo e si cerca una soluzione concreta.

 

Ma dopo il montone, povera bestiolina innocente, recapitato all’architetto Valente nella sua casa di Venafro, si voleva far saltare anche la testa di D’Ascanio. Pare che il bel Nicola abbia ricevuto una telefonata allarmata: “Presidente, cribbio, mi consenta, pare che alcuni dei suoi dirigenti vogliano cacciarla perchè la accusano di aver fatto votare Veltroni centinaia di elettori che non volevano proprio farlo. Le propongo un accordo programmatico: se li tenga, per favore! Me li tenga lontani. Sa, io non sono mai stato comunista e non so come ci si difende da questo tipo di capò. (Sempre con stà fissa dei capò! ndr) Me lo fa questo piccolo favore? Preferisco vincere con onore, come ho sempre fatto”. Non sappiamo cosa abbia risposto D’Ascanio ma abbiamo sentito invece cosa ha risposto il popolo del centro sinistra agli scriba del Tempio crollato: prrrrrrrrrrrrtttttt!!

 

09-05-2008, 4:23 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Aldo Moro Giuseppe Impastato: due speranze perdute

Il 9 Maggio del 1978, alle 13,30 fu rinvenuto il povero corpo esanime di Aldo Moro: lo Stato ed il senso dello Stato giacevano nella renault 4 rossa parcheggiata orridamente in Via Caetani, a pochi passi da Piazza del Gesù, sede della Democrazia Cristiana. Quello stesso giorno a Cinisi, in Sicilia, veniva ucciso dalla mafia Peppino Impastato.

 

L’uno, uomo di Stato, emblema dell’Istituzione. L’altro un ragazzo normale in una terra ambigua. Due lutti soffocanti come il piombo che stordì e intossicò quegli anni e avvolse come un manto nero il dorso stanco dell’Italia. La memoria era persa ed era persa la possibilità. Perchè Moro fu intelletto finissimo di mediazione, di pacificazione: come chi è e rappresenta il seme vivo dello Stato. Impastato, ribelle e rivoluzionario, lo fu allo stesso modo. Perchè la sua era ribellione alla mafia e battaglia di liberazione per lo Stato dei giusti.

 

Li hanno uccisi entrambi, lo stesso giorno, oltraggiati con la stessa solitudine, seppelliti con la stessa ipocrisia. Uccisi entrambi dalla mafia. Perchè la mafia è tutto ciò che nega all’intelletto e alla Morale di essere legge, di essere garanzia nel contratto sociale fra Stato e cittadini. Di quegli anni abbiamo ereditato l’analfabetismo, anche morale. Le generazioni che seguirono hanno disimparato a scrivere e a leggere ed usano le parole con lo stesso pressapochismo con cui la mafia interpreta e adatta a sè la Legge.

 

Abbiamo elevato a regola la mancanza di regole, l’ignoranza delle regole. Non sappiamo parlare, non sappiamo scrivere e non sappiamo distinguere la legge dalla illegalità. Da qui, confondere il Bene e il Male è un’ovvietà acquisita. La grettezza, la sgrammaticata irruenza con cui si osa e si aggrediscono gli equilibri delicati dello Stato ha soppiantato la pianificazione raffinata e ponderata con cui Moro aggregava a sè riconoscendo la presenza e la dignità del non sè. Di tutto questo, più nulla. Solo la memoria sbiadita dei morti e la caciara dei vivi senza dolore e senza una lingua comune per raccontare la Storia di questo Paese. Analfabeti della sintassi dello Stato che credono che le bombe siano penne e i morti più comprensibili dei libri.

caterina sottile

 

24-06-2008, 6:38 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Droga: troppo accessibile

I ragazzi non sanno ridere! Sembra una di quelle affermazioni retoriche, un po’ noiose, che di solito fanno gli anziani quando esordiscono con: “Ai miei tempi…”

Ma dalla relazione annuale del Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia nel 2007, emerge che i ragazzi si adeguano ad un divertimento standardizzato: frequentano solo certi luoghi, vestono tutti allo stesso modo e tendono ad omologarsi malgrado le enormi possibilità intellettuali che offre loro la tecnologia e il benessere diffuso.

 Se vanno ad una festa, è quasi obbligatorio “sballarsi” per divertirsi. Se sei lucido o hai paura di sballarti, sei “sfigato”. E questo è il grande pericolo: la droga è a portata di mano ed ovunque ci siano adolescenti c’è qualcuno in grado di “offrirla” a prezzi per nulla proibitivi.

 I prezzi relativamente bassi indicano però un crollo della qualità: dal 2001 al 2007 la percentuale media di principio attivo si è ridotta, passando dal 66% al 47% per la cocaina e da circa il 29% al 17% per l’eroina. Questo vuol dire che sul mercato, al costo di una T.shirt, si compra veleno, potenzialmente mortale già alla prima dose.

 Un grammo di cocaina costa da un minimo di 71 a un massimo di 93 euro, l’eroina bianca tra 59 e 87 euro, nera tra 42 e 59. Per marijuana e hashish bastano dai 5 ai 9 euro e 28 e 30 euro per una dose di Lsd. Costa meno anche la pasticca di ecstasy, passata dai 24 euro del 2006 a 18 euro.

 Lo spacciatore “per strada” è una figura obsoleta ed è cambiato drammaticamente il livello di percezione della pericolosità della droga. Il nuovo tossicodipendente è molto più integrato nella società, più “accettato” dai suoi coetanei e la diffusione delle sostanze stupefacenti è divenuta così capillare da non essere vista con particolare pregiudizio dai ragazzi. Fino agli anni 70 uno dei “salvagenti” , per i ragazzi di 13 o 14 anni, almeno nelle piccole comunità di provincia, era stato proprio il forte pregiudizio nei confronti del consumatore abituale di droga. Oggi le famiglie fanno fatica anche a riconoscere i sintomi iniziali, a percepire come allarme i comportamenti anomali.

 Il grande fallimento nella lotta alla droga proviene proprio dalla “ideologizzazione” del fenomeno: se si pensa che il consumo di droga sia un modus vivendi e non una dipendenza patologica e si aspetta che passi, come fosse un evento naturale dell’adolescenza, si rischia di non intervenire in tempo. A differenza dei prototipi degli anni 60 e 70, il tossicodipendente dell’ultimo decennio non è emarginato, non è un soggetto intellettualmente problematico o atipico e accostarsi al suo mondo sulla base di preconcetti sorpassati risulta quantomai fallimentare.

 Fra l’altro, la nuova trappola è il cosiddetto “policonsumo”, soprattutto il mix droga-alcol: è molto diffusa l’abitudine di associare sostanze diverse in “coktail drugs” che gli esperti definiscono “le montagne russe dello sballo”. Si cerca prima la sostanza psicostimolante per eccitarsi, di solito la cocaina, poi si ha bisogno della cannabis per placare l’eccitazione mischiando tutto all’alcol. Le patologie legate agli effetti delle nuove droghe e dei cocktail drugs sono ancora difficili di quantificare, in ogni caso, c’è già una generazione di quarantenni con patologie di demenza, difficoltà cronica di concentrazione e problemi neurologici invalidanti.

 Quante reazioni violente spropositate sono associabili all’uso di cocaina o sostanze neurostimolanti? Quanti incidenti, quanti abbandoni degli studi, del lavoro,quante malattie dei bambini nati da genitori tossicodipendenti? Un costo sociale, in termini di vite ma anche economico che richiede una strategia di prevenzione e di repressione senza indecisioni. Parlare di “sballo” fa storcere il naso ai ragazzi che considerano arretrato persino il linguaggio con cui si cerca di analizzare le loro abitudini. Chi vende droga e la produce ha una macchina da guerra che viaggia a velocità supersonica e mentre si cerca di capire di cosa sia composto l’ultimo arrivato sul mercato, è già sorpassato.

 C’è una sorta di rincorsa infinita a affannosa tra Forze dell’Ordine, comunità scientifica e grandi organizzazioni criminali: la vera arma vincente dei trafficanti è la “novità”, il cambio repentino di strategie d’attacco che disorienta chi li combatte e talvolta ne annulla gli effetti repressivi.

 La droga è una tragedia che arriva nelle famiglie e ne mina il nucleo più delicato: il ruolo dei genitori rispetto ai figli. Chi ha avuto a che farci sa che la prima barriera che abbatte nelle teste dei ragazzi è l’autorità morale dei genitori. Oggi, a differenza dei decenni scorsi, gli adolescenti si procurano droga vendendola a loro volta e questo li porta ad avere contatti pericolosissimi con la criminalità organizzata o comunque con gli ambienti più degenerati del mondo che orbita attorno alle droghe.

 Fra l’altro, procacciarsi denaro con il piccolo spaccio risulta “utile” a sottrarsi al controllo dei genitori, che spesso non si accorgono subito di tutto questo. Al danno biologico più immediato, prodotto dalle sostanze tossiche, bisogna aggiungere l’influenza negativa che l’ambiente criminale esercita sui più giovani e il suo potere di sostituirsi persino alle famiglie come riferimento psicologico. I genitori di ragazzi che consumano droga anche solo sporadicamente assistono impotenti alla trasformazione della personalità dei loro figli, all’annullamento dell’impalcatura educativa che avevano ricevuto dalle famiglie.

 La repressione operata dalle Forze dell’Ordine non basta e non può sostituirsi ai bisogni più profondamente umani degli adolescenti nel loro rapporto con i genitori, ma serve. Serve a dare respiro alle famiglie, a ribadire i concetti di “giusto” ed ingiusto e a dare un messaggio chiaro di cosa è legale e cosa non lo è. Perchè di droga si muore e si “uccide”: le famiglie che non riescono a difendere i propri figli si sentono come “sparare addosso” da chi ha tutto l’interesse di ingoiare intere generazioni di giovani per farne “mercato”.

Caterina Sottile

 

24-06-2008, 6:45 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Il Molise non è dei vivi

Inchieste dal nome avventuroso, Eldorado”, ci spiegano perchè il Molise è e sarà sempre meridione povero e sconsolato e perchè potevamo crescere e non l’abbiamo fatto. Milioni, miliardi di soldi pubblici stanziati per rimediare ai danni, già di per sè evitabili, delle frane, degli alluvioni di una terra che non è affatto sfortunata ed a cui è stato inferto, sul danno prevedibile, la beffa del finto rimedio. Abbiamo avuto un Giugno piovoso, che ci ha restituito la speranza di non essere diventati Africa come pensavamo l’estate scorsa, abbiamo visto strade sommerse di fango dopo solo 3 minuti di pioggia: asfalto aggiunto ad asfalto, su strade incassate nelle cunette piene di terra e persino di rifiuti, che non consentono all’acqua di defluire come dovrebbe.

 Il Molise non è una regione brulla ed ha i profumi vivi di una terra che poteva essere ricca, o almeno operosa: Eldorado a misura di contadino non di tribunali, povera, amara terra mia, amara e bella! Forse la nuova generazione di molisani dovrebbe avere un ricordo che non ha più, per fortuna rimosso dal tempo e dalla volontà di perderlo: il dolore dell’emigrazione. Quando partire voleva dire arrendersi, inginocchiarsi senza più forze, sotto il peso di una terra a cui il sudore non bastava mai e non serviva a farla essere sopravvivenza. Le braccia giovani se ne andavano, sconfitte, non inorridite o rabbiose, ma mestamente arrese. Nel dopoguerra i giovani partivano per fame, portandosi dietro la dignità;  oggi partiamo per disattenzione, lasciando qui il rancore. Il Molise ci sputa fuori, come fossimo disturbanti e alle giovani energie riserva emarginazione. L’intelligenza, la professionalità, lo studio, l’istruzione che altrove sono capitale qui non servono a costruire nulla.

 Nel mio paese c’era un ragazzo, un bracciante che arrivò  a Torino poco più che adolescente e quando gli chiesero cosa volesse fare rispose: il farmacista! Probabilmente era quello il suo sogno impossibile, ma non aveva potuto studiare per realizzarlo. La mia generazione è stata piuttosto sfortunata, in fondo: figli della rivoluzione studentesca, del femminismo, degli anni di piombo, dalla lotta per la libertà abbiamo ereditato soltanto il “peso della libertà”, la fatica di trovare l’applicazione pratica ai sogni di giustizia sociale. E non l’abbiamo ancora trovata, visto che abbiamo studiato da “farmacisti” quasi tutti ma se ci chiedono cosa sappiamo fare siamo costretti a tergiversare. Il Molise non ha bisogno di professionalità ma di consensi e la qualità del lavoro è subalterna alla quantità degli occupati, sempre pochi. Un finanziamento pubblico per non fare ciò che si dovrebbe fare è l’emblema di un abisso in cui sprofonda la “possibilità”.

 Illustrando il  rapporto Censis sui risultati dei due precedenti cicli di   programmazione in Molise (1994/2006), il professor  Giuseppe De Rita, durante il dibattito organizzato alla Fiera delle Idee,  ha smontato le impalcature complesse dei numeri per aiutarci a vedere una realtà che i ragazzi molisani conoscevano già:  la durezza delle cifre spiega bene perchè non abbiamo la percezione di muoverci, di fare sforzi utili, che ci avvicinino all’Europa più ricca.  Non credo che sia tutto sbagliato e tutto da rifare. Continuo a pensare, malgrado sia così impopolare, che l’idea di fondo che ha condizionato la gestione dei fondi del terremoto fosse giusta. Ma un altro strano fenomeno molisano è che le opinioni non possono rigurardare i fatti ma le persone: se il presidente della Regione Molise ha compiuto una buona scelta, dargliene atto è un segnale di sottomissione al potere. Un po’ fastidioso come effetto collaterale del buon senso. Credo però che  siano troppi i giovani laureati, studenti, apprendisti di molti mestieri interessanti che vengono estromessi, cancellati o penalizzati nella “fiera delle idee quotidiana” di questo territorio. Perchè ci sembra ancora così ovvio che una “bella testa” non possa rimanere in Molise? Perchè, come diceva massimo Troisi, se viaggiamo noi siamo sempre e comunque emigranti e non turisti? Basta andare due kilometri più giù di Termoli e il varco della Puglia ci appare come una porta santa: alberghi, ristoranti, maneggi, vivavi che attraggono i molisani e non solo e che sorgono sull’humus di un paesaggio che ha saputo diventare capitale vero. E noi? Noi aspettiamo che qualcuno ci assuma, perchè sappiamo bene che non vale la pena provarci da soli a sopravvivere, perderemmo tempo. Abbiamo reparti ospedalieri che funzionano benissimo penalizzati proprio per questo, annullati per far spazio ai clientes. Medici, operai, giornalisti, architetti, ingegneri, sarte, qualunque professione si spalma sul panino della pianificazione dei consensi elettorali o, ancora più profondamente, non deve essere di disturbo al meccanismo delicato della mediocrità funzionale al sistema. Quale imprenditore può davvero osare di scegliere autonomamente la propria strategia produttiva, i nomi e i cognomi dei dipendenti, dei collaboratori, dei consulenti? E quale è l’effetto, concreto, che questo continuo e pernicioso adattamento forzato crea sui bilanci e sulla crescita economica?

 Ci si spartisce il territorio giocando a morra con “gli aventi diritto al voto” e trasformandoli in “non aventi diritto ad altro che quello”; di elezione in elezione, di governo in governo, bisogna saltare velocemente sul treno in corsa e non è sempre colpa della politica. Non illudiamoci di essere una regione tranquilla: il giudice Imposimato molti anni fa venne a Campobasso per dire che la mafia nasce e si nutre nelle piccole devianze del rapporto tra amministrazioni locali e cittadini: un diritto ottenuto per intercessione è un’aberrazione sociale, è mafia. Il lavoro gestito, distribuito, spartito come se le professionalità fossero mandrie da marchiare, è mafia. Nessuno in Molise può davvero sperare di fare il lavoro che sa fare se non per concessione diretta e inderogabile di chi comanda. Non basta e non serve a nulla saper fare se non si è accompagnati per mano. Poi magari ci si convince anche che va bene così. E ci si convince che qualcuno che conta, potente ma illuminato, ha capito quanto siamo bravi e ci ha voluto bene, ci ha protetti, ci ha “battezzati”, appunto, come avviene nelle gerarchie mafiose.

 Perchè se ci fosse una vera cultura d’impresa gli imprenditori non perderebbero tempo con i figliocci e i padrini e avrebbero bisogno, senza intermediazione alcuna, di scegliere con assoluta serietà le persone giuste al posto giusto. Ma l’impresa è solo un anello della catena delle clientele di un arrugginito e cigolante carrozzone che deve tenere a bordo il potere fine a se stesso, la politica che conserva i nomi e non i ruoli, che preserva gli individui e non la dignità istituzionale dello Stato. Non pianifica un bel niente ma si trascina, al traino di ciò che arraffa per caso, per fortuna quasi. E allora, a che serve essere seri? Non rende, talvolta penalizza, spesso butta giù dai ponti ragazzi giovani in cerca di bellezza e di dignità. Questo è un luogo che non esiste, un luogo inanimato, buono solo per far sopravvivere chi vi si adatta perchè morto a sua volta.

caterina sottile

 

01-07-2008, 7:38 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Dai nemici mi guardi Iddio, dagli amici mi guardo io….

Sorpresa ma onorata di essere citata come “amica di  Corrado Sala” ho il dovere di precisare che l’indole malvagia del corsivista più piratesco del Mar Nero molisano non l’ha avuta “grazie” alle doti caritatevoli della nostra insuperata suor Matilde, ma “a causa”.

 La sfumatura non è banale ma graffiante e lascia un segno dolente sulle nostre meningi.

 Suor Matilde Champagne, un nome altero come la solennità di un calice (e perdonateci l’accostamento blasfemo) è stata terrore e tormento di tutti i frequentatori d’asili degli anni 70: ricordo dolce di chi, crescendo, ha sperimentato ben altri amari calici.

 E’ una straordinaria metafora del rigore che la nostra generazione non è riuscita ad imparare e lo ha schivato, raggirato in uno slalom furbesco ma ignobile: abbiamo imparato a sembrare, a fingere, ad avere anche non avendo faticato abbastanza, giustificandoci da soli e senza appello.

 Se gli altri immeritatamente ottengono più di noi, perchè non dovremo sentirci in diritto di possedere ciò che abbiamo? Una suora energica, intelligente, inappuntabile ma creativa ci aveva insegnato ad essere liberi, pur nel rigore immodesto delle regole, nella durezza imperiosa delle scelte.

 Ce lo aveva insegnato tra una canzoncina e un lavoretto con i semini di melone che sapevano di colla “coccoina”, fragrante di mandorle fresche e di dita appiccicose ma abili. Da lei, in quel grande castello fatato che fu Palazzo Pollice ai tempi dell’asilo, avevamo imparato a fare, a inventare ad essere seri perchè credibili, autonomi.

 E al suo fianco, alter ego rassicurante e confortevole come un ghiacciolo d’estate, c’era Suor Giuseppina: uno scricciolo di donna, vissuta soltanto un attimo, il lampo di luce di un sorriso tenero.

 Queste strane vicende ci accomunano, egregio signor Sala, e sono le minuzie che di due bambini fanno due teste pensanti, due schiene dritte su gambe instancabili. Il Molise, caro “Corrado” Sala, ha bisogno di un passato da oltrepassare senza nostalgie e senza rimpianti, ma che ci dia lo slancio per andare oltre.

 Questa è una regione creativa ma senza regole che non sa fare più lavoretti con i semini, capolavori nati dal nulla, e neppure sa essere orgogliosa delle sue mani appiccicose di lavoro.

 Il Molise è una regione senza sudore e senza invenzione. Ci salverà davvero la bellezza?

 Se quel romanticone ottimista ma incoerente di Dostoevskij avesse conosciuto suor Matilde avrebbe scritto che “il rigore e la fantasia salveranno il mondo”, la Morale e il coraggio di ammettere che senza non si vive.

Caterina Sottile

10-07-2008, 20:29 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Satira, Corrado Sala, i politici e l’ordine dei giornalisti

Lo scorso autunno, più o meno a metà novembre, sono stata attratta da una rubrica di Nuovo oggi Molise: “Il Sabato del Villaggio”, a firma Corrado Sala. In realtà, era in edicola la Domenica mattina, e già questo mi sembrava incoerente.

 Ma quella sorta di suggerimento ad un surrealismo di fondo ha destato la mia attenzione: il Molise è una regione piena di incongruenze e il Sabato del Villaggio, di Domenica in Domenica, me le cantava tutte, come una bella Messa.

 Carta e inchiostro come chitarra e voce, a intervalli settimanali.

 Cominciavo anche ad arrabbiarmi: non condividevo quasi nulla, tranne l’orticante indiscutibilità di una scrittura autorevole, di buona letteratura.

 Non è facile trovarne in giro e io che ne sono ghiotta come un orsetto lo è del miele, ne ho fiutato la fragranza con un certo anticipo. Qualche tempo dopo la rubrica è diventata quotidiana, come il pane del Padrenostro, ed il titolo è diventato “Lor Signori”. Il Presidente della Regione Molise per Corrado Sala è Charlie Brown, il senatore Di Giacomo è Ulisse Maciste, l’assessore Fusco Perrella è Rita Fusco Montalcini, o, in seconda istanza, Rita Fusco Parker-Bowles; e la satira è servita, con la ciliegina dell’acume, inteso come “acuminato”.

 Ma ciò che continua ad interessarmi davvero, al di là del “niet” assoluto con cui rifiuto la tesi e talvolta anche l’antitesi, è la qualità della scrittura: fluida, corposa, grandiosamente barocca ma struggente di chiaroscuri come l’Ispirazione di San Matteo del Caravaggio. “Chi è costui?”, direbbe don Abbondio se non fosse troppo infingardo per osare di chiederlo? E io, che sono infingarda ma pur sempre sovietica, me lo sono chiesta spesso. Non ho mai avuto la curiosità di individuarne l’identità ma di capire da dove potesse mai provenire quello spiffero gelido e pungente di letture e di buona oratoria. Aria pulita a rinfrescare le stanze del giornalismo sannita in cui l’inchiostro è ottimo ma la carta si sgretola ad ogni blow-up inatteso.

 Pensavo che tal Corrado Sala sarebbe stato accolto dall’Ordine dei Giornalisti del Molise con un applauso liberatorio, caloroso, sapiente, come quando proprio L’Ordine seppe reagire ad un pizzicotto di Michele Iorio. “In quel tempo”..come iniziano sempre le omelie del parroco in chiesa, Angelo Michele Iorio invitò i giornalisti molisani a “darsi una regolata” e io trovai quel suo piglio da Imperator democratico e cristiano irresistibile.

 La Democrazia è un cavallo veloce che richiede briglie strette e ben cucite e feci il tifo per lui mentre l’Ordine, riscoperta la sua forza corporativa, si sentì offeso e minacciato dall’umorismo del Governatore: Pericle Michele Iorio aveva scherzato e l’Ordine dei Saggi del Giornalismo libero lo aveva redarguito con stizza, fugando ogni dubbio di sottomissione. Mi sembrò un’esagerazione, ma fu come un bel “no” al cenno arrogante di un vecchio barone siciliano troppo sicuro del proprio potere. In quella occasione a me venne un po’ da ridere; Michele Iorio è uomo di intelligenza vera e non c’era bisogno, forse, di evocare pericoli di dittatura così imminenti. Non era stato così destabilizzante per la categoria dei “cani da guardia della Democrazia”! Aveva solo detto: “E quanto scocciate!” Capita, anche agli intellettuali più raffinati, di avere una reazione di insofferenza popolana e salutare. Ma i giornalisti non sono un giocattolo del Potere e non sono modellabili sugli umori dei potenti. Il rapporto tra Informazione e rappresentanti delle Istituzione è cosa diversa del legame solido tra Istituzione e Informazione. La differenza è mastodontica: le istituzioni sono ramificazione organizzata e complessa dello Stato, del nucleo essenziale di un Paese evoluto e sono proprietà pubblica, al di là degli uomini e delle donne che li rappresentano, anche e se per scelta democratica degli elettori.

 Ciò significa che la macchina che muove la vita di un Paese non è e non deve essere così fragile da subire eccessivamente l’influenza delle singole persone, da una parte o dall’altra. L’Ordine dei Giornalisti, in tal senso, è Istituzione anch’esso, super partes rispetto ai giornalisti e soprattutto a pari dignità rispetto alla Politica.

 

Ne provo un enorme rispetto proprio perchè non ne farò mai parte. Gli ordini professionali, e soprattutto quello dei Giornalisti, sono come il denaro: ne avverte l’importanza solo chi non ce l’ha. Chi ne possiede molto, di solito, ne ha poca considerazione. Corrado Sala, in Molise, ha fatto una cosa semplice e pericolosa: ha scritto cose che non tengono conto del rapporto tra potenti e giornalisti ed ha parlato a nome e per conto dei lettori ai potenti, scollandoli dal loro ruolo, dolorosamente, come quando si stacca la ceretta dalle gambe. Il fastidio che ha procurato a “Lor Signori” proviene, credo, proprio da questa sottolineatura irritante tra le divise indossate e come le si indossa.

 Contestabile, almeno secondo me, ma mai contestato sullo stesso piano: la dialettica! I figli di Cicerone avrebbero potuto mangiarselo usando le parole, lo strumento più potente che la Politica abbia mai esercitato.

 E invece, quella sua rubrica quotidiana ha scatenato esposti all’Ordine dei Giornalisti come fulmini.

 Lor Signori difendono il proprio onore trasformando l’Ordine dei Giornalisti in una sorta di tribunale di ripiego, considerandolo interlocutore troppo accessibile. Se qualcuno delle sue vittime illustri gli avesse replicato, a viso aperto e con autorevolezza e lui avesse continuato, senza senso e senza altra ragione che il livore, allora sì sarebbe stato ragionevole e corretto segnalarlo all’Ordine. Ma perchè questa scorciatoia così poco fantasiosa? E’ come se a Piazza Duomo un piccione ci sporca la camicetta e reagiamo facendo un esposto alla Protezione Animali.

 Chi mai, per legge e per diritto divino, potrebbe impedire ai piccioni di volare nel loro spazio naturale? Nel caso di Sala, che non è illetterato e inconsapevole come un piccione, basterebbe replicargli. Gli si potrebbe far notare che ha torto, per esempio. O, se si ha un po’ di tempo in più, ci si potrebbe chiedere perchè la sua rubrichetta ha più lettori dei risultati del Totocalcio.

 E invece, i troppi “esposti” con cui la Politica ha preferito non esporsi a viso aperto hanno indotto l’Ordine dei Giornalisti del Molise a diramare un comunicato stampa in cui, senza citare alcuno e alcuna vicenda specifica, in pratica si dice: “Il Consiglio ha deciso di aprire procedimenti disciplinari nei confronti di alcuni giornalisti iscritti all’Albo.

 La procedura prevede l’audizione degli interessati e l’iter si concluderà, ove fossero accertate le violazioni, ‘alle’ sanzioni previste dalla legge.” Che vuol dire? Che l’Ordine eserciterà il suo dovere di controllore e vorrà vederci chiaro. Ma chi, cosa, come, dove? Nessuno degli elementi ovvi del manuale del buon cronista sono forniti in un comunicato che lascia emergere un imbarazzo di fondo: la doverosa prudenza sulla questione diventa imprevedibilmente eloquente. E’ come se lo stesso Consiglio fosse stato compresso in un ruolo che non gli è proprio.

 L’Ordine dei Giornalisti è composto, appunto, da giornalisti, i quali sono ben consapevoli di quanto sia difficile essere rispettosi e moderati se i politici stessi non hanno grande dimestichezza con Marziale o con il Belli, con le sfumature filosofiche o le finezze rischiose della scrittura.

 Figuriamoci con la satira e con l’ironia!

 E’ la ragione per cui con dieci righe quotidiane uno “sconosciuto”, alza i toni, si espone senza rete emulando con le parole, ma con le parole soltanto, un atteggiamento che i politici hanno normalmente, acquisito nel costume: l’impunità! Sala scrive come i potenti pensano ed è uno specchio fastidioso del cicaleggio che sovrasta la politica in genere.

 Per la prima volta qualcuno scrive come un politico vive: attaccando e sottraendosi al confronto diretto. Il suo è un esperimento teatrale ingegnoso di uno stile post-neorealista: il giornalista non insegue il politico ma scappa, non lo attrae ma lo allontana. Un giornalismo in “silenzio stampa” che non si concede ai microfoni degli interpellati ma a cui non sfugge nulla della realtà circostante.

 La vede dalla stessa prospettiva della gente comune e la fotografa. Inoltre, la sorpresa, che forse lo è persino per Corrado Sala, è che le parole potenti sono come una canna da pesca: all’amo rimangono invischiati i pesci più grossi.

 Per chi conosce bene i codici della comunicazione pubblica, Lor Signori è un rischio che i potenti veri dovrebbero augurarsi di correre. Indipendentemente dalle opinioni e dai paletti delle regole scritte, quelle sacre ed universali, tutto questo non deve sfuggire all’ordine dei Giornalisti del Molise. Perchè è in discussione l’utilità della scrittura e la forza delle parole, molto di più che la firma di una rubrica su un quotidiano.

 Aprire troppo all’irritazione della Politica, sostituendosi ai tribunali veri, costringe l’Ordine ad un ruolo di Salomè che chiede la “testa di questo mestiere”, non di uno solo degli iscritti all’Albo. Quando Corrado Sala sarà banale, proprio perchè è un giornalista, perderà ogni credibilità. Finché non sarà così, farlo tacere servirà solo a dargli ragione.

 Ed è uno spreco, perché accade spesso che invece non ce l’abbia affatto. Ma chi avrà mai il coraggio e la forza intellettuale di contrapporre parole alle parole e idee alle idee? Basterebbe usare la testa, la sola cosa di cui chiunque può rivendicare il legittimo possesso.

 Tutti gli altri mezzi sono impropri ed inadeguati e presumono la convinzione di possedere ciò che non è nostro. Escludo, sinceramente, che gli strateghi veri di questa piccola regione abbiano vista e fiato così tanto corti.

caterina sottile

 

20-07-2008, 20:12 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Le droghe nel mondo; Rapporto ONU 2008

“Il rapporto sulla diffusione delle droghe nel mondo 2008 pone un problema nuovo ed inedito rispetto alla battaglia fino ad oggi condotta contro le tossicodipendenze: dai dati emersi dallo studio ONU emerge che l’abbassamento dell’età media dei consumatori abituali di droghe abbassa anche la percezione del pericolo

 Inoltre, il dato che più allarma è la diversificazione delle sostanze, spesso persino non facilmente riconoscibli.

 L’abitudine di mischiarle, consapevolmente o meno, determina una “tipologia”di consumatore nuova rispetto al passato e difficilmente controllabile.

 ”Si rendono necessari nuovi progressi nel campo della salute pubblica, della prevenzione del crimine e nella sicurezza a livello mondiale per ridurre le minacce poste da questo grave problema sociale. Più attenzione deve essere dedicata per ridurre la domanda di droga, promuovere la sicurezza e lo sviluppo nelle principali regioni produttrici di droga, assistere gli stati nella lotta al crimine e al narcotraffico, contrastandone la diffusione nei paesi in via di sviluppo”.

 Antonio Maria Costa, Direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), ha presentato in questi giorni il nuovo World Drug Report sulla droga, che stima in 208 milioni le persone tra i 15 e i 64 anni che fanno uso di sostanze stupefacenti (4,8% della popolazione mondiale): di questi, 26 milioni di persone (pari allo 0,6%) risulterebbero dipendenti dalle sostanze.

 La droga più utilizzata nel mondo è la cannabis, con 166 milioni di utilizzatori (3,9% della popolazione), tanto che i suoi consumatori sono cresciuti costantemente dal 1997/98 al 2006/07. Seguono i consumatori di amfetamine e stimolanti sintetici (24,7 milioni, pari allo 0,6% della popolazione) e i consumatori di cocaina (16 milioni, 0,4%). Si stima inoltre che, sempre a livello mondiale, l’uso di sostanze illecite faccia 200.000 morti ogni anno. Nel 2007 si registra un record nella produzione di oppio in Afghanistan, pari al doppio della produzione del 2005. Nello stesso anno è aumentata anche la produzione di cocaina in Colombia con un aumento del 27% rispetto all’anno precedente. Il traffico di cannabis risulta stabile, anche se il contenuto medio di principio attivo (THC) disponibile sul mercato americano è più che raddoppiato tra il 1999 e il 2006.

 Ma il grande allarme è la diffusione di sostanze chimiche assunte spesso senza alcuna possibilità di prevederne gli effetti. La ketamina è una delle sostanze associabili alla schizofrenia. Arriva da Cambridge uno studio cognitivo con neuroimmagine che dimostra come soggetti sani di mente sotto l’effetto di ketamina mostrano sintomi psicotici che variano in base alla abituale risposta del cervello a stimoli cognitivi.

 Lo studio, coordinato da Paul Fletcher dell’Università di Cambridge UK e pubblicato su Journal of Neuroscience, dimostrerebbe che i sintomi psicotici hanno distinte basi biologiche che spiegherebbero perché il quadro sintomatico della schizofrenia vari così tanto nella popolazione.

 Indagini precedenti avrebbero dimostrato che l’uso di ketamina, da parte di soggetti privi di disturbi mentali, potrebbe rappresentare un modello transitorio per la schizofrenia. Se il consumo di questo tipo di droghe espone, soprattutto i giovanissimi, alla schizofrenia, il datto assume una valenza sociale drammatica: questi ragazzi, con una prospettiva di vita molto lunga data la giovane età, che tipo di adulti diventeranno, se lo diventeranno? La droga passa attraverso le famiglie, anche le famiglie molisane come in tutto il mondo, sezionandone la struttura psicologica più profonda: le madri che hanno avuto esperienze di questo tipo raccontano,quasi tutte, di aver avuto la sensazione di perdere il controllo del passato oltre del futuro dei loro figli.

 A differenza dei prototipi sociologici degli anni 60 e 70, il tossicodipendente dell’ultimo decennio non è emarginato, non è un soggetto intellettualmente problematico o atipico e accostarsi al suo mondo sulla base di preconcetti sorpassati risulta quantomai fallimentare. Oltretutto, elemento nuovo rispetto ai decenni scorsi, è sempre più frequente l’uso contemporaneo di cannabis, cocaina, alcool in una sorta di “montagne russe” tra la ricerca di eccitazione e il bisogno di placarla.

 Altro dato è che altrettanto spesso gli adolescenti si procacciano la droga vendendola a loro volta. Questo li introduce negli ambienti della grande criminalità con tutto il bagaglio di rischi e di degenerazioni immaginabili e li allontana dall’influenza delle famiglie, della scuola, “ingoiati” dalle organizzazioni malavitose, anche se indirettamente e in maniera del tutto silente.

 ”Non sono un tossicodipendente, mi piace soltanto prenderla ogni tanto per sentirmi su di giri”: è la filastrocca, orribile ma pronunciata quasi con distacco, con cui i ragazzi raccontano un alibi, una bugia con cui si convincono di essere liberi. Il lavoro difficilissimo delle Forze dell’Ordine, benchè non incida sugli individui, sui rapporti umani e sulle dinamiche che rendono un adolescente “soggetto facile alla droga”, contribuiscono però pesantemente a ristabilire l’equilibrio tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra legge e criminalità.

 Perchè il problema è che la droga annulla le difese e cancella dalle teste i principi fondamentali della morale, i legami affettivi, il libero arbitrio.

 Le patologie legate agli effetti delle nuove droghe e dei cocktail drugs sono ancora difficli di quantificare, in ogni caso, c’è già una generazione di quanrantenni che mostrano patologie di demenza, difficoltà patologica di concentrazione e problemi neurologici invalidanti. Inoltre, quante razioni violente, apparentemente ingiustificate, sono associabili all’uso di cocaina o sostanze neurostimolanti? Quanti incidenti, quanti abbandoni degli studi, del lavoro,quante malattie dei bambini nati da genitori tossicodipendenti?

 Un costo sociale, in termini di vite ma anche economico che richiede una strategia di prevenzione e di repressione senza indecisioni.

Caterina Sottile

 

 23-07-2008, 0:00 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Buon compleanno,primapaginamolise.it! di Caterina Sottile

di Caterina Sottile

 ”Non faccio per vantarmi, ma oggi è una bellissima giornata!” Lo diceva Giuseppe Gioachino Belli, uno che di lampi d’inchiostro se ne intendeva.

 Ed infatti, di “inchiostro e di lampi” parliamo: oggi primapaginamolise.it compie un anno ed è la prima volta che provo un po’ di soggezione di fronte ad un neonato!

 Mi verrebbe quasi di dargli del “Voi”, come si usava un tempo per riconoscere autorevolezza ad un vecchio saggio.

 L’ho conosciuto grazie a Massimo Campanella e continuo a  frequentarlo con Pietro Colagiovanni.

 Il 23 Luglio del 2007 nasceva…e il 23 Luglio 2008 è già grande e forte. Nello stesso giorno, nel 1829, negli Stati Uniti William Burt brevettò la prima macchina per scrivere: quando si dice “destinati alla fama!” Il 23 Luglio è anche il giorno in cui morì Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore de Il Gattopardo, lo straordinario romanzo che tutti citano solo per:

 ”Bisogna che tutto cambi perchè nulla cambi”. Tancredi, nipote di Fabrizio, Principe di Salina,pronuncia quella frase per annunciargli che si sarebbe unito alle truppe piemontesi suscitando nel vecchio, autero e nobile zio un brivido di terrore, di disorientamento. Eppure, quella sua profezia caratterizzò tutta l’evoluzione sociale e politica dell’Italia moderna.

 Il Gattopardo,osteggiato dagli ideologisti di sinistra e comunque mai compreso davvero neppure a destra, rappresenta l’equivoco di fondo della nostra mentalità:l’Italia ha una grande storia ma la scrive sempre a caratteri troppo piccoli, quasi sfuocati: i cambiamenti veri ci spaventano perchè non ci siamo mai davvero potuti fidare di chi li invoca.

 L’Informazione talvolta ha solo colto questa diffidenza storica, talvolta ne è stata causa. in Molise, cosa è cambiato davvero, cosa ha fatto solo finta? Mi chiedo a cosa serva, in questa piccola regione, un altro quotidiano, peraltro on line: è soltanto “un posto al sole” per signorine con molto senso dell’umorismo e  con scarso senso della decenza? È un esperimento informatico-letterario per stuzzicare talenti inespressi? È un azzardo presuntuoso in una regione in cui avremmo bisogno di imparare a leggere prima che a scrivere?

 Ce lo dicono le statistiche e ce lo ricordano fin troppo spesso gli intellettuali  “calati” dal nord del mondo: in Italia, e più che mai in Molise, malgrado abbiamo molti giornali ne leggiamo pochi e poco. E dunque, a cosa serve un  giornale? Eppure, in una mia personale indagine conoscitiva, condotta però con scrupolo scientifico, a quella solita, noiosissima domanda che si pone sempre ai piccoli studenti, la metà dei bambini molisani in età scolare ha risposto che da grande vuole fare “il giornalista”.

 L’altra metà si divide equamente tra aspiranti piloti di Formula Uno, presentatrici, attrici e piloti d’aereo.

 Un solo bimbo mi ha detto che vorrebbe fare il “contadino con le mucche e la capretta”. Ne sono stata felice e confortata perchè mi è sembrata l’unica risposta seria che abbia mai ricevuto in una intervista. In ogni caso, in quel 50% di “Montanelli in erba” non c’è traccia di distinzioni sessite: i bimbi che vogliono fare i giornalisti sono in ugual misura maschi e femmine.

 Questo vuol dire che i giornali, il giornalismo,l’Informazione sono concetti sensibilmente presenti nella vita quotidiana molisana, più di quanto noi stessi riusciamo a percepire. Non so ancora a cosa serva un quotidiano, ma serve!

 Ne abbiamo bisogno per capire la realtà di questa regione ed il contesto su cui pretenderemmo di incidere. Inoltre,i giornali on line rappresentano la seconda generazione di Informazione locale, dopo i pionieri dei quotidiani cartacei.

 La seconda generazione, di qualunque tipo di generazione, ha sempre dovuto consolidare e perfezionare l’idea di partenza e primapaginamolise.it è “un’idea che frulla nella testa” e che trova riscontro, realizzata con energie nuove, con ragazzi che hanno deciso di farsi “le ossa” nel solo modo davvero possibile: “scrivendo”.

 Tutto ciò che accade in Molise passa da qui ma non viene semplicemente impresso, come in una foto; viene osservato da ogni angolatura, come seguito da una telecamera: la sintesi della scrittura web deve sempre conciliarsi con la buona, vecchia, corposa “carta” dei quotidiani di grande tradizione.

 Sapere cosa accade è un modo per avvicinarsi alla “verità” della nostra regione. Ma le notizie, di per sè, non costruiscono consapevolezza: alla cronaca, alla segnalazione puntuale del dato oggettivo bisognerebbe dare vita, osare quella onesta caratterizzazione del punto di vista che rende l’Informazione “cultura dell’informazione”. PrimaPaginaMolise non ha paura di essere se stesso e non trascura il ruolo fondamentale di un quotidiano online.

 Per avere soltanto un anno, mi pare abbastanza “cresciuto”! E dunque,buon Compleanno, cari ragazzi! Anch’io da grande avrei voluto fare la giornalista (la differenza tra il dire e il fare è nei tempi dei verbi..) e avrei voluto far parte di una redazione piena di bella gente di talento,come la vostra.

 Forse farò il pilota di Formula Uno, credo sia più semplice che diventare giornalista. Ma quando vincerò il Gran Premio, mi farò intervistare da voi!

 

28-07-2008, 7:30 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Caos calmo di provincia

Gli Stati senza contrapposizioni politiche sono dittature o sono semplicemente defunte. In Italia, da qualche anno ormai, non abbiamo più la percezione dell’utilità dell’opposizione.

 

In Molise, centro sperimentale tossicologico per antonomasia, l’assemblea regionale del PD finisce a zuffa generale con firme, documenti, commissariamenti annunciati e machiavellici soffi sul fuoco. Senza grandi perchè. ..

 

Immaginate se Michele Iorio avesse rimosso Gianfranco Vitagliano..

 

Le nazioni senza contrapposizioni politiche sono dittature o sono semplicemente defunte. In Italia, da qualche anno,  non abbiamo  più la percezione dell’utilità  dell’opposizione. Il problema non è nella rappresentatività istituzionale o nei numeri e indipendentemente dalla qualità dei nomi, manca il senso collettivo dell’attesa, del “margine di sicurezza” che proviene dall’alternativa ad un potere forte. Fossero due ragazzini che scrivono manifesti in cantina o una coalizione parlamentare, l’opposizione è un sentimento popolare, una sorta di salvagente ideale e non era mai accaduto di non sentirne la forza propulsiva.

 

Se i lavoratori, gli operai, i disoccupati (pochi) del Nord si sono fidati più della Lega che dei partiti tradizionalmente proletari e comunisti, siamo in pieno clima di Repubblica sociale ed è abbastanza inutile discutere di equivoci, di difficoltà di comunicazione o di campagne elettorali sbagliate.

 

Il tema dominate dell’ultima campagna elettorale è stato quello della sicurezza: la progettualità a lungo termine, la capacità di incidere sull’economia interessa meno che lo scippo sotto casa e le rapine, gli immigrati che guidano ubriachi o le prostitute che invadono i quartieri popolari. La sinistra non ha saputo fare altro che rincorrere, goffamente, il mito di se stessa. Quasi come una diva non più giovane, disperatamente in ansia di ritrovare la bellezza che non ha più. Le parole erano giuste, il buon senso ostentato da Veltroni sembrava persino troppo ovvio ma non dava la risposta alla domanda vera: “Quanto devo ancora sacrificarmi? E perchè devo farlo sempre io?”

 

Una  domanda comune tra i commercianti, i piccoli  imprenditori, i lavoratori autonomi che non sono più classe media, ma poveri, proprio come i disoccupati. E proprio loro non si sono fidati della retorica antirazzista della sinistra “di buon senso” perchè si chiedono, ogni giorno: “Io non ce la faccio a sopravvivere, ho dei figli, faccio una grande fatica a non fargli mancare il cibo ma non rubo, non spaccio droga, non minaccio nessuno per strada.”

 

Il problema, che non emerge mai dalle strategie della comunicazione elettorale, è quanto premi l’onestà dei poveri. Quella dei ricchi è santità, quella dei poveri è fessaggine, considerata assolutamente inutile. Viene da questa distrazione la diffidenza per i grandi temi ideologici del PD: le persone per bene che non riescono a sopravvivere non si sentono rappresentate da nessuno. In realtà non è così, come non è affatto giusto criminalizzare i disperati, gli immigrati, le ragazzine strappate alle loro famiglie e sbattute sulle strade italiane ecc. ecc.ecc.

 

Ma la politica impigrita, demotivata, annoiata ha generato una sorta di stato depressivo generale e tutti sono concentrati soltanto sugli affari propri. Siamo tutti regrediti, imbruttiti da una “ignoranza rassicurante”, qualunquistica, tipica delle società chiuse. L’Italia del Rinascimento, dell’europeismo, della creatività e del sapere è diventata come la provincia americana, bigotta e accucciata sulle certezze spicciole, senza tensioni e senza ambizioni. La “Casta”, raggiunto il massimo livello di omologazione, sembra soffocata da se stessa e produce i danni tipici dell’inerzia.

 

In Molise, centro sperimentale tossicologico per antonomasia, l’assemblea regionale del PD finisce a zuffa generale con firme, documenti, commissariamenti annunciati e machiavellici soffi sul fuoco. Senza grandi perchè. Potrebbe essere semplice vendetta, servita fredda dopo le ultime elezioni politiche.

 

La crisi politica della Provincia di Campobasso è  l’esempio più devastante di “provincialismo” ed è una deriva vera. Il PD molisano avrebbe fatto una gran bella figura se avesse fatto davvero a botte discutendo di ospedali a rischio di chiusura,  di fabbriche matematicamente destinate a fallire ma tenute in piedi giusto il tempo delle elezioni, di crisi dello Zuccherificio.   Malgrado quel magnifico slogan con cui qualche anno fa a Termoli si disse: “Save our sugar”(anche se in cambio dovemmo cedere l’acqua alla Puglia), l’allora Ministro Di Pietro, nella sala convegni del Nucleo industriale, spiegò che l’Europa aveva emesso la sua sentenza e che lo Zuccherificio non era contemplato nella programmazione industriale del Basso Molise. Il progresso del Molise è sempre stato condizionato, proprio nel senso di “condizionabile”, da troppi fattori esterni e da un’atavica incapacità di agire, anche disturbando un po’ gli equilibri interni alle maggioranze. Perchè quando invece si osa, ci si fa abbastanza male.

 

Ma tra assessorati negati  e prossimi rimpasti in giunte, perennemente disgiunte, ci divertiamo, bisogna ammetterlo;  il direttivo regionale del PD è stato un colpo al cuore, nostalgica illusione della passione che non abbiamo più: il comandante Ghevara D’Ascanio ha alzato  il pugno chiuso contro gli impuri democristiani, delatori e seminatori di tempeste. Certo, ha rimosso Francesco Di Falco dal suo incarico di assessore, e questo è sgradevole. Immaginate se Michele Iorio avesse rimosso Gianfranco Vitagliano: ci saremmo tutti mobilitati e avremmo manifestato nella piazza centrale di Pietrabbondante con fischietti e bandiere rosse. Perchè non abbiamo fatto un bel girotondo per Di Falco?

 

I comunisti sono dei saccentoni e credono sempre di essere più buoni degli altri. Montanelli raccontava spesso quando Valdone operò Togliatti, salvandogli la vita, dopo che Pallante gli sparò. Quando ricevette la parcella, a Togliatti sembrò eccessiva e disse: “Eccole il saldo, ma è denaro rubato”. Valdoni rispose: “Grazie per l’assegno. La provenienza non mi interessa”.

 

Forse il PD molisano manca un po’  di senso pratico: azzerare i vertici per difendere un assessorato è come sparare al sagrestano per difendere le campane. Gli sceneggiatori di “Un posto al sole” ne avrebbero tratto un capitolo magnifico, con colpi di scena dilazionabili per i prossimi 12 anni.

 

Siamo grati al segretario regionale del PD, Annamaria Macchiarola, al presidente D’Ambrosio, al regista e all’assistente alla regia, per averci fatto trascorrere qualche ora spensierata in cui non abbiamo pensato a tutti i gravi problemi molisani; vorremmo poterli  citare tutti, proprio come si fa nei titoli di coda.

 

 

Caterina Sottile

31-07-2008, 10:16 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

L’impatto del rimpasto di Giunta regionale e della crisi del PD nell’esistenza di chi vive e lavora in Molise

Ci laviamo la coscienza fingendo di non volerli, ma sappiamo che per il lavoro vero, quello che fa sudare e soffrire, ci sono soltanto loro.

 

Maria Emilia, 65 anni, 38 anni di contributi versati come commerciante. Aveva un piccolo negozio di alimentari con cui ha fatto crescere e studiare tre figli, tutti laureati ed emigrati all’estero. Ha pagato milioni di tasse e non ha mai avuto nessuna esenzione. Dopo il primo anno di pensione, lo Stato, attraverso il Ministero delle Finanze le ha contestato di non aver pagato abbastanza e le ha fatto recapitare una cartella esattoriale di 40 milioni di lire, tra “oneri non corrisposti” ed interessi maturati. Maria Emilia credeva di impazzire: non aveva quella somma e non aveva mai rubato nulla allo Stato italiano. Pagava sempre tutto quello che i commercialisti, in tutti gli anni in cui aveva avuto l’attività commerciale, le dicevano di pagare. Ed infatti, non c’erano stati errori ma, semplicemente, il Ministero delle Finanze non riteneva possibile che il suo negozio le avesse fruttato così poco ed aveva eseguito dei calcoli secondo coefficienti fissi nazionali. Un meccanismo complicato, un po’ pernicioso, con cui, in pratica, le si diceva che non poteva essere davvero così povera e, quindi, sicuramente aveva evaso le tasse. Tra ricorsi e rinvii, Maria Emilia ha accettato di pagare una cifra ridotta, ma arrendendosi ad accettare l’accusa. Ed ora, mese dopo mese, le restano solo i soldi per il pane e il latte. Vive sola, in una casa piccola ma dignitosa e i figli la aiutano a pagare le spese extra. Piange spesso e si chiede perchè, dopo 38 anni di lavoro onesto, debba farsi aiutare dai figli emigrati. Una badante non potrebbe permettersela e si trascina, ormai malata, cercando di conservare almeno la dignità: “A quella non vorrei rinunciare.”

 Laura, 37 anni, tre figli. Due sono al Liceo, una, piccolina, è ancora all’asilo. Il marito l’ha lasciata da poco ed è andato a vivere con una giovanissima ragazza russa. Laura non ha fatto drammi: i figli sono più importanti di tutto. Si è data da fare ed ha trovato un lavoro in una piccola fabbrica. Il contratto prevede 6 ore di lavoro, ferie, due permessi al mese. In realtà, dopo le 6 ore, capita spesso che debba rimanere per altre due o tre. 600 euro al mese e la disponibilità ad essere reperibile sempre. Ma a Laura sembra una gran fortuna e non si lamenta.

 Gianna, 19 anni, due anni di scuola superiore e poi ha cercato lavoro. L’ha trovato, in nero. Le piace, ha comprato persino una macchina, perchè altrimenti non avrebbe potuto conciliare gli orari di lavoro con quelli dei mezzi pubblici. Ma si ritiene fortunata. “450 euro al mese, ma mi hanno aiutata..c’erano molte altre ragazze con me al colloquio”.

 Paolo, laureato in medicina. Ancora due anni e poi sarà specializzato. Nel frattempo lavora gratis, o quasi. Dopo avrà qualche possibilità in più. La famiglia lo aiuta e dovrà aiutarlo ancora a lungo.

 Valter, 30 anni. Litiga col padre tutti i giorni: “Mio padre mi accusa di essere sfaticato perchè non riesco a trovare un lavoro. Mi scavalca sempre qualcuno. Ho fatto centinaia di domande e non ho mai i requisiti che servirebbero. Non so come faccia la gente ad avere esperienze pregresse se in Molise io non riesco a fare neppure una, di esperienza lavorativa.”

 A tutte queste persone abbiamo chiesto cosa pensano della crisi del PD regionale e del rimpasto in Giunta che Iorio dovrà fare dopo le vacanze. Hanno risposto in modo molto retorico e molto populistico: “Non ne so molto, ma non mi sembra così importante!”

 A Radu Gheorche non possiamo più fare nessuna domanda, perchè le domande, difficili, le pone lui, morendo come un povero animale abbandonato.

Caterina Sottile

03-08-2008, 12:34 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

La Democrazia è un’equazione matematica?

di Caterina Sottile

La crisi amministrativa della Provincia di Campobasso ha aperto una discussione che non ha a che fare solo con la realtà molisana ma con la nuova concezione di “cosa pubblica”.

 

Abbiamo parlato tutti di crisi del Partito democratico ma il Pd molisano, “fenomeno atipico” e forse in controtendenza rispetto al PD nazionale, non è così allo sfascio come sembra.

—————————————————————————–

D’Ascanio ha imposto le sue regole, tentando di farle coincidere con il sentire comune, il “consenso”: amato, vilipeso consenso popolare. “La democrazia presume il rispetto dei numeri”.

 

Questo l’assioma dei firmatari della sfiducia a D’Ascanio e poi del documento con cui si voleva confermare il buon operato di Annamaria Macchiarola. Manes Gravina, Macchiarola e Neri infatti dicono: “Noi rappresentiamo 18.000 voti e siamo espressione di una scelta elettorale libera e democratica che il Presidente non può ignorare.

 

Non è una questione di assessorati intesi come ambizione di potere ma di legittima rappresentatività sancita dai numeri.” Da questa affermazione emerge una domanda difficile: la politica si può ridurre solo a proporzioni numeriche? E se così non fosse, come e chi potrebbe controllare che non degeneri in “dispotismo?”

 

Quanto deve incidere “il valore aggiunto” di una visione d’insieme che non sia solo la corretta collocazione delle pedine su una scacchiera? Franco Rainone prima e Francesco Di Falco dopo, assessori rimossi dalla Giunta D’Ascanio, rivendicavano un ruolo amministrativo autonomo, a fronte dei voti portati alla coalizione e in contrapposizione con il Presidente che invece si è posto come “censore morale” ed ha fatto prevalere il disegno amministrativo di tutta la maggioranza sul peso elettorale dei singoli componenti.

 

In pratica, al di là delle vicende apparentemente localistiche, in discussione c’erano due visioni opposte e speculari della Politica: quella dei partiti, dell’organizzazione ferrea che sovrasta le persone e le personalità o la politica degli individualismi che indebiliscono, se non lo annullano del tutto, il partito, almeno come lo si concepiva prima del bipolarismo e del berlusconimo.

 

Silvio Berlusconi ha stravolto gli organigrammi dei partiti ed ha modellato su se stesso una entità nuova, Forza Italia, sulla base dell’enorme numero di voti che la sua persona può muovere.

 

Cosa c’è di interessante nella crisi della provincia di Campobasso, alla luce di tutto questo? Al di là delle opinioni, dei molti se e dei troppi ma, Nicola D’Ascanio ha reinventato il “partito di sinistra” ristabilendo i limiti tradizionali di quella parte politica ed ha rinsaldato il ruolo del partito rispetto agli individui.

 

Non è cosa da poco! Indipendentemente se sia un sollievo o una iattura (non è questo che voglio affrontare ora), le ultime elezioni hanno dimostrato che al PDL nazionale non ci si si poteva contrapporre con una proposta politica che non fosse profondamente alternativa.

 

Gli elettori non hanno creduto alle “sfumature”, alle variazioni sul tema, ma si aspettavano una differenza vera, di sostanza.

 

Il PDL proprio in tal senso, ha vinto per chiarezza e per autorevolezza.

 

D’Ascanio, dal Molise, rimasto unico esponente di centro sinistra a capo di una Istituzione, non si è omologato a questa nuova filosofia politica ma, a sorpresa, ha determinato una sorta di restaurazione della cultura del partito. Anche se non fosse premiato dagli elettori in futuro, l’esperimento è importante perchè ha creato una opposizione che si fonda su un distinguo ideologico inequivocabile.

 

Costantino Manes Gravina a PrimapaginaMolise aveva detto, in pratica, che un assessore che ha avuto moltissimi voti ed ha contribuito a far vincere l’attuale maggioranza non può essere rimosso dal Presidente, proprio in virtù di quella attestazione di fiducia e della scelta democratica degli elettori.

 

D’Ascanio, indirettamente e attraverso le sue azioni, cerca di dimostrare il contrario: i voti non devono essere assegni in bianco e valgono in relazione al contesto posto in esame agli elettori al momento del voto; non se ne può fare l’uso che si vuole, una volta ottenuti. Si insinua in questo ragionamento l’idea di responsabilità, di “senso dello Stato” e non sappiamo quanto gli attori di questa vicenda, D’Ascanio soprattutto, siano davvero preoccupati di tutto ciò.

 

Ma, nelle beghe “di provincia” del Molise si sta discutendo di questo e a causa di questo; persino loro malgrado.

 

Ed è un bene, paradossalmente: la politica delle equazioni e degli scacchi ha mostrato tutta la sua allarmante demagogia e risolvere tutto con l’ennesimo “arrocco lungo” è un indizio di pigrizia quantomai inopportuno, di questi tempi e, in assenza del salvagente dei partiti, espone i nomi e i cognomi al giudizio della gente.

04-08-2008, 1:46 • Isernia • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Riflessione politiche

di Alberto il Cavallaro

Per evitare l’effetto “dita screpolate e ruvide”, la nuova colla, a base di silicone e bianco d’uovo, ha consistenza viscida ma risulta gradevole al tatto. Il risparmio energetico, come spiegano gli esperti, proviene dalla riduzione di dispersioni inutili di calore dovuti alla perdita di contatto con la base d’appoggio delle poltrone.

 

In Provincia, invece, Nicola I° D’Ascanio, zar di tutte le Zuffe, notoriamente ecologista e progressista, apre un dibattito scientifico sull’effetto benefico dei congelamenti di mezza estate. Produrrebbero, si legge nello studio pubblicato dall’Università di Campobasso e provincia, un abbassamento repentino della temperatura generale e ciò finirebbe per ridurre del 56% l’uso dei climatizzatori. Un risparmio economico, ma soprattutto energetico, che ha un evidente effetto benefico sulle tasche dei molisani e per il pianeta a terra (la “a” non è un errore di battitura).

 

Scettico e piuttosto insofferente Gianfry Vitagliano. Al suo recente concerto di beneficenza per la difesa dei diritti del Basso Molise e contro l’invasione dei clandestini al Senato, pare abbia dichiarato: “Io continuo ad essere favorevole all’energia eolica. Il Molise ha una vocazione naturale a far girare le pale e non vedo perchè non sfruttarne il potenziale economico. E’ una questione di concretezza, di presenza incisiva sul territorio. Il resto sò (sono…) chiacchiere al vento. Noi, il vento, lo dobbiamo e lo possiamo produrre. Il pubblico ha applaudito in delirio. Da Roma, l’onorevole Sabrina bis De Camillis ha diramato due comunicati stampa, uno per ogni incarico, in cui chiarisce che lei è favorevole ad entrambe le opzioni e non si esprimerà in un senso o nell’altro prima di Dicembre prossimo, o forse il prossimo ancora. O forse rimanderà a Maggio del 2012. Da Bruxelles, il parlamentare europeo Aldo Patriciello scrive a Michele Iorio: “Michè, ma ti facesse male tutta stà corrente?” Nuovo oggi Molise, attraverso il suo editorialista mascherato Corrado Sala, commenta: “Questa deve essere un’altra idea del premio Nobel Angiolina Fusco Montalcini.” Caterina Sottile, editorialista non meglio identificata di primapaginaMolise esorta gli intellettuali del Molise a replicargli. Gli intellettuali del Molise, in vacanza a Vasto nord, pare abbiamo firmato una mozione di sfiducia contro i firmatari di una mozione di fiducia per confermare la fiducia. Siccome sono in vacanza, riapriranno il dibattito a Settembre ma hanno già fatto sapere a Caterina Sottile che dovrebbe farsi gli affari suoi. Il Presidente del Consiglio regionale, Mario Pietracupa, annuncia che incontrerà i giovani studenti del Molise per illustrare il progetto. Raggiunto al telefono, l’onorevole Tonino Di Pietro afferma: “Azz, e poi dice che sono io che semino vento e tresco tempeste!”

06-08-2008, 0:45 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Nicola D’Ascanio: la caduta degli Angeli ribelli

di Caterina Sottile

Il presidente della Provincia di Campobasso ha rassegnato le sue dimissioni. Un atto che chiude ogni altra possibilità di dilungarsi sulle trattative estenuanti che si trascinano inutilmente da settimane. Certo, ci si chiede se il Partito Democratico abbia ancora cognizione dei problemi urgenti della gente comune, delle famiglie, concentrato su un gioco di abilità quantomani surreale rispetto alla realtà quotidiana del Molise.

 

Eletto nel 2006 con 70.898 voti e una percentuale del 52,28%, circa otto punti in percentuale di distacco dal candidato del centrodestra, Angela Fusco Perrella, si sarà stancato di essere tenuto sotto schiaffo dai suoi stessi compagni di partito ed ha assunto questa decisione  dopo aver constatato che non c’erano reali possibilità di mediazione. Tanto di cappello, se con la sua decisione voleva evitare rattoppamenti e “mezze soluzioni” che non avrebbero realmente ricostruito la Maggioranza.

 

D’Ascanio non parla e si limita ad annunciare le dimissioni con un comunicato austero, che non racconta nulla degli eventi che lo hanno determinato. Forse spiegherà di più nella conferenza stampa ma, a lume di logica, ha compiuto un atto di trasparenza politica, rimettendosi al giudizio del Consiglio. Non teme di affrontare i numeri o, meglio, preferisce affrontare la luce del sole dei voti in Consiglio che le ombre fumose dei proclami e delle smentite.

 

I firmatari della mozione di sfiducia, tra i quali pesa come un macigno proprio la firma del segretario regionale del PD, Annamaria Macchiarola, ora dovranno davvero contarsi e si assumeranno le conseguenze dell’esito finale di questa battaglia all’ultimo “birillo del PD”.

 

Un Partito democratico che tutti definiscono sfaldato, smembrato e che invece appare così aspramente “comunista”. Il centralismo democratico di D’Ascanio minato alla base dal suo stesso gruppo dirigente riporta la politica molisana agli anni in cui le sezioni del PCI erano cruenti scenari di guerre di leadership.

 

Ma quelli erano anni in cui la politica poteva arrovellarsi su se stessa e in cui le ideologie e le trame facevano audience. Oggi tutto questo suscita solo disgusto e insofferenza. Nicola D’Ascanio, peraltro, rappresenta la prima generazione di una sinistra che ha avuto accesso al Governo e, forse, non ha più memoria della cultura del trasversalismo come strategia di potere a lungo termine: la sua generazione  non ha mai acquisito gli anticorpi  per l’assolutismo democristiano; non ha avuto il tempo e non ne ha potuto valutare la tenacia.

 

Il 7 Agosto il Consiglio provinciale discuterà la mozione firmata da Macchiarola, Manes Gravina, Neri, il tridente avvelenato di Ruta. Da Roma, i vertici nazionali avevano proposto una soluzione equilibrata: un documento di riappacificazione in cui si poneva come presupposto essenziale la difesa del ruolo di D’Ascanio e quindi dell’Ente che presiede. Il gruppo dei dissidenti del Presidente avevano stigmatizzato la cacciata di Francesco Di Falco dalla Giunta, rivendicato un peso elettorale e politico che non poteva essere sminuito da una decisione definita: “unilaterale e al limite del dispotismo”. Di Falco, non eletto dopo le ultime elezioni provinciali, era rientrato come assessore esterno e recentemente ritenuto incompatibile con il progetto politico amministrativo della Provincia.

 

All’atteggiamento intransigente di Nicola d’Ascanio era seguita la mozione di sfiducia a cui il partito, dalle stanze capitoline, aveva cercato di rimediare proponendo l’azzeramento della Giunta e la nomina di tre assessori del PD. Il Presidente ha anche sottoscritto il documento ma da quel momento Annamaria Macchiarola pare abbia assunto un comportamento quantomai esasperante, negandosi persino al confronto diretto con D’Ascanio.

 

A tutto ciò, il Presidente della Provincia di Campobasso ha messo fine, portando la propria faccia di fronte al Consiglio: se sfiducia sarà si determinerà la caduta dell’ultima “bandierina” del PD dalla cartina politica molisana. L’impressione è che tutta la crisi sia stata provocata e condotta come una guerra coloniale con cui il PD e le sue “miniere di consenso” diventano ostaggio di un nuovo, non  identificato Governo di occupazione.

 

E se invece la mozione non fosse votata e le nubi si diradassero nel cielo azzurro sopra Campobasso?

06-08-2008, 8:39 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Camera e cucina: un canile è per sempre

 Ci sono dei cani che stanno morendo nei canili, come cristi sulle croci dei burocrati. Consumiamo anche i cani come la crema da barba, le scarpe, i partiti e le speranze.

 Quelle povere bestie avrebbero diritto per legge ad essere assistite e invece vengono lasciate sbranarsi tra loro. Ma non ci interessa. Ne dimentichiamo le ferite e la pelle maciullata come facciamo quando dimentichiamo il nome di nostro padre e di nostra madre: accade tutti i giorni, di fronte alle piccole meschinità a cui ci costringe la sopravvivenza. Tra un caffè e una stretta di mano, ci vendiamo al peggior offerente, se paga subito. Se non avessimo il cartellino del prezzo sul colletto della camicia non ci sentiremmo tranquilli di fronte ad un cagnolino che si morde da solo, per disperazione e per orrore. I cani non ci interessano, in fondo sono solo cani; ma i soldi sono soldi e dovremmo tenerne conto, visto che stabiliscono il valore che diamo al dolore, alla gioia, all’indifferenza.

 Andiamoci,davanti a quei canili, e chiediamo di renderci conto di come si usano i soldi dei contribuenti. Perchè chi non si sente in diritto di chiedere conto dei soldi dello Stato o non ha mai pagato le tasse o è uno di quei colletti a cui le tasse arrivano sotto forma di stipendio spicciolo e non di servizi, di ospedali, di sanità, di mezzi di trasporto pubblici, ecc.ecc.. per ognuno di quei colletti che raschia il fondo c’è un ospedale di meno, una sedia a rotelle di meno, un fisioterapista, una scuola, una gita per gli anziani, un fondo per i poveri di meno. Per esempio, come un’eclissi o come un anno bisestile, ad ogni nuova elezione si ripete il fenomeno misterioso del doppio incarico remunerato. Non dovrebbe accadere, pare che la legge lo vieti. Ma come per i cani, la legge è un apostrofo rosa.

 Io voglio salvare i cani invece che le pensioni dei politici!

 Ho deciso che voglio dare i mie soldi ai cagnolini e non ci sarà giustifica che tenga!  Le cariche istituzionali preposte riceveranno una mia comunicazione che così recita: “Essendo un contribuente, e che contribuente, voglio che i gettoni di presenza (250 euro?) di chi non può essere presente all’assemblea consiliare o di commissione perchè occupato in Parlamento o in Senato o in qualunque luogo, fossero risparmiati e utilizzati anche per far mangiare Tom, uno dei cani che sta morendo dilaniato dagli stenti. Pare che alcuni comuni non riescano a garantirgli il giusto compenso per il suo incarico di cane, come previsto dalla legge..tale.. all’articolo tale.

 Mi direte: “Ma è illegale..tu non hai diritto a stabilire così, direttamente, che uso fare dei soldi pubblici. E mica siamo in Argentina!”

Ma dai..pensavo proprio di si!

Però, però…dopo l’esperienza una e bina di Michele Iorio e dei tempi in cui non sapeva decidere se essere o non essere, discutiamo ancora di queste faccende? Non c’è una legge che le regola?

 Ieri mi hanno fatto una multa perchè guidavo in stato di stanchezza: mi ero stancato moltissimo a leggere un comunicato stampa del Senatore Di Giacomo: hanno fatto così tante cose in questi pochi mesi di Governo del PDL che mi facevano male le braccia solo a vederle scritte. Tant’è, un vigile attento si è accorto che ero proprio sfiancato e mi ha multato.

 Ho contestato il verbale ed ho rimandato la mia decisione a conciliare a Dicembre prossimo. Fino ad allora, dovranno tener conto delle mie giustifiche a non poter essere un cittadino virtuoso. Tom, il mio cagnolino sfortunato, forse non riuscirà mai a rialzarsi. Ma se lo farà, sono certo, mi rincorrerà per mordermi.

06-08-2008, 22:44 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Un uomo, una donna, un telefono che non funziona

 Nicola come Jean-Louis Trintignant e Annamaria come Anouk Aimée: in “Un uomo, una donna”, perso l’ultimo treno per tornare a casa si incrociano, quasi per caso. Lelouch chiudeva il film con lui che rincorre il treno su cui lei vorrebbe allontanarsi e poi l’abbraccio struggente e disperato che scioglie il nodo di tutta la vicenda.

 

Ma questo poteva accadere a Deauville, in Bassa Normandia, scenario decadente e dolce di “Un uomo e una donna”. A Campobasso siamo meno melanconici e più sanguigni. Tutt’al più, finirebbe con Domenico Modugno che canta “Piange il telefono” o Mina che a squarciagola dichiara:” Se telefonando, io, potessi dirti addio..ti chiamerei..”

 

Il segretario del PD, Annamaria Macchiarola scrive: “Ogni tentativo volto al superamento in positivo di questa fase è ben accolto. Resta inteso che il modo più semplice e diretto è il dialogo tra il Segretario del partito e il Presidente della Provincia: per questa ipotesi la disponibilità c’è stata e resta, come testimonia la telefonata che anche ieri sera ho effettuato per parlare direttamente con il presidente senza avere risposta.”

Che storia romantica, però, bisogna dirlo! Lei lo chiama, lui si nega. A parte che possiamo confermare: il Presidente della Provincia, Nicola D’Ascanio, non risponde quasi mai al telefono. O meglio, risponde solo per dire che non ha molto da dire. E poi dice che uno si butta a destra!

 

Nicola, Presidente caro, ma perchè ti neghi? Rispondi al segretario regionale del partito Democratico, non essere scorbutico! Magari le potresti chiedere perchè i massimi vertici dell’unico gruppo di maggioranza di centro sinistra rimasto sulla faccia della terra si devono telefonare per parlare. Siete talmente in pochi dalle parti delle maggioranze istituzionali, che dovreste tenervi vicini vicini, pochi ma buoni e pronti alla riscossa.

 

Rispondi, Presidente D’Ascanio! Sii gentile con le signore. Non vorrei che finisse come in quella pubblicità dei telefoni, con quella bella colonna sonora di Francoise Hardy, “Des Ronds Dans L’Eau”: c’è una lei che per lasciarlo, invece che inviare un sms o fare una telefonata, gli restituisce proprio il telefono.  Però è strano che se Annamaria chiama, Nicola non risponde! Non è che non c’è campo? Giovedì vedremo se sarà ripristinata la linea e come finirà questo magnifico film.

Caterina Sottile

07-08-2008, 8:02 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Un tranquillo giorno di Provincia

 Nel ruolo di consigliere provinciale ha firmato una mozione di sfiducia al Presidente Nicola D’Ascanio che ha aperto la crisi politica della Provincia di Campobasso. Come segretario del Partito Democratico regionale ha firmato la conferma della sfiducia con un documento che attesta a se stessa di aver operato bene.

 Dopo l’incontro a Roma con i dirigenti nazionali del PD si è sottratta al dialogo con il Presidente sfiduciato, riaffermando, per la terza volta, che, appunto, non merita la sua fiducia: il Presidente di un Ente istituzionale che non merita la fiducia nè del “consigliere Annamaria, nè del segretario Macchiarola.

 Nicola D’Ascanio, alla luce di ciò, prima di andare in Consiglio a farsi “ri-sfiduciare” si è dimesso, in attesa del voto. Scelta che gli consente almeno di auspicare un sostegno da parte dell’opposizione.

 Duscutibile o forse no, ma tant’è, dopo aver incassato tre calci di rigore dal segretario-sfiduciario è corso ai ripari, accettando i dardi dell’avversa maggioranza e rimettendosi al giudizio dell’intero Consiglio. Strike del Presidente, che abbatte tutti i birilli e riapre la partita.

 Annamaria Macchiarola a questo punto commenta: “Le dimissioni del Presidente della Provincia di Campobasso Nicola D’Ascanio, dopo il gesto inaccettabile per metodo e sostanza dell’epurazione dell’avv. Francesco Di Falco da assessore provinciale, rappresentano un atto di irresponsabilità istituzionale e politica”. Come a dire: “Troppa grazia Sant’ Antonio! Che irresponsabile! Mica si può scoperchiare una maggioranza di Governo così, senza pensare.

 Uno non può dire proprio nulla, e che caratteraccio! Qualche firma su un paio di documenti con cui gli abbiamo suggerito che non è idoneo al suo ruolo, un po’ di delegittimazione dei suoi poteri, ma niente di chè. In fondo, bastava che riprendesse in Giunta Francesco Di Falco. Che provinciale, questo Presidente! Iorio è più spiritoso”

 Infatti, pare che sia stato visto ridere a crepapelle: mentre il Molise discute di commissariamento della Sanità, il PD discute di commissariamento di se stesso. Ecchissene! Inoltre, la soluzione sarà la svendita di qualche metro quadro di maggioranza, pur conservando la nuda proprietà; così, per i fotografi.

Alberto il Cavallaro

 

08-08-2008, 16:59 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Il giudizio universale: Annamaria, dimettiti!

Raffele Bucci, Nicola Di Anna D’anchise, Pasquale Colarusso, Pietro Gabrieli, Maurizio Tiberio, Franco Battista, Aldo Giglio, Antonio Fratipietro, Michele De Santis, amministratori comunali di Campobasso del Partito Democratico, confermano la loro autosospensione dal direttivo del partito. La sconfitta all’ultimo voto utile per la mozione di sfiducia al presidente D’Ascanio, capitanata da Annamaria Macchiarola, a loro dire è una ulteriore e grave prova della sua incompatibilità con la maggioranza reale del PD.

 

Definiscono “arbitraria” la linea politica seguita dalla Macchiarola che quindi, non rappresenta il PD e non ne è espressione naturale. Una delegittimazione bella e pronta, con tanto di sigillo e di ceralacca: “linea politica arbitraria”. Non ci sarebbe altro da aggiungere. In effetti, l’attacco a D’Ascanio da parte del suo stesso segretario è stato un atto gravissimo.

 

Annamaria Macchiarola, più volte ha cercato di spiegare che, proprio per il suo ruolo di segretario super partes ha dovuto proteggere la rispettabilità di Francesco Di Falco, estromesso dalla Giunta provinciale per pura foga accentratrice. Appare improbabile, in verità, che il Presidente di una istituzione assuma decisioni così sciagurate, senza ragione alcuna. Oltretutto, tutta la faccenda è alquanto surreale. D’Ascanio ha revocato l’incarico a Di Falco perchè lo ha ritenuto eccessivamente autonomo, incompatibile, almeno ufficialmente, con la linea politica della maggioranza da lui presieduta. In qualità di capo della maggioranza ha facoltà di sindacare sui propri assessori.

 Il segretario, da parte sua, ha lasciato supporre una sorta di “malafede preconcetta” nei confronti di Di Falco ed è intervenuta per preservarne la rispettabilità politica e persino personale. Uno scontro durato 43 giorni. aperto con la sfiducia firmata da lei stessa, da Manes Gravina e da Neri che, di comunicato in comunicato, di trattativa in trattativa con i vertici romani, è esploso con le dimissioni di Nicola D’Ascanio. Il Presidente ha  rimesso al giudizio del Consiglio la propria persona e il proprio ruolo istituzionale. Un gesto forte ma che gli ha permesso di placare gli animi e di ribadire la direzione politica della propria Giunta. Di Falco, assessore esterno perchè non eletto  ma ala destra del PD, era stato ritenuto incoerente con il suo progetto politico e programmatico. Sfiduciato dal segretario e dagli altri due consiglieri, solidali con Francesco Di Falco, ha avuto bisogno di Remo Grande, ex UDC, per avere la maggioranza in Consiglio ed evitare che si votasse la mozione di sfiducia.

 Certo, la mediazione con un consigliere di minoranza suona come una battaglia persa che però ha fatto vincere la guerra. Ma rimane la perplessità di un quadro politico frammentato, in cui bisogna sempre lavorare per la sopravvivenza a breve termine. In generale, non solo in Provincia, la lungimiranza, la pianificazione illuminata e davvero incisiva sulle lunghe distanze è patrimonio completamente perso. Ci si trascina senza troppe ambizioni, tra sgambetti e giravolte. Nulla che assomigli davvero alla autorevolezza politica. Ma se il fine ultimo è più nobile dei mezzi per perseguirlo, può essere un bene anche osare ogni possibile percorso.

 Il segretario di un partito storicamente abituato agli scontri e alle differenze si è lanciato in uno scontro diretto e nell’ambito di un confronto istituzionale ed ha perso. Se non ritiene di doversi dimettere legittima, proprio per questo, la scelta di D’Ascanio. Era ancora più difficile per il Presidente della provincia, peraltro unica istituzione rimasta nel Molise al centro sinistra, preservare il lavoro svolto fino ad oggi e la visibilità di un elettorato davvero allo sbando.

 Se invece la Macchiarola, come ha fatto D’Ascanio prima del voto per la sfiducia, si dimettesse, potrebbe aprire davvero un dibattito profondo, inconfutabile e autorevole. Ma questi sono tempi frivoli e chi c’è c’è, chi non c’è non c’è. Più di tutti, lo ha capito Remo Grande.

                                                                               caterina sottile

 

11-08-2008, 8:14 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Una riflessione su un articolo di Claudio Pian

Siamo in Agosto e forse possiamo permetterci qualche serena conversazione, senza pretesa di oggettività. Una chiacchierata sotto l’ombrellone di primapaginamolise.it, con la consapevolezza di “stare tra amici”.

 L’articolo di Claudio Pian apre qualche riflessione interessante. Scrive: “È bastata invece un’astuzia di Maurizio Tiberio oggi PD, dopo essere nato politicamente nella DC e cresciuto alla corte di Michele Iorio, per mandare all’aria tutti questi disegni. C’è però un’altra chance per il centrodestra ed è quella del voto di fiducia al presidente del consiglio. In quell’occasione però sarà presente anche il presidente Iorio, di rientro dalle vacanze e forse una nuova strategia allargata anche altre forze del PdL e un team di allenatori diversi potrebbe ancora portare a casa il risultato, sempre che al ghota del centrodestra molisano stiano a cuore le sorti della provincia e del comune di Campobasso. Se si riuscisse nell’impresa, ciò provocherebbe l’ulteriore caduta libera del PD oltre che il ridimensionamento dell’Italia dei Valori, sempre che questa sia la reale volontà.” 

 

Ecco, questa è una domanda che bisognava porsi: Qual’è la volontà del PDL regionale e di Michele Iorio sulla crisi della Provincia di Campobasso?

 

Andare alle elezioni non avrebbe significato soltanto annientare definitivamente il PD ma avrebbe aperto un varco incontrollabile proprio a quegli elettori che alle ultime elezioni politiche hanno votato Di Pietro invece che i candidati del PD. Sono voti persi dal PD ma rimasti nell’alveo di Veltroni e sono voti ancora buoni per il centro sinistra. Dalla caduta del governo provinciale c’è chi prevedeva una vittoria scontata a facile del centro destra. Non è detto che proprio partendo dalle elezioni provinciali Di Pietro avrebbe potuto sperimentare un gruppo nuovo, prototipo perfetto per il futuro confronto elettorale della Regione.

 

Sono passati solo 4 mesi dalle elezioni politiche di Aprile e l’onda del successo elettorale di Di Pietro è ancora percepibile: 54.629 voti per lui, con il 27,71% e il 45% dei voti totali per Veltroni contro il 41,8% del centro destra. Forse non era il caso, per il PDL, anticipare la caduta della Provincia ed affrontare le elezioni con questi rischi. Rischi, in ogni caso, non sventati scientemente dal PDL ma semmai che hanno confermato questo clima di ottimismo attorno a Di Pietro: Remo Grande è convogliato in quell’area ma da lì, Astore fa sapere:” L’Italia dei Valori prende le distanze da iniziative di trasformismo, censurando la prassi che va affermandosi di sostituire le maggioranze politiche con iniziative individuali  utilitaristiche.

 

Delle due, l’una, direbbe Tonino.

 

E “l’una” potrebbe essere una manovrina estemporanea per salvare il salvabile o proprio l’avvio di un lifting generale del gruppo forte del PD molisano. Forte perchè ha vinto le ultime elezioni.

 

Credo che a Michele Iorio non interessino le scelte minimaliste, efficaci in contesti ridotti, sia dal punto di vista dello spazio che del tempo. Probabilmente continua a ragionare, come è ovvio, come chi è abituato a guardare oltre gli effetti momentanei di un evento, se pur improvviso.

 

La fiaccola per la sua successione dovrà essere ceduta ad “atleti” ben allenati preoccupandosi di stabilire con chiarezza anche chi saranno gli oppositori. In questo bin bang che ha investito il PD non è ancora facile individuare “l’uomo forte” con cui dovrà competere la coalizione del centro destra.

 

Quando Iorio tornerà da New York forse non sarà affatto contento dell’epilogo ma, volendo solo azzardare una intepretazione, non perchè non ha portato alle elezioni anticipate.

 

Piuttosto, in tutto questo caos, il centro destra ha assistito alla battaglia interna del centro sinistra senza prevenire i pericoli per se stesso. Individuare subito le particelle in via di aggregazione poteva suggerire anche che genere di “sostanza” si stesse formando.

Caterina Sottile

 

12-08-2008, 9:33 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Provincia: Fuochi d’artificio di Ferragosto

Nel Capoluogo sono sereni e decisi a concludere la legislatura. Lo strappo del PD non è ricucibile ma la maggioranza istituzionale vorrebbe farlo sembrare almeno indolore

 

Da Campobasso

“I Consiglieri di Maggioranza, in un incontro sereno e ricco di propositi operativi, nel rimarcare unanimemente la rilevanza politica ed istituzionale scaturita dal Consiglio provinciale del 7 agosto, considerano l’impegno di portare a compimento l’attività amministrativa fino a scadenza naturale del mandato per rispettare così, sia la volontà insindacabile espressa dall’organo consiliare che quella pronunciata democraticamente dal corpo elettorale. In questa ottica, nell’odierno confronto, i Consiglieri tutti hanno stabilito e condiviso gli aspetti politici, programmatici, e procedurali da attivare, la cui sintesi è stata rimessa nelle mani del Presidente, affinché venga illustrata e decisa nel successivo incontro già fissato per lunedì prossimo 18 agosto 2008. Nel corso dell’annunciato incontro sarà sciolta ogni riserva anche in ordine alle dimissioni del Presidente. “

 

Termoli si  prepara all’incendio del Castello, magnificente spettacolo pirotecnico, rievocazione della battaglia con cui i termolesi respinsero i turchi di Pialì Pascha. Più che contro i turchi, in questo caso, la battaglia sarà contro il “Greco”, Vincenzo Greco, sindaco in carica.

 

Da Termoli

A dieci mesi dalla nascita del PD la lettura da dare al comportamento politico del Presidente della Provincia rag. D’Ascanio è così sintetizzata:

1)non ha mai partecipato ad una riunione delle Assemblee del PD (suo partito?);

2)non ha mai contribuito (per sua stessa ammissione) alla campagna elettorale del “suo partito” ma, ed oggi ne abbiamo la conferma, pubblicamente a quella degli altri partiti;

3)a maggio 2008, in piena crisi post-elettorale, ha

ritenuto di dover promuovere, con pochi proseliti, l’autoconvocazione di iscritti al PD, dimenticando che vi è un’assemblea di dirigenti regolarmente eletta da 18000 molisani;

4) nel mese di giugno 2008 ha ritenuto di dover “cancellare dalla mappa politica della Provincia” Termoli defenestrando, con metodi irripetibili, il segretario provinciale dell’ex Margherita, avv. Di Falco;

5) rispetto ad una richiesta di dialogo formulata non solo dai tanti dirigenti del PD, ma anche da dirigenti di altri partiti della coalizione, ha preferito stringere accordi con un “GRANDE” politico che sino a ieri ha dato del Molise un’immagine “a fosche tinte” attraverso i media nazionali (rai3 Reporter) sfruttando la tragedia molisana di San Giuliano;

6) ha barattato l’importante ruolo istituzionale della Presidenza del Consiglio dimenticando che tale figura appartiene all’intero Consiglio eletto dal popolo;

sempre il linea con il comportamento tenuto in dieci mesi, 7) il 7 agosto 2008, anzichè seguire le indicazioni del Responsabile Nazionale dell’Organizzazione del Partito (on. Fioroni) che, al di fuori delle logiche molisane, ha fornito le indicazioni dei tre assessori del PD (uno per gruppo Macchiarola, uno società civile ed uno del restante gruppo consiliare), il rag. Presidente ha cancellato gli incontri romani per rimanere nella logica politica della sua Montenero di Bisaccia e dell’on. Di Pietro;

8) invece di cercare di recuperare il dialogo con i quattro esponenti del centro sinistra (di cui tre del suo partito?), che hanno contribuito alla sua elezione, ritiene ininfluenti i voti di Macchiarola, Manes, Neri e Spina e inizia una verifica anticipata senza il contributo dei partiti.

 

È paradossale e sorridente (sorridente? n.d.r.) che “dopo tutto l’impegno” mostrato dal Presidente D’Ascanio per accrescere il numero di simpatizzanti ed iscritti ad un partito (non abbiamo ancora capito quale: IDV, PD o UDC/Progetto Molise con Remo Grande) lui stesso oggi contesti i dirigenti con il segretario in primis che con coerenza, passione e determinazione lavorano  quotidianamente per il PD che fino ad oggi ha consentito a uomini come D’Ascanio (senza primarie!) di essere eletto Presidente della Provincia.

 

Il gruppo consiliare del Comune di Termoli

 

Franco Scurti

Laura Venittelli

Michele Colella

Gennaro Iacampo

Ettore Fabrizio

Francesco Caruso

Antonio Paparella

 

Dopo l’incendio di Ferragosto, a quanto pare, solo cenere, in attesa che la fenice IdV-Pd riapra le ali.

caterina sottile

12-08-2008, 21:01 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Un malato cronico in fila

Quanto pesa la burocrazia sulla spesa pubblica? I timbri e i bolli richiedono una salute di ferro, tempo e denaro. Tutto quello che un malato non ha

Il risparmio della Sanità è una priorità assoluta. Ma quanto pesa la burocrazia, che non è quasi mai utile ai malati, sulla spesa pubblica? E quanto toglie alla soluzione dei problemi veri delle loro famiglie? Seguire i percorsi dei timbri e dei bolli richiede una salute di ferro, tempo e denaro. Tutto quello che un malato non ha.

La sanità molisana rischia il commissariamento e sarà indispensabile tagliare le spese, a cominciare dagli ospedali. Ma mentre si tagliano i posti letto e si riduce la possibilità di intervento nella sale operatorie, continuano a sopravvivere meccanismi di dispersione delle risorse che creano solo disagio, talvolta drammi veri.

 Franco, 68 anni, in pensione, ancora abbastanza forte per occuparsi del suo piccolo terreno. Coltiva pomodori, frutta ed è un passatempo utile per stare in forma. Ma si sente male, all’improvviso. Un ictus e la sua vita cambia radicalmente. Viveva da solo ma era completamente autonomo. Aveva perso la moglie giovanissimo, quando i figli erano piccoli. Però era riuscito a farli crescere, studiare e ora vivono tutti al nord, a loro volta sposati e con due figli ciascuno. L’ictus ferma senza preavviso lo scorrere tranquillo delle vite di tutti loro. Bisogna tornare a casa di papà e occuparsi completamente e totalmente di lui. Non sempre è possibile.

 Dopo il ricovero in ospedale il primo problema è trovare un centro di riabilitazione. La sua prima tappa è Vasto: le terapie sembrano utili. Dopo il primo mese i figli sono costretti a diradare le visite e vengono a trovarlo a turno, una volta a settimana. Dopo due settimane Franco è depresso, non mangia più e all’ultima visita uno dei figli lo trova anche in cattive condizioni igieniche. I pazienti sono tanti e il personale è costretto a concentrarsi sui casi più gravi. Ce ne sono molti e ogni giorno ne arrivano dei nuovi.

I  figli provano ad avvicinarlo a casa. Franco abita in Basso Molise e viene accompagnato a Larino, nel nuovo reparto di lungo degenza. Sanno che non potrà rimanerci più di un mese e le terapie, nel suo caso, non saranno risolutive. Non cammina più, deve essere lavato e aiutato a mangiare. Qualche volta è tranquillo, altre è così tanto nervoso da aver bisogno dell’aiuto di almeno due persone. Spesso dimentica persino di essere malato e tenta di alzarsi, di andar via. Cade, si fa male, si strappa i cerotti o lancia in aria gli oggetti che ha a tiro. Non può essere lasciato solo e ai figli viene chiesta la presenza di almeno un familiare, ogni giorno, tutti i giorni. Franco vuole tornare a casa, nella sua casa.

 Infatti, bastano due settimane e si nota, visibilmente, un miglioramento dell’umore, della lucidità mentale. Ma ha bisogno di qualcuno che, notte e giorno, stia con lui. Comincia così la ricerca di una badante. Siccome è un uomo ed è alto 1,90, per accudirlo occorre una certa abilità e molta forza. I figli decidono di assumere una coppia di badanti, due coniugi. 2000 euro al mese, comprese le spese per i farmaci, il cibo e le bollette che ovviamente cominciano a diventare più salate.

 La pensione di Franco non basta e i figli fanno richiesta dell’assegno di assistenza. Per ottenerlo bisogna farlo visitare da un medico della Asrem. Se il paziente non può andare all’ambulatorio bisogna aspettare la visita domiciliare: mediamente l’attesa è di due mesi. I figli sollecitano la visita e si decidono a tornare ancora per accompagnarlo: ambulanza privata, 100 euro, visita in ambulatorio, fila lunghissima, ritorno a casa. Un giorno costato un viaggio da Torino al figlio grande di Franco, due giorni di permesso dal lavoro, l’ambulanza. Dopo un mese, la Asrem chiede di rivederlo. Stessa trafila.

 E ancora: timbri per avere la sedia a rotelle, e bisogna andarci di persona o su delega ad ordinarla. La certificazione la rilascia la Asrem di Larino, la sedia a rotelle la si può ordinare a Termoli e bisogna andare a prenderla. Altro viaggio da Torino del figlio di Franco, altri tre giorni persi tra timbri e file. Intando, i coniugi che si occupano di lui vengono regolarmente pagati con la vendita del terreno. Franco non lo sa. Ne morirebbe ma non glielo diranno mai.

 La domanda dei figli è: “Perchè bisogna fare queste trafile assurde? Mio padre è stato ricoverato e curato in una struttura pubblica. Perchè non basta quella certificazione, chiara, inequivocabile, per accedere all’assegno di assistenza? Perchè il medico di famiglia, che potrebbe venire a casa e fare tutte le dichiarazioni necessarie, non ha alcun potere e può solo scrivere una nota da sottoporre al medico della Asrem che si occupa delle visite fiscali? Sembra il gioco dell’oca ma abbiamo qui un signore che per stare seduto, solo per riuscire a sedersi, ha bisogno di due persone. Immagina cosa vuol dire portarlo in giro per ambulatori, inutilmente, solo per constatare quello che è chiaramento scritto sulle cartelle cliniche? Tutto questo richiede la mia presenza qui. Non posso delegare la badante, che non saprebbe neppure dove andare e come farlo.”

 Franco segue la conversazione e apparentemente non sa di cosa parliamo. Mi sorride, mi offre la mano: “Sai, io ho lavorato tanto, tanto. Ho cominciato a fare il meccanico a 14 anni, poi ho trovato il lavoro in fabbrica, ma mi piaceva tanto stare in campagna, nella terra di mio padre. Appena mi rialzo, devo andarci”. Piange, come un padre che non ha più forze ma che vorrebbe, disperatamente, non pesare sulla vita dei figli.

 Per i lettori

Per conoscere meglio il tema trattato abbiamo ascoltato molte storie, di malati diversi: pazienti oncologici, Franco, giovanissimi malati dalla nascita, sulla sedia a rotelle ma pieni di voglia di vivere. Pensavamo di approfondire l’argomento, traendo una sintesi da tutte le loro storie. Ma sono storie importanti, tutte, e scriveremo di ciascuno di loro.

 14-08-2008, 6:39 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

L’Assessore Gianfranco Vitagliano richiama le truppe del PDL

L’assessore regionale Gianfranco Vitagliano non vuole perdere altro tempo ed esorta il PDL a muoversi. Un invito a stringersi a coorte ed un piccolo avvertimento perchè “tutti gli uomini e le donne del presidente” possano rivendicare una vera partecipazione alla costruzione del Partito delle Libertà. Immagina un coordinamento reale, non solo un calderone in cui tuffarsi a menù già deciso altrove, fuori dal Molise o meno. Conosce gli elettori di centro destra e ne sottilinea le peculiarità, come un maestro che sa prevedere i limiti, ma anche i grandi pregi dei propri alunni: “Guai se i soliti noti, nel solito albergo del capoluogo, dovessero limitarsi a festeggiare la nascita del PDL, autoincensandosi, senza aver partecipato in alcun modo alla gestazione.”

 

Ha fretta e solleva le coperte di una assonnata “camerata del PDL” come un generalissimo già vestito e pronto per le manovre di guerra. Il PDL molisano, forse impigrito dall’afa, viene svegliato all’alba della nuova era del centro destra con uno squillo di tromba: “Tutti avranno notato che sono in aumento le dichiarazioni di leaders nazionali sul percorso costitutivo del nuovo partito, lanciato idealmente – è ormai un anno – da Berlusconi, a Milano. Sono intervenuto sulla vicenda nella prima occasione pubblica molisana – un interessante incontro organizzato da AN, a margine di un confronto con un esponente del governo su alcune problematiche settoriali – e ho sviluppato il ragionamento, successivamente, sulla stampa. Come al solito, grandi complimenti da più parti, ma sottovoce, non espliciti inviti ad assumere l’iniziativa e risvegli momentanei d’interesse. Poi, molto silenzio. Chissà se di riflessione.  A mio giudizio il dibattito langue e questo ineffabile disinteresse non fa presagire atteggiamenti e contributi consapevoli, quasi si volesse lasciare, ad altri e ad altro livello, ogni responsabilità e azione, salvo poi – abitudine tutta nostra – commentare e lamentarsi, a cose fatte altrove. E allora torno a considerare, nella speranza che si alzino le voci, che vengano i contributi anche critici e – in mancanza all’orizzonte di sedi di confronto formali – che anche il coordinatore del mio partito riconosca l’esigenza e, al di là di non necessari e generici richiami, muova “le truppe” e gli ambienti, anche locali, per contribuire attivamente, attraverso la politica di partito, a incontri, a dibattiti, a momenti alti di “evangelizzazione”, alla costruzione di un grande Partito di popolo. Intanto è certo che, l’anno prossimo, in primavera, voteremo anche nel Molise, alle amministrative ed alle europee, con il PDL in campo. Con quel contenitore politico andremo a sollecitare i molisani al voto. Nella nostra terra, si converrà, in ogni angolo si riconoscono molto facilmente gli elettori di Michele Iorio. Alla chiamata rispondono subito compatti e, con altrettanta facilità, si ritrovano insieme nelle occasioni “topiche”. Un bel po’ meno si fanno riconoscere quelli di Forza Italia. Non che non ci siano. Ci sono e pure numerosi ma se li cerchi non li trovi e non li metti insieme agevolmente. AN in Molise, come nel resto dell’Italia, ha buon radicamento negli elettori, alto numero di iscritti, abitudine alla frequentazione delle sedi, buon e diffuso senso di appartenenza. Gli Aennini hanno spirito organizzativo, disponibilità alla mobilitazione. Insomma si muovono molto meglio e con più efficacia di noi di Forza Italia, all’interno del sistema. Per la Nuova DC, il Nuovo PSI e i partiti minori, il fatto che FI si sia fatta carico degli aspetti organizzativi e di rappresentanza nel PDL mi esime, per ora, dall’analisi ma, penso, non comporti alcuna differenza sul piano del bisogno di confronto. Forza Italia, da noi, è partito a maglie più larghe, coperto e appagato dall’indiscusso leader nazionale e dalla presenza, qui, di un leader, carismatico e popolare – che fa il Presidente della Regione -, meno identitario, anche se con valori e obiettivi comuni ad AN. Questo, quasi sempre, si traduce in elasticità comportamentale degli aderenti, maggiore libertà rispetto ai vincoli d’appartenenza, minore senso della squadra, collegamenti territoriali più deboli. Anche per queste ragioni, oltreché per favorire, rapidamente, la comunione e la condivisione di valori e di principi avevo sollecitato il confronto. Come, dove e con chi avremmo facilitato l’amalgama politico e ideale tra persone “diverse”, per cultura, origine territoriale, identità? Questa era e resta la mia preoccupazione reale che l’ipotesi di decisioni costitutive e organizzative di vertice non attenua, anzi incrementa. Con la stessa passione, poi, ho cercato di volgarizzare quel disegno incompiuto della nostra ultima riforma costituzionale che ha portato ad una “seconda repubblica” zoppa, presidenzialista, di forte ruolo di governo, con l’altro “cardine”, i Partiti, deboli, avulsi dal contesto sociale, autoreferenziali, quasi contorno di guarnizione al nuovo sistema di potere esecutivo, lontani da ogni legittimata rappresentatività. Uno sguardo, attento e meno vanaglorioso, ai dettagli delle singole competizioni elettorali avrebbe facilitato la riflessione e, magari, la condivisione delle mie considerazioni. E’ tempo di muoversi! Nessuno può illudersi sulla calata dall’alto e in un giorno preciso di un soggetto politico della portata in questione. Tra quelli che sento ci sono alcuni che presagiscono la confluenza di FI ed AN in due “correnti” all’interno del PDL, altri pensano ad una convivenza regolata, altri ancora, scettici, all’insuccesso. Non ci vuole molto per comprendere che, mai come ora, a partire da dentro Forza Italia, abbiamo bisogno di confrontarci, di parlare e di ascoltare. Dopo aver fatto questo, anche nella società, potremo unirci, in una nuova forte identità. Guai se i soliti noti, nel solito albergo del capoluogo, dovessero limitarsi a festeggiare la nascita del PDL, autoincensandosi, senza aver partecipato in alcun modo alla gestazione. Siamo in molti a volere contribuire, a voler essere “genitori” qui, come altrove, come al centro…. Una “paternità” – anche “maternità”- collettiva, locale, consapevole e’ il miglior viatico per il nuovo soggetto politico. Io, penso, sarebbe questa la buona soluzione anche per molti dei problemi che ingessano il ruolo e l’attività degli organi regionali. Se non si è d’accordo, lo si dica argomentando, senza imitare Pindaro. Quelli che lo sono, però, battano un colpo… Siamo ancora in tempo.”

 

I compiti per le vacanze sono assegnati e non si tratta certo di problemini semplici semplici. Si tratterà, infatti, di capire se il centro destra molisano vorrà  rimanere compatto per riconfermare la sua forza contando sulla coesione o se preferirà lasciarsi trascinare dagli eventi. Inoltre, non basterà dichiararsi favorevoli o contrari ma bisognerà costruire i presupposti, materialmente, del nuovo gruppo dirigente. La priorità dell’assessore Vitagliano è che qualunque scelta debba avere nomi e cognomi che se ne assumano la responsabilità.  Chi pensava di essere in vacanza, si dia una rinfrescata veloce e salti giù dal letto.

caterina sottile

14-08-2008, 7:26 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Buon Ferragosto, cari lettori di primapaginamolise.it

Ci manca molto, fra gli ombrelloni brulicanti di turisti che a Termoli non vogliono proprio venirci e di dipietristi che del PD non sanno proprio che farci.

 Gianfranco Vitagliano, beato lui che è così in forma, gioca nel ruolo di arbitro del PDL, o, almeno, di coach.

 D’Ascanio è andato a Montenero a rifarsi un lifting, in tutti i sensi, e a Settembre tornerà a ripulire l’erbaccia nella vigna di Lor Signori, come direbbe quel lazzarone di Corrado Sala.

 Prima delle vendemmia, ogni buon contadino rimette ordine tra le viti cariche di frutto. I canti e i balli della provincia ci hanno distratto dalle sudate carte della Regione e non sappiamo se Sabrina si dimetterà, se Ulisse è stato informato che Aldo Patriciello è nel PDL, se Remo Grande farà il presidente del Consiglio della Provincia anche dopo le vacanze.

 Astore che farà? Disgustato dal mercato delle vacche, pare sia stato visto salire su un bel cavallo baio, alla volta di Montenero, a galoppo sotto una terribile tempesta di neve.

 Per il resto, niente di nuovo. Quando Michele tornerà, tutto sarà diverso e ogni cosa tornerà al suo posto.

 Almeno, questo sperano i suoi fans.

 Buon Ferragosto, lettori di primapaginamolise.it

 Fatevene una ragione: senza Iorio, è proprio una noia.

 Al il Cavallaro

 

14-08-2008, 18:35 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Luigi Mazzuto risponde a Vitagliano: attento a non prendere troppo sole!

Luigi Mazzuto, coordinatore provinciale di Forza Italia replica alle dichiarazioni di Gianfranco Vitagliano.

Un comunicato breve e conciso con cui afferma di aver compreso le reali intenzioni dell’assessore, da lui definito “pluriassessore”:”Ma che trovi il tempo per proporsi (perchè questo è il vero obiettivo!) anche come futuro Coordinatore regionale del PdL, ci sembra obiettivamente troppo. E anche improbabile, a dire il vero”.

 

In realtà, a leggere la “sveglia” suonata da Vitagliano viene da pensare che abbia progetti ben più consistenti del coordinamento regionale di Forza Italia. O, almeno, non è il suo solo e primo pensiero.

 

Scrive, Luigi Mazzuto, coordinatore provinciale di Forza Italia: “VITAGLIANO SUPER STAR! Deve fare molto caldo ad Otranto considerate le esternazioni del coordinatore cittadino di Forza Italia di Termoli, oppure deve essere lo stress visto il carico di lavoro al quale il nostro viene da tempo sottoposto. A tale proposito si dice in giro che si sia autoproclamato vice Presidente di Giunta in assenza di Iorio e da lui delegato: la cosa, naturalmente, è assolutamente falsa. E si sussurra anche che nelle occasioni importanti, alle quali ha la opportunità di accompagnarsi al Presidente vero, Michele Iorio, sfoggi un vistoso lampeggiante sull’auto di servizio: sarà vero?”

 

Mazzuto cita Otranto perchè è da lì, sua meta vacanziera, che l’assessore ha inviato la “bolla papale” al PDL. Mazzuto prosegue: “Nelle sue uscite ferragostane Vitagliano dimostra ancora una volta di non sapere bene di cosa parla o comunque di essere all’oscuro degli avvenimenti a livello nazionale. Ignora, per esempio, che a livello regionale Forza Italia, come da indicazione del Coordinameto nazionale, si sta già attivando per costituire il Comitato regionale del PdL insieme alle altre forze politiche (An, Nuova Dc, Nuovo Psi, Pensionati, Circoli e Movimenti locali). Non sa che nelle prossime settimane si riuniranno a Roma la Commissione per lo Statuto e il Comitato costituente del PdL per mettere a punto le regole condivise sulle quali sarà costituito il nuovo soggetto politico.” Il coordinatore provinciale ha percepito l’entusiasmo di Gianfranco Vitagliano quasi come un eccesso di zelo: “Vitagliano queste cose non le sa perchè, probabilmente, si occupa di tante, troppe questioni: di cartolarizzazioni e di Piani di rientro in Sanità, di manutenzione della rete stradale, di programmazione dei Por, di attivita’ produttive e di agricoltura (Consorzio industriale di Termoli, Zuccherificio del Molise ecc.), di ambiente, di energia e di molto altro… Vero è che bisogna riconoscere al pluri assessore le capacità per fare tutto questo; ma che trovi il tempo per proporsi (perchè questo è il vero obiettivo!)anche come futuro Coordinatore regionale del PdL, ci sembra obiettivamente troppo. E anche improbabile, a dire il vero.”

 

E così conclude. Il clima si surriscalda anche nel PDL dopo le vampate d’Agosto del PD. Per dovere di cronaca bisogna dire che Vitagliano, in ogni caso, ha ottenuto un risultato: il PDL s’è desto. Ora  ci aspettiamo una controreplica a breve.

 

caterina sottile

 

15-08-2008, 2:44 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Sostiene Bellocchio…

Così parlò Cloridano Bellocchio, ex Sindaco di Guglionesi, mente sottile della sinistra molisana: “Il ‘ciclone’ estivo che ha investito il Partito Democratico del Molise (sul caso Provincia) costituisce un altro colpo gravissimo inferto al partito, alla sua credibilità , alla sua prospettiva. Per le modalità ed il merito dell’affaire Di Falco c’è da rimanere ‘sbigottiti’. Ma visto la ‘nebbia’ che è stata fatta calare sull’intera vicenda,(con riscontrata abilità mediatica!!), ma anche certa deriva di ‘balcanizzazione ‘ del blocco del centro sinistra, vale la pena ripartire dai fatti per poi fare qualche considerazione di ordine politico.

L’iniziativa di D’Ascanio contiene evidenti debolezze sia sul piano metodologico, sia sul piano dei contenuti. Schematicamente:

1. Non si conducono battaglie politiche aventi lo scopo ‘legittimo’ di modificare gli equilibri interni del Partito utilizzando i poteri assegnati in capo al Presidente della Provincia.

2. Non si colpiscono ‘gratuitamente’ la dignità delle persone trattate come mezzi o strumenti per ‘scopi altri’.

3. Se era necessario compiere una verifica politica sulla produttività e coerenza dell’azione amministrativa occorreva coinvolgere, per tempo, il Partito e l’insieme delle forze della coalizione per governare con sufficiente tranquillità il processo;

4. In ogni caso occorreva (machiavellicamente!) , farsi bene i conti.

 

Qual’ è il bilancio di questa iniziativa?

a) L’indebolimento della maggioranza di centro-sinistra che governa l’Ente (l’ultimo rimasto in mano al Centro-sinistra in questa sfortunata e complicata stagione) che a quanto sembra, allo stato, non ha più i numeri sufficienti. Mettendola di fatto nella mani di una persona. Tra l’altro non eletta nel centro-sinistra;

b) l’ indebolimento del grado di coesione interno del PD e la sua immagine complessiva e, di conseguenza, dell’intero centro-sinistra;

Emerge con trasparenza la condizione di scarsa lucidità da parte del ‘comandante in capo’ e di chi lo ha consigliato, i quali sopravvalutando la propria forza hanno messo in grave imbarazzo il Segretario Regionale, ed altri Consiglieri in quota PD, costringendola/i di conseguenza a compiere scelte ‘forti’.

Infatti, se è vero che da una parte ci sono le ragioni della governabilità, la cui responsabilità è in capo al Presidente, dall’altra non possono essere ignorate le ragioni della rappresentanza più complessiva qual è quella del partito, la cui responsabilità è in mano al segretario politico.

Qualcuno avrebbe dovuto gestire la vicenda con maggior senso di responsabilità e misura. Senza cercare a tutti i costi la vittoria dell’uno sull’altro. Qui è mancato il ruolo di sintesi dell’intero gruppo dirigente che avrebbe dovuto operare isolando (o calmierando) la posizione di chi aveva dato inizio alle danze.

 

Il gesto di Annamaria, và sottolineato, è l’effetto (discutibile quanto si vuole) non la causa. D’altra parte cosa avrebbe dovuto fare Annamaria?. Accettare supinamente l’iniziativa, pur di salvare ‘responsabilmente’ un ‘esperienza di governo di centro-sinistra alla Provincia di Campobasso? Credo che ne sarebbe uscita travolta. Ma, cosa più importante e drammatica, ne sarebbe uscito travolto il Partito Democratico e la sua ambizione politico-culturale di ‘partito della democrazia’.

Questo al di là delle dietrologie pettegole della serie ‘chi c’è dietro’. Esiste in questo caso una fattualità che ha per fortuna un suo valore obbiettivo. E mette tutti nella condizione di esercitare responsabilmente un funzione critica. D’altra parte a voler essere maligni altri personaggi è da una vita che ‘stanno dietro’. E non hanno mai pagato per i fallimenti della sinistra. Anzi.

In questa circostanza, forse per la prima volta, l’atteggiamento di Annamaria ha rappresentato un’idea nuova della politica fatta di coerenza, responsabilità e coraggio delle proprie azioni. Costi quel che costi.

Ma la domanda ineludibile a questo punto è: era proprio necessario avviare una iniziativa del genere? A chi serviva. A quale causa nobile? Per chi e per che cosa?.

Se i risultati sono stati quelli evidenziati occorre prenderne atto, senza perdere altro tempo ed assumere i provvedimenti e le iniziative politiche sul caso. La sortita d’Ascanio-Nagni ha prodotto grave danno al partito. Ha rotto il legame umano tra i suoi dirigenti. Ha fatto emergere un disegno velleitario di riorganizzazione( l’assalto a palazzo d’inverno!) che è lontano dalle logiche democratiche e, persino, del rispetto per la persona.

Pertanto alla fine, in ogni caso, tale sortita potrà produrre solo un partito più ristretto. Un partito normale saprebbe cosa fare. Sarà altrettanto capace l’attuale dirigenza? Vedremo.

I tanti problemi del Partito Democratico ( e questi non li ha creati ab-origine D’Ascanio, al quale amichevolmente e senza ipocrisia vorrei suggerire di cambiare tattica) sul piano culturale ed organizzativo forse trovano origine, tra le altre cose, proprio nella paura di utilizzare fino in fondo la democrazia, come schema organizzativo e come fine della propria iniziativa. Qui le responsabilità sono evidenti e con essi la scarsa lungimiranza dei ‘vecchi comandanti in capo’. Credo sia arrivato il tempo di utilizzare le competenze e le risorse di cui il partito dispone rinunciando definitivamente alle logiche della cooptazione che sembrano essere prevalse nella prassi utilizzata dai leader per governare il neonato partito.

Ricominciando dalla conoscenza dei problemi della società e dalla voglia di affrontarli, recuperando la voglia di misurarsi con le soluzioni possibili, riallacciando rapporti con le competenze culturali e scientifiche, recuperando la capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie anche quanto a subirle sono altri. Quindi ricostruire un tessuto connettivo ed una coesione, sui contenuti e sui metodi, del gruppo dirigente. E smetterla di fare come i fratelli coltelli. Mi pare che il risultato delle ultime politiche proprio queste cose ci abbiano detto.

Cloridano Bellocchio

Membro della direzione regionale

 

Cloridano Bellocchio è uomo di intelletto notevole e può discutere di qualunque argomento con estrema finezza. Non dice, in questa analisi serena e apparentemente lineare, cosa abbia indotto il presidente della Provincia ad accanirsi su Franco Rainone prima e su Francesco Di Falco dopo. Ad entrambi è stato revocato l’assessorato senza troppi preamboli. Perchè? Se non lo dice è perchè è evidentemente trascurabile ma, volendo considerare assodato ciò,  rileva uno sfaldamento grave, al di là del momentaneo assestamento della frana interna alla maggioranza consiliare. Cloridano Bellocchio coglie, inoltre, una “riscontrata abilità mediatica” che tradotto in bassomolisano potrebbe voler dire che la stampa molisana ha acceso i fari soltanto su Nicola D’Ascanio e sulle sue tesi. Non è lecito nè richiesto che PrimaPaginaMolise risponda a nome degli altri quotidiani, ma da qui abbiamo ascoltato prima di tutti e su tutti Costantino Manes Gravina che ha esposto le ragioni dei firmatari della sfiducia al Presidente con assoluta autorevolezza. L’attenzione della stampa per la crisi regionale non è dipesa tanto da una presunta (se pur possibile) “abilità” di qualcuno ma da un interesse oggettivo. L’immagine metaforica che i giornalisti hanno ricevuto è di un carro tirato da parti opposte da due buoi; i quali, più che di trainarlo danno l’impressione, ciascuno dalla propria direzione, di volersi sbrigliare. Forse per questo, in assenza di elementi concreti da sviscerare, si sono farcite le pagine di commenti, di sensazioni, di considerazioni più intuitive che oggettive. Ha assolutamente ragione, Cloridano Bellocchio, quando parla di nebbie, di fumosità  e l’evoluzione, quasi aberrante, che ha risolto il primo round della crisi ha finito per rendere questi uguali a quelli e tutti irriconoscibili, come una foto che sbiadisce velocemente sotto la pioggia. Il PD molisano non ha fatto in tempo a nascere che è già usurato dal tempo e dalla incomunicabilità:”Un partito normale saprebbe cosa fare.”

Un partito normale dovrebbe sapere cosa ‘non’ fare e, in ogni caso, uno che di “cose normali” se ne intende, Massimo D’Alema, nel 1994 disse: “Il compito della mia generazione è portare la sinistra italiana al governo del paese. Altre generazioni hanno fatto cose fondamentali: hanno riconosciuto la democrazia, hanno rinnovato il paese. Ora, per noi, il problema è il governo: vogliamo essere messi alla prova.” Era il 1° luglio 1994, ed era stato appena eletto il segretario del Pds. La prova, forse, non è stata ancora superata e il PD è stato rimandato a Settembre.

 caterina sottile

16-08-2008, 18:34 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Varra, Polifemo, Ulisse e Nicola Re di Girgenti

 Gianfry Vitagliano affronta il PdL come Monica Vitti ne “La ragazza con la pistola”, straordinario film di Mario Monicelli, e Mazzuto Luigi, come quel Macaluso Vicenzo intepretato da Carlo Giuffrè, gli replica: “Attento alle insolazioni”. Più o meno.

 

In assenza di Iorio, che forse direbbe: “Datevi una regolata”, (e questa volta non sarebbe a sproposito) tutti dicono tutto. Una caciara! Giovanni Varra scrive, rivolgendosi a Di Giacomo: “Nel 2005 su scala infinitamente più ampia Camillo Di Pasquale, anticipando di tre anni Remo Grande, salvò il Presidente Iorio da una vera mozione di sfiducia, con comprovata ricompensa. Per non dimenticare i vari Arco, Cancellario, Porfido, Cocco, Cafaro, Colagiovanni tutti piccoli grandi “vitellini” che a botte di consulenze, assessorati, ed incarichi di ogni genere hanno omaggiato la corte celeste di Michele Iorio. Il Sen. Di Giacomo era distratto, non avendo registrato nessuna dichiarazione, della “comproprietà” del consigliere regionale Vincenzo Niro (UDEUR) tra centrosinistra e centrodestra e, l’approdo dal PD al PDL del consigliere regionale Massimiliano Scarabeo con prelazione di “riscatto”. Lo stesso Sen. Di Giacomo aveva gli occhi chiusi quando qualche giorno prima delle elezioni di aprile i consiglieri comunali di centrosinistra Di Giorgio, Fabbricatore, Tramontano, Pascale e D’Abate entrano nel “recinto” del “bovino”, ormai adulto, Michele Iorio. Visto che il Senatore della PDL si occupa ultimamente della Provincia di Campobasso, fatto già di per sé eccezionale, non gli sarà sfuggito che pochi giorni prima delle politiche 2008, il consigliere provinciale, nonché Sindaco di Ripabottoni, Michele Frenza, lascia il centrosinistra per il centrodestra, forse pensando di occuparsi di post sisma?Che dire del “vitellino d’oro” Nicola Cavaliere che sta cercando il giusto “tratturo” che porta nel grande recinto di Michele Iorio? …Ulisse Di Giacomo non deve dimenticare che oggi ricopre il ruolo di Senatore del Molise, grazie proprio al “mercato delle vacche” che oggi lui condanna. Stesso “mercato delle vacche” che qualche mese fa ha visto esponenti di spicco del Senato della Repubblica quali Lamberto Dini e Sergio De Gregorio che dal centrosinistra (il primo appartenente al PD l’altro all’Italia dei Valori), passarono al centrodestra con la ricompensa di poltrone comode e onerose, con la conseguenza della caduta definitiva del Governo guidato da Romano Prodi. Si dimetterà per coerenza? E’ probabile. Il più grande nemico del “mercato delle vacche” è quello che si è svolto in questi giorni proprio alla Provincia di Campobasso. E non riguarda certamente il consigliere Remo Grande. No, riguarda proprio chi oggi si riempie la bocca di parole come “etica” ed “inciuci”. Il Coordinatore regionale della PDL Ulisse Di Giacomo e la segretaria regionale del PD Annamaria Macchiarola, che firmando (la seconda) e facendo firmare (il primo) la mozione di sfiducia al Presidente D’Ascanio, che di etico e politico non aveva proprio nulla, hanno creato uno straordinario precedente nella storia delle istituzioni del nostro Paese che rimarrà sicuramente uno dei momenti più tristi e più oscuri della politica nazionale. Tutto questo è il massimo dell’etica politica istituzionale!”

 

Scherza persino sul nome di Di Giacomo: “Uomo quale è il tuo nome?” ULISSE rispose ad alta voce: “Nessuno!”

 

Varra ha scelto una citazione alquanto azzeccata (direbbe Tonino). A proposito di Ulissi, il Presidente della Provincia di Campobasso sembra voler replicare le gesta di quell’Ulisse più grande e più fiero che viaggiò in lungo e in largo, partendo da Itaca. In una sua Odissea personale, pare che Nicolino D’Ascanio stia navigando ovunque e comunque, da Monongah all’Oriente, dal Manzanarre al Reno, con tutto l’armamentario appresso: cavalli di Troia e bagagli vari. Il viaggio del re di Itaca durò vent’anni, pagato da lui medesimo, grazie al suo formidabile ingegno. I viaggi di Nicolino D’Ascanio li paga l’assessorato alla Cultura della Provincia di Campobasso.  E quando incontrerà Polifemo alla domanda: “Uomo, qual’è il tuo nome?” potrebbe rispondere: “Sono il re di Girgenti!”

Alberto il Cavallaro

18-08-2008, 2:11 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Metti che un assessore…

L’Informazione è sempre un tema scottante. La temperatura sale ulteriormente se parliamo di rapporto fra Politica e Informazione. Diventa rovente se a porre la questione sono i lettori, senza se, senza ma e senza pomate contro le scottature.

 I lettori sono particolarmente attenti e ci pongono domande che in realtà sono martelli, belli e buoni, con cui ci inchiodano alle nostre responsabilità. Immaginiamo una bella giornata di sole: l’aria tersa ma caldissima. Al centro di una piazza molisana, il ristoro delle ombre di grandi platani possenti. I “lettori” ci accolgono sorridendo: per una volta, i ruoli di invertono e le interviste le fanno loro. Hanno convocato ad un pranzo a sorpresa i personaggi simbolici del potere visibile del Molise: politici e giornalisti. Un pranzo senza rete come quel vecchio dramma di Edward Albee: “Chi ha paura di Virginia Woolf?” Ridendo e scherzando, ma senza vie di fuga, ci sottoporranno ad una seduta psicogiornalistica.

 Siamo un gruppetto simpatico: il direttore di un giornale importante, uno dei più letti e più temuti, un politico di quelli seri, che fiutano il pericolo in anticipo ma non te ne accorgi, un cronista d’assalto, particolarmente cinico, e due giovani apprendisti stregoni della stampa regionale.  Accettiamo, con qualche brivido. A parte, che come diceva Totò: “E che sò Paquale io?” Di giornalisti veri, quelli di esperienza e di talento, ce n’è uno solo. Un altro è talentuoso assai ma meno “vecchia volpe” del capo branco. Gli altri due possono sempre dire di non essere “Pasquale”. Dunque, riepilogando: c’é la Politica, i giornalisti, i quotidiani d’esperienza e quelli giovani e forti,  e ci sono i lettori; tutto quello che serve per aprire un bel dibattito.

 Però, i suddetti lettori-ospitanti, sono belli e simpatici. Ma proprio belli come certi attori del cinema: brillanti, accoglienti, ci conducono lungo le stradine fatate di un borgo medioevale, fino alla torre di un castello. Una delizia! La tavola imbandita sembra la mensa del re: leccornìe oltre ogni ragionevole dubbio, mozzarelle succose e salumi odorosi, pane fragrante di Molise buono e prelibatezze vegetariane per le signorine a dieta. E chi la dieta non l’ha mai fatta per scelta religiosa, carne alla brace e salsiccia. Quasi quasi, ci illudiamo di poterci rilassare proprio: siamo tra amici, non c’è dubbio. La trappola è servita con contorno di asparagi e funghi!

 I lettori-ospitanti sorridono, ci mettono a nostro agio e sono anche spiritosissimi. Danno del “tu” al potere vero ma non se ne compiacciono. Ci raccontano degli anni all’Università, degli amici d’infanzia e citano nomi pesanti come la salsiccia arrosto ma con assoluta tranquillità. Li guardiamo e pensiamo a Mina e Celentano che cantano: “Siamo la coppia più bella del mondo e ci dispiace per gli altri, che sono tristi perchè non sanno più cos’è l’amor!”

 Comiciamo a sentire qualche formicolìo alle dita, lo stesso di quando sappiamo che è in arrivo una notizia fragorosa come un temporale. I lettori, canaglie dal sorriso disarmante, protraggono la piacevole sofferenza: gelato, caffè, “ce l’hai le sigarette? Prendi pure le mie! Ma figurati, prego, dai, assaggia anche questo..” E via via, tra battute geniali e la sensazione di essere finiti tra bella gente sveglia, ci troviamo proprio davanti alla gabbia dei leoni. Loro i leoni, e noi dentro la gabbia. Una volta tanto, i lettori ci costringono ad ascoltarli. Fra le ombre solenni di quelle mura trecentesche, ci verrebbe da batterci il petto e dichiararci prigionieri gastronomici. Ma siamo lì per rispondere non per chiedere, messi sullo stesso piano dei politici, in gabbia insieme a noi.

 E dopo il caffè, arriva l’ammazzacaffè, nel senso di: “Ammazza, che caffè!” In famiglia c’è anche un cane strepitoso, più intelligente persino di noi elettori molisani; tu ti siedi di fronte, chiudi i pugni e gli chiedi: “Dov’è la fregatura?” E lui ti batte la zampa su una mano, quella che ritiene meno affidabile dell’altra. Uno spasso! Ed ecco che arriva la doccia fredda: i lettori ci chiedono perchè i giornalisti non parlano mai di certe vicende e perchè i politici fingono di non sapere che i lettori non sono fessi, quasi mai.

 

Pongono un tema, per così dire, libero: “Mettiamo che un tale assessore, in vista del rimpasto di Giunta, prima di cedere l’assessorato voglia creare una bella Fondazione per la promozione della cultura e dello spettacolo: panem et circenses. È cosa nota che il popolo ha fame di brioches. Facciamo l’esempio di una Fondazione culturale solo per caso, tanto per usare un argomento molto “divulgativo”. Soltanto, per questa Fondazione mettiamo abbia pensato di fissarsi uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno che divisi per 12 mesi fanno circa 11.000 euro.

 Praticamente, l’assessore, siccome è ipoteticamente esterno, pretende la trasferta. Mettiamo, solo per ipotesi, che rinunci all’assessorato in cambio dello stipendio di assessore. 11.000 euro, a fare due conti, anche se noi non siamo archi di scienza, equivalgono più o meno a 11 stipendi da operaio, 15 stipendi di collaboratori, segretari, 15 contratti di praticantato, chessò. Euro in più euro in meno, in un mese, un solo assessore, per cedere l’assessorato ad un altro consigliere, ingoierebbe il reddito di 15 famiglie, di 15 giovani laureati o padri di famiglia, o, ancora, 22 assegni di assistenza per malati terminali, invalidi, anziani non autosufficienti ecc.ecc. Con 11.000 euro al mese si potrebbe anche avere un’ambulanza in ogni paese del Molise, con una unità di pronto soccorso attrezzata con tutti i crismi.

 E a voler fare le cose in grande, ma con buon senso, si potrebbe pensare ad un bell’elicottero, diciamo ad ogni 50 kilometri di distanza: c’è bisogno di arrivare a San Giovanni Rotondo? A Pescara? A Campobasso? A Larino? A Termoli? A Pozzilli? A Chieti? Arriva l’elicottero ovunque, con la pioggia o con il sole”. I giornalisti si guardano stupiti: “Certo, sono idee un po’ strambe, da megalomani. Un elicottero, l’ambulanza, il pronto soccorso in ogni paesello..queste cose costano!” E qui i lettori scoppiano a ridere: “Ahhh..certo. Non si può mica tagliare lo stipendio di un assessore che non è più assessore! Meglio tagliare un pronto soccorso! Ecco perchè qualche giorno fa è arrivata una parlamentare e tutti le urlavano di dimettersi. Voi, tutti voi, avete perso il senno, ragazzi miei. Non avete più il senso della realtà. Anzi, diciamo che non avete il senso della decenza!”

 Il cane scondizola allegro e ci mette un po’ in imbarazzo, non sappiamo perchè, quasi ci evocasse qualcosa di tremendo. “Dov’è la fregatura?”

 Lui lo sa benissimo ma non può dirlo. Noi si!

 Caterina Sottile

 

19-08-2008, 14:47 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

D’Ascanio pronto a ripartire, forse

Provincia di Campobasso: Borgia, D’Angelo, Fratipietro, Montanaro. Nagni, Norante sono, in ordine alfabetico, i componenti della nuova Giunta. Ritirate le dimissioni, il Presidente Nicola D’Ascanio ha annunciato stamattina l’esecutivo. Non ancora assegnate le deleghe. Gianna Picciano conferma il suo ruolo di collaborazione con la Maggioranza, se pur esterno. Remo Grande, salvo ulteriori complicazioni, dovrebbe diventare Presidente del Consiglio della Provincia. Da Rifondazione, Perugini e Di Renzo restano con il Presidente.

 La segreteria regionale del PD replica con un comunicato inequivocabile:  “La segreteria regionale del Partito Democratico del Molise esprime sdegno e disappunto per quanto accaduto alla provincia di Campobasso. Ribadisce la propria contrarietà a maggioranze trasversali e ad una giunta che, di fatto, non rappresenta più il partito stesso. Aver frantumato la coalizione uscita vincente dalle urne è un atto di irresponsabilità grave ed inaudito, soprattutto perché il presidente D’Ascanio ha dato delle istituzioni l’immagine di un luogo di scambio e di compravendita. Ci “rallegriamo” che il sig. Remo Grande, che D’Ascanio stesso ha combattuto in campagna elettorale, dopo essere stato tra i principali artefici della trasparente gestione dei fondi per la ricostruzione post sisma, oggi, sia parte integrante di questa maggioranza, soprattutto grazie all’intervento di Antonio di Pietro, il quale si è fatto garante dell’operazione. Per far spazio a Remo Grande ed a Giovanna Picciano restano fuori dalla giunta i primi eletti nelle liste degli allora DS e Margherita, senza che una giustificazione vera sia stata fornita dal presidente. Usare le persone come carta straccia, vedi il trattamento riservato a Di Falco, a Lopriore e Cristofaro, ledendone gravemente il profilo umano e la dignità personale, non appartiene al codice comportamentale e culturale del partito democratico. Tra l’altro oggi è stato possibile ciò che ieri non era: vale a dire il varo di una giunta a sei con una rappresentanza del PD a tre componenti. Ricordiamo che la mediazione raggiunta dai vertici nazionali del partito prevedeva tale ipotesi con la presenza tra gli assessori PD di un esponente della società civile ed ovviamente con la presenza in giunta anche dell’Udeur, restando, quindi, nell’alveo del centro-sinistra. D’Ascanio e Di Pietro hanno preferito, però, aprire ad una parte del centro-destra. E’ evidente, ormai, che il disegno politico che il Presidente persegue in regione è un altro: quello di rendere subalterno il Partito Democratico all’Italia dei Valori. Pertanto nelle prossime ore saranno convocati gli organismi dirigenti per assumere le decisioni consequenziali”.

caterina Sottile

 

20-08-2008, 2:44 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Ulisse Di Giacomo e i sofismi della Democrazia

D’Ascanio il Grande

”Ritiro le dimissioni, perche’ io faccio il contrario di quello che dice Ulisse di Giacomo”. Che grande stratega d’Ascanio. E che progettualita’ politica nelle sue parole. D’Ascanio e’ stato capace di trasformare una granitica maggioranza politica alla Provincia di Campobasso in uno striminzito e variopinto assemblaggio di 13 consiglieri, due dei quali transufughi del centro destra, entrambi espulsi dai rispettivi partiti di appartenenza, saliti sul barcone dei disperati per motivi non propriamente di carattere ideologico. Abbandonato dai partiti del centosinistra e ripudiato dalla dirigenza nazionale e regionale del Pd, D’Ascanio e’ ormai un uomo solo e senza prospettive. Pensa davvero di continuare ad amministrare la Provincia di Campobasso per il tempo che resta delle legislatura con questa specie di maggioranza? Veramente e’ convinto di rimanere in piedi promettendo invano posti e poltrone a chiunque pensi di tradire il proprio mandato elettorale? E davvero crede che sia quello che i cittadini della provincia di Campobasso chiedono ad una classe politica che si consideri tale? D’Ascanio scenda dal piedistallo e abbandoni il suo immotivato trionfalismo. Si fermi solo per un attimo alla sua difficilissima posizione politica (e a quella dei suoi sventurati compagni di viaggio) e si accorgera’ che c’e’ davvero poco da stare allegri. La sua strategia si e’ rivelata una questione di puro carattere personale, senza respiro politico, di basso interesse di potere. E aspettiamo che i puri e duri dello schieramento di sinistra (dipietristi, rifondaroli e comunisti italiani), sempre pronti a dare lezioni di morale e coerenza politica agli altri, facciano sapere il loro pensiero sul ribaltone a loro propinato da D’Ascanio.

Isernia, 19 agosto 2008

Sen. Ulisse di Giacomo

Coord. Reg. Forza Italia

 

Il Senatore della Repubblica Ulisse Di Giacomo replica a Nicola D’Ascanio che lo ha espressamente citato nella conferenza stampa del 19 Agosto. Una nota austera che ha toni di vaga fierezza. Una bella lezione di realismo politico, a parte gli accenti: perche’, progettualita’, e’. Non sappiamo perchè chi scrive non preferisca usare i tasti delle lettere accentate, in fondo più comodi; ma a parte questa sorta di eccesso di zelo ortografico, il contenuto induce ad una riflessione seria.

 

Il senatore Di Giacomo si augurava ovviamente che D’Ascanio capitolasse e si tornasse alle elezioni. Ma certo è che volendo evitare proprio questo, D’Ascanio non aveva altra scelta. Hanno ragione entrambi, ciascuno dal suo punto di vista. Il problema, enorme, è che la politica delle “mandrie” non ha più candidati da spendere, statisti, uomini di Stato  ma solo comparse da spostare a seconda dell’inquadratura della scena che devono sopravvivere ai cambi repentini di coreografia. Nessun presidente, provinciale o regionale  può permettersi di essere davvero all’altezza del ruolo.

 

La Democrazia aperta a quelle che il direttore di Nuovo Molise chiama “seconde file” riduce il potere degli amministratori ma, soprattutto, ne  ne svilisce la rappresentatività. L’immagine di un politico si costruisce solo sulla scena e quando le luci si oscurano non esiste più. I democristiani che sono stati in Parlamento, in “prima fila”, per quarant’anni, hanno edificato, come una cattedrale, un potere così solido da non essere suscettibile della presenza fisica. Oggi, soprattutto nelle amministrazioni periferiche, non è più pensabile che un amministratore abbia la possibilità di incidere positivamente sul territorio a lunghissimo termine;  “l’eternità” è un concetto che vale però per il danno. La fragilità dei ruoli determina la disaffezione, il pressapochismo: “finchè ci sono e pur di esserci”. Paradossalmente, con questi presupposti non si migliora una regione ma si possono provocare danni enormi a lungo termine. Le scelte estemporane si compiono con la consapevolezza che la propria faccia non ci sarà quando arriveranno i giudizi per ciò che si è fatto.

 

Immaginate quanto questo possa essere pericoloso e quanto possa alleggerire la responsabilità rispetto a scelte che riguardano l’ambiente, la salute, l’acqua. Senza la continuità necessaria, manca la progettualità e l’opportunità materiale di pensare oltre, di lasciare tracce che sopravvivano alla propria presenza. A sinistra, D’Ascanio è l’ultimo esponente, suo malgrado, di un mondo politico organizzato per essere “classe dirigente”.

 

Lo è, indipendentemente dalle sue capacità, perchè ha conosciuto una scuola politica che dopo di lui si è sgretolata. Quel famoso complesso di Kronos di cui la sinistra è storicamente affetta ha creato attorno solo vuoti e Nicola D’Ascanio può rivendicare la responsabilità di dover difendere un elettorato che lo aveva scelto per fare il presidente della Provincia di Campobasso. Certo, vale senza dubbio anche per Francesco Di Falco. Ma Francesco, mi si consenta di chiamarlo per nome, ha tentato una battaglia di numeri che non è concretamente praticabile: si poteva vincere o perdere solo “barando”.

 

Se la mozione di sfiducia avesse avuto i voti per essere discussa, sarebbero stati anche quelli della minoranza. Si poteva far cadere la Maggioranza con il voto di Remo Grande e invece D’Ascanio l’ha preservata strappando una pedina all’opposizione. Scelta indegna? Come si esce da questo guado, che da qualunque angolatura lo si guardi è discutibile?

 

Avremmo tanto voluto che il Presidente rimettesse il mandato senza ulteriori discussioni, per constatata incompatibilità con il suo disegno politico. Ma, allo stesso modo, ci sarebbe piaciuto che la minoranza, compatta, dichiarasse di non voler spalleggiare in alcun modo la battaglia interna al PD.  Volendo essere spiritosi, potremmo citare Winston Churchill: “La democrazia funziona quando a decidere sono in due. E uno è malato”.  Per essere seri chiediamo aiuto a Indro Montanelli: “Povera Democrazia Cristiana. In tutti questi anni ha fatto l’impossibile per dimostrarci che gli unici amministratori seri, rigorosi, parsimoniosi, sono i comunisti. Ed è riuscita ad avere torto anche in questo”.

 

caterina sottile

20-08-2008, 11:52 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Cosa è successo realmente alla Provincia di Campobasso

E’ giunto ora il momento di cercare di tirare qualche conclusione. 

 In un primo momento sono stato tentato di non aggiungere nulla a quanto scritto nell’articolo “Guelfi bianchi e guelfi neri”, che non a caso ripubblichiamo, anche se risalente ad oltre un mese fa. Poi, però, nell’ottica di fornire ai nostri attenti lettori elementi per un giudizio che possa bypassare la nebbia mediatica che i vari attori della vicenda hanno, volutamente o meno, costruito, ho deciso di scrivere qualche altra annotazione, che qui di seguito propongo. In primo luogo viene confermata in pieno quello che da ques

 te colonne abbiamo definito lo scenario somalo. La politica molisana, non avendo più alcun aggancio ideologico, ideale o anche solo organizzativo, è ormai terreno di scontro tra diversi signori della guerra, politici di professione che aggrumano intorno a sé bande di altri professionisti o aspiranti tali della politica, interessati unicamente alla spartizione delle risorse economiche derivanti dalla spesa pubblica e dalla gestione del consenso necessario per superare le diverse consultazioni elettorali di volta in volta previste. Ma se può essere chiaro perché i veri signori della guerra si sono ferocemente disputati, con tanto di morti e feriti, il porto di Mogadiscio, centro di ogni possibile traffico e di ogni possibile ricchezza in quella martoriata terra, non è molto chiaro al nostro lettore perché tanto accanimento sia stato speso per la provincia di Campobasso.

 Per un attimo noi stessi ci eravamo perfino illusi che si trattasse di una mera lotta di potere, in cui alla vittoria di uno seguiva la sconfitta totale dell’altro. In uno scenario somalo era, questo, un piccolo passo in avanti. Così, invece, non è stato. Dobbiamo allora capire quale è la reale posta in palio di questa storia estiva. La verità è che la Provincia è un ente rilevante, che dispone di  flussi economici importanti.

 Nel passato ha ricevuto, in seguito a riforme succedutesi nel tempo, diverse attribuzioni, alcune delle quali molto significative.

 La Provincia, ad esempio, gestisce il Centro provinciale per l’impiego, dove sono stati trasferiti ben trecento unità lavorative, oltre a numerosi contrattisti, co.co.co, lavoratori a tempo determinato eccetera. Per questo snodo passano flussi economici importanti, come quelli per la formazione e per le relative attività corsuali. Tutta spesa pubblica che il politico  può muovere con un certo grado di discrezionalità, sia nei confronti della struttura interna (promozioni, nomine dirigenziali, concorsi, assunzioni di collaboratori) sia in quelle esterne ( gestione dei corsi di formazione con nomine di docenti, coordinatori, supervisori, consulenti eccetera eccetera per centinaia di migliaia di euro).

 Ma le attribuzioni importanti dell’ente Provincia non finiscono qui. La provincia oltre alle risorse proprie gestisce anche flussi importanti per progetti speciali, progetti europei, accordi di programma. Sono tutte somme che portano ad appalti significativi, come ad esempio i prossimi investimenti sul lago di Guardialfiera potranno testimoniare.

 Un altro esempio? La nuova sede della provincia,quella sulla quale, alla nostra richiesta di informazioni, l’amministrazione oppose, e tuttora ha opposto, un “niet” secco e duro. (Noi le carte, però, le abbiamo e fra qualche settimana passeremo ai raggi x l’appalto da circa 3 milioni di euro). Un altro settore di spesa discrezionale importante, non a caso sinora scrupolosamente custodito dal presidente D’Ascanio, è quello della promozione culturale. Un settore strategico, come gran parte delle amministrazioni locali hanno capito negli ultimi anni, perché ha pochi vincoli di legge e la discrezionalità della spesa è quasi totale.

 La provincia di Campobasso in questi anni è stata attivissima e l’esempio ne è l’ultimo piano della comunicazione. Presidiare uno snodo di spesa pubblica di questo genere è strategico, perché permette al politico di gestire i fondi pubblici praticamente a suo piacimento. Infine la Provincia a quanto sinora elencato, e solo a titolo esemplificativo e non certo esaustivo, aggiunge le indennità di carica dei singoli politici, i rimborsi, i numerosi fringe benefits e il potere sui tanti dipendenti in forza all’ente.

 Si tratta quindi di un piatto ricco, che sollecita, come abbiamo visto, appetiti forti e robusti. Se ci si ferma ad una analisi di tipo politico tradizionale neanche un assuntore abituale di Lsd, magari in crisi di astinenza, avrebbe mai potuto immaginare esiti simili.

 Ma si tratta di un livello che, in una Somalia politica, non funziona più. Se si scende, invece, al livello strutturale, quello dei soldi e dell’economia, tutto diventa più chiaro e più semplice.

 E i comportamenti di Remo Grande (nomen omen?), di Anna Picciano, ma anche di Macchiarola, di D’Ascanio e di tutte le contrapposte consorterie, diventano, magicamente e straordinariamente, chiari.

20-08-2008, 13:41 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Tagli alla spesa pubblica e federalismo fiscale: il Molise è pronto?

Manovra Finanziaria: piano triennale da 34,8 miliardi.

Finite le vacanze, ora bisognerà cominciare a discutere di Federalismo. Con la legge Finanziaria 2008 non è più prorogabile una pianificazione federalista delle risorse e della spesa. Il Molise potrebbe non essere pronto a “pensare a se stesso” razionalizzando fino all’ultimo spicciolo il flusso fiscale.

 Dopo il via libera di Palazzo Chigi alla manovra triennale (per il periodo 2009-2011) che avrà un costo di 34,8 miliardi, previsti tagli alla spesa pubblica e più tasse per Banche, petrolieri e assicurazioni. Il punto dolente del Molise resta la pubblica Amministrazione e direttamente collegata ad essa, la Sanità. Ma si avvertirà anche la carenza delle risorse alle Forze dell’Ordine. Toccherà agli amministratori locali prendere atto di questo cambiamento radicale e cominciare a pensare in un’ottica di federalismo. Abolita l’Imposta comunale per la prima casa (ICI) ora partiremo alla ricerca della tassa di compensazione, per quell’anomalia tutta italiana che quando togli da una parte per risparmiare sprechi dall’altra. Il controllo della spesa sarà, sempre di più, un problema degli Enti locali ma quando la spesa riguarda la Sanità, il Molise, è più che prevedibile, avrà grandi problemi da risolvere. Come si governa il percorso di contenimento della spesa sanitaria? Le misure del Governo contenute nel decreto legge 112 del 25 giugno 2008 partono proprio da questa domanda e cercano di definire risparmi rispetto ai tendenziali di spesa sanitaria dei prossimi anni che il DPEF 2009-2013 fissa in  in 3 miliardi a partire dal 2010. L’accordo stipulato prima del 31 luglio condizionerà le integrazioni rispetto al 2009 (1.262 miliardi nel 2010 e 3.582 nel 2011).

 

Al di là dell’orientamento politico della manovra, che per alcuni precede lo smantellamento definitivo del servizio pubblico e per altri è solo un necessario intervento d’urgenza ad uno Stato gravemente malato, bisognerà porsi il problema degli enti locali. Il Molise quante possibilità reali ha di produrre reddito autonomamente, visto che non l’ha fatto fino ad oggi?

 Uno schema semplificato delle principali novità può essere riassunto nel modo che segue:

 TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA

La manovra prevede tagli alla spesa pubblica, soprattutto a carico dei ministeri a cui mancherà il 25% della loro spesa. I tagli riguarderanno le regioni, i comuni e gli enti locali. La spesa sanitaria sarà ridotta con conseguente possibile reintroduzione del ticket.

 

MISTER PREZZI: Istituito una sorta di “mister prezzi” che avrà il compito di sorvegliare prezzi e tariffe, e riferire al minsitero dello Sviluppo economico su evenutali anomalie. Il ministero potra’ a sua volta segnalare le anomalie all’Antitrust.

 

PRESCRIZIONE MULTE: Ridotti i tempi di prescrizione delle multe automobilistiche. Le societa’esattrici non potranno inviare cartelle esattoriali per contravvenzioni più vecchie di due anni (attualmente la prescrizione è di cinque anni).

 

LAVORO, PENSIONI E PIANO CASA

Viene abolito il divieto di cumulo tra reddito da lavoro e pensione. Resterebbero escluse solo le prestazioni previdenziali gestite da enti di diritto privato. Per quanto riguarda i contratti di lavoro a termine, si prevedono delle modifiche alla legge di attuazione del Protocollo sul welfare. Quanto al piano casa, si prevedono aiuti per l’acquisto della prima casa alle famiglie con basso reddito, alle giovani coppie, agli anziani, agli studenti fuori sede e agli immigrati regolari.

 

TRIBUNALI

Non più ferie dal 1 agosto al 15 settembre. I Tribunali dovranno rimettersi al lavoro già a partire dal primo settembre. La manovra promette anche una consistente semplificazione normativa e l’avvio del processo telematico.

 

LOTTA ALL’ASSENTEISMO

I dipendenti pubblici che presentano certificati medici falsi o che lasciano gli uffici dopo aver timbrato il cartellino subiranno una detrazione in busta paga e potranno essere licenziati al termine del procedimento disciplinare oltre che accusati per truffa.

 

Ed ecco due cose che potrebbero interessarci molto da vicino: IMPIEGO AL SUD, ENERGIA NUCLEARE e MANAGER PUBBLICI

Entro il corrente anno saranno indicati i criteri e le località per la istallazione delle nuove centrali nucleari.

 

Gli stipendi dei manager pubblici subiranno un taglio del 25%. Contestualmente si prevede un taglio al numero dei consiglieri di amministrazione delle società non quotate e direttamente o indirettamente controllate dallo Stato. Fissato un tetto massimo degli stipendi dei manager della P.A: non potrà essere superiore a quello del primo presidente della Corte di cassazione (274mila euro).

 In compenso, si tenta uno snellimento delle procedure per la creazione d’impresa con la possibilità di aprire  un’impresa in un solo giorno attraverso un processo di semplificazione delle pratiche burocratiche. Si cerca inoltre di favorire l’ìmpiego al Sud attraverso il credito di imposta. Sara’ di 333 euro per gli uomini e di 416 euro per le donne. Il beneficio sara’ concesso ai datori di lavoro delle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo e Molise che incrementeranno il numero dei lavoratori nel prossimo anno.

 ROBIN HOOD TAX

La manovra introduce un’imposta a carico delle società petrolifere e servirà ad aiutare gli anziani e le fasce deboli ad arrivare alla fine del mese. Si pensa ad una carta prepagata con cui comprare prodotti alimentare e ottenere uno sconto sulla bollette. La tassa riguarderà in particolare le valutazioni di scorte di magazzino, ossia di quei prodotti che sono stati acquistati quando il prezzo del petrolio era inferiore a quello attuale. Anche l’ires per le società petrolifere salirà dal 27 al 33%.

 

Una delle novità della legge finanziaria è “fare impresa in un giorno”. Quali sono i tempi di sopravvivenza delle nuove imprese nate in Molise? Le piccole imprese, quelle individuali e sorte grazie al finanziamento pubblico a favore dei giovani disoccupati hanno una sopravvivenza media di due anni, giusto il tempo di cominciare a pagare le tasse a pieno regime. Ed è da qui che bisognerà cominciare a ragionare di federalismo e di sviluppo reale.

 caterina sottile

20-08-2008, 20:52 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Dolcetto o scherzetto? E ora anche per l’IdV è la festa di Halloween

La nuova maggioranza di Nicola D’Ascanio è un vulcano in eruzione. Arriva un documento sottoscritto da Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Partito Democratico, Italia dei Valori, Udeur con cui i Segretari regionali della Coalizione di centro-Sinistra, uscita vincente dalle elezioni provinciali del 2006 disconoscono la nuova Giunta Provinciale di Campobasso e la nuova maggioranza presentata dal presidente D’Ascanio nella conferenza stampa del 19 Agosto.

 

“Quella che è stata definita ‘soluzione istituzionale’ della crisi è, in realtà, una soluzione “autonoma” adottata senza consultare, né coinvolgere le forze politiche che hanno promosso e determinato l’elezione del Presidente della Provincia. Pertanto i partiti della coalizione invitano il Presidente ad un confronto che porti ad una soluzione condivisa della crisi, nel rispetto della volontà popolare ed in un quadro di chiarezza politica che riporti la discussione all’interno della coalizione vittoriosa nel 2006″.

 

La battaglia interna al PD si allarga anche in casa Di Pietro, visto che mentre il salto di Remo Grande è stato benedetto da Tonino in persona, la dirigenza regionale dichiara di “non riconoscere come propria” la nuova Maggioranza. “Apprendo dal notiziario regionale del Molise di un documento sottoscritto anche dall’Italia dei Valori riguardante la vicenda della crisi alla provincia di Campobasso. Siccome la posizione sostenuta dai consiglieri provinciali dell’ IdV di Campobasso all’interno delle istituzioni è di intesa con il partito nazionale, di mantenimento del sostegno alla giunta D’Ascanio, diventa necessario un chiarimento nell’Italia dei Valori de Molise. È per questo che chiederò alla segreteria regionale dell’ IdV di convocare, entro fine settimana, la riunione del coordinamento molisano tesa a verificare la linea politica complessiva”. Scrive così Nello Formisano, responsabile nazionale Enti locali del partito di Di Pietro. Una specie di festa di Halloween in cui nessuno è ciò che sembra.

 

Prende le distanze Rifondazione e persino la segreteria dell’UDEUR. Più che una divisione politica fra partiti comincia a delinearsi lo scollamento fra chi è in Consiglio provinciale e i partiti di riferimento. Se si tratti soltanto di una schermaglia apparente, funzionale alle trattative interne, o se manchi davvero la volontà di mantenere in piedi la Provincia lo vedremo a breve. La politica dei  personalismi contro la politica delle  “personalità autorevoli”, espressione diretta dei partiti comincia a mostrare tutta la sua paradossale inconsistenza. Ciò che resterà di questo big bang ci procura un piccolo brivido.

caterina sottile

 

29-08-2008, 15:26 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Il PD molisano, laboratorio di genetica

 Il Molise è uno straordinario laboratorio analisi in cui è possibile sperimentare innesti, nuove tecnologie genetiche e forme di vita inedite. Abbiamo osservato gli assestamenti, i cambi di rotta, sia nel centro destra che nel centro sinistra, sia in Regione che in Provincia e sembravano, almeno agli sguardi più distratti, faccende localistiche.

In questi giorni l’attenzione è tutta sul PD e sul suo rapporto difficile con Antonio Di Pietro. Ma non è un problema molisano: il quotidiano storico della sinistra progressista, l’Unità, fondato da Antonio Gramsci, ha avuto un cambio di vertici. Concita De Gregorio, magnifica scrittrice oltre che cronista di razza di Repubblica, ha assunto la direzione del quotidiano dalla “striscia rossa” , che oggi appartiene a Soru, governatore della Sardegna, al posto di Antonio Padellaro. A detta di Marco Travaglio, titolare di “Bananas”, una delle rubriche di satira politica più discusse e più seguite degli ultimi anni, pubblicata su l’Unità, l’avvicendamento non rigurada un problema di conti o di vendite. Si tratta di una scelta editoriale più profondamente politica.

Nel frattempo, su Repubblica si apprende che Lorenzo Fazio starebbe lavorando al progetto di un “settimanale di denuncia” che dovrebbe” riunire Di Pietro e i transfughi dell’Unità, gli ex direttori Colombo e Padellaro”. Fazio dice di averne parlato con Travaglio. Travaglio risponde di non saperne nulla ma è molto polemico sul cambio all’Unità. Cosa c’entra con il Molise? A colpo d’occhio c’è una evidente gara ai rigori tra PD e IdV e l’evoluzione sembra portare non tanto ad una rottura, banale e infruttuosa, quanto ad una sorta di dilatamento a sinistra.

Le ultime elezioni politiche hanno decimato i rappresentanti della sinistra estrema e gli elettori non hanno preferito ad essa il PD. I voti sono dunque andati fuori, altrove, a sostegno di una proposta radicalmente opposta. A Nord, ad esempio, hanno sostenuto palesemente la Lega. In Molise ha vinto Di Pietro e, se non nei numeri, ha intaccato anche il centro destra riconquistando un’immagine capace di fare tendenza, di rappresentare l’alternativa a chi lo ha preceduto. La forza di Di Pietro l’ha colta con grande anticipo proprio Giuseppe Astore collocandosi tempestivamente dall’altra parte della bilancia.

Ma ancora una volta nel PD si sono viste reazioni di autarchia e lo stesso Astore ha provocato per qualche attimo sentimenti di diffidenza, come rispetto ad un corpo estraneo che per quanto necessario implica il rischio di una crisi di rigetto. Il PD ha dunque gli stessi problemi di sempre, la stessa paura di novità e discute ancora solo di se stesso, come se all’esterno nulla potesse accadere. A guardare la scena da un’angolatura più larga si coglie bene che c’è in atto una manovra ampissima, che riguarda tutto il centro sinistra e da cui si delineerà il ruolo definitivo di Antonio Di Pietro.

Tra virate in mare aperto e “scuffie” di maggioranze, al timone del PD molisano è difficile ritrovare la rotta. Il fermo biologico della Provincia di Campobasso non aiuta a fare chiarezza. In molte cose, questioni di principio enormi, i firmatari della sfiducia a D’Ascanio hanno ragione. Ma come accade quasi sempre in politica, il risultato finale prevale sulla bontà o meno della strategia complessiva. Agli occhi della gente, la “povera gente”, i rimpasti di Giunta, le mozioni, le guerre per gli assessorati non hanno continuità tra causa ed effetto sulla realtà quotidiana. Non è così, perchè in verità, l’uso spregiudicato dei poteri amministrativi denota la qualità politica e quindi etica di un governo.

Ma quanta pazienza si può ancora chiedere ai discoccupati, ai pensionati che fino a l’altro ieri rappresentavano lo scrigno dei risparmi del Molise, la vera banca di questa regione ed oggi rischiano, ogni giorno, di essere al di sotto della soglia di povertà, molto al di sotto? Quanto è morale, quanto è efficace e quanto è elettoralmente utile discutere ancora, ad oltranza, come se il mondo non avesse altri problemi?
caterina sottile

11-09-2008, 1:45 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Michele Iorio: Cari amici vicini e lontani

 Una nuova storia, un nuovo dubbio, una nuova grana per Angelo Michele Iorio, Presidente della Regione Molise che la storia di questa regione l’ha plasmata sicuramente, nel bene e nel male.  Il Presidente ha impresso un segno profondo in Molise, come un contadino che semina un terreno fertile: non si può negare la sua capacità di coltivare il territorio con una gestione capillare del consenso ed un autarchismo prudente: chi lo ama la considera strategia del buon senso, chi lo avversa, senso della strategia, che non ha nulla di buono. Una scuola politica antica, ampiamente sperimentata, con cui ha scalato il potere vero e quindi, difficilmente controllabile. Michele Petraroia, l’instancabile sindacalista democratrico di sinistra, ora solleva un nuovo coperchio su un uomo che di coperchi non si cura quasi mai. 

Sulla onoreficenza ricevuta in Argentina nelle scorse settimane, Michele Petraroia dice: “L’importante riconoscimento della  pergamena d’honor della ciudad autonoma de BUENOS AIRES al Presidente della Regione Molise rappresenta motivo di orgoglio per tutti i nostri corregionali argentini, per l’intera comunità italiana di quel vasto paese del Sud America oltre che per la nostra piccola entità regionale. Trasmetto un sentito apprezzamento per tale evento che onora tutti i molisani e proprio per il rilievo di ciò che è accaduto sollecito un tempestivo chiarimento sul ruolo avuto dal Senatore Esteban CASELLI nella cerimonia in oggetto. Come può evincersi da un articolo de LA STAMPA del 14.3.08 e da lanci di agenzie, il Senatore Caselli è stato coinvolto in vicende poco chiare nel periodo della dittatura argentina, e l’ex-Ministro Domingo Cavallo mosse accuse pesanti a tale personaggio su fatti molto gravi. Probabilmente queste informazioni non sono in possesso del Presidente Iorio e del resto della delegazione molisana, altrimenti sono convinto che avrebbero preventivamente approfondito la questione o quanto meno preso le distanze. Ricordo per memoria gli orrori della dittatura militare argentina, la tragica sorte di decine di migliaia di desaparecidos e la morte di tanti italiani in quel periodo ( 1975 / 1985 ). Tra gli altri cito un sacerdote di Jelsi, Padre Giuseppe Tedeschi, assassinato il 2 febbraio 1976. Aveva 44 anni e pagò con vita la sua voglia di aiutare i poveri. Leggendo i trascorsi del Senatore Esteban Caselli, al di là delle sue responsabilità personali di qualsiasi tipo che spetta ad altri giudicare, permane un giudizio di opportunità politica che dovrebbe indurre la Regione Molise a chiarire e prendere le distanze”. Fin qui, Petraroia. 

In effetti, nell’articolo citato, Francesco La Licata, firma de La Stampa, disegna una cartina inquietante dei rapporti del potere che “il personaggio” Esteban Caselli, detto “il Vescovo” per via dei suoi rapporti molto particolari con il Vaticano e soprattutto con il Cardinal Sodano: Ambasciatore presso la Santa Sede per tre anni, durante il Governo di Menem, “il cacho”, altro evocativo soprannome di Esteban Juan Caselli, è vicino agli ambienti della finanza che passa dai Governi reazionari alla Santa Sede, sfiorando scandali di vendita di armi ed accuse, al momento non provate, di commistioni con la mafia, attraverso un altro personaggio niente male, Alfredo Yabram. Yabram è un nome che ricorre nelle indagini per l’omicidio di Josè Luis Cabezas,  fotografo del settimanale argentino Noticias. L’accusatore più duro fu l’ex Ministro argentino dell’Economia, Domingo Cavallo. L’ex Ministro, Padre dell’Argentina, lo accusa di essere coinvolto nel traffico illegale d’armi tra Argentina, Croazia ed Ecuador, in un traffico d’oro e nella rete di protezione dei colpevoli dell’attentato antiebraico alla Amia (Associazione di mutua assistenza israelo argentina) che provocò il 18 luglio 1994 a Buenos Aires circa ottanta morti e centinaia di feriti. Non un pettegolezzo, dunque, ma un affair complesso, supportato da nomi imponenti. Ma Caselli afferma di avere il documento in cui proprio il Ministro ritrattò. Nell’intervista concessa a La Licata, Esteban “Cacho” reagisce, accusando i giornali  di “comunismo”, tanto per mantenere la linea editoriale con Silvio Berlusconi. Il quale Silvio gli ha offerto la candidatura nel PDL per gli italiani all’estero. E’ nato nel ’42 a  Buenos Aires, eletto il 13 Aprile scorso, è membro della 10ª Commissione permanente (Industria, commercio,turismo) oltre che amministratore del San Matteo, fondazione vaticana presieduta da Renato Martino. Lo hanno tacciato di fascismo, accostandolo a Giuseppe Ciarrapico, per affinità cromatica, ma lui risponde proprio come farebbe Silvio: “Periodisti comunisti”! Si definisce uomo di destra ma non fascista, antiabortista, di sani principi cattolici. In realtà, il Senatore Esteban Caselli fu nominato ambasciatore presso la Santa Sede malgrado l’assoluta contrarietà della Chiesa argentina. Il Gentiluomo Caselli, Cavaliere dell’Ordine di Malta, è  uno che in quegli ambienti può muoversi con grande confidenza. E in Molise rimbalza un dubbio: Michele Iorio, “from Molise”, doveva proprio andarci lì? E perchè? Per chi? Il problema che solleva Petraroia è di opportunità etica ed ovviamente, Michele Iorio non sempre può chiedere conto di tutti i nomi e i cognomi dei presenti. Come uomo pubblico, uomo di Governo, il suo diniego sarebbe stato una deflagrazione. Immaginate se dal Molise, nientemeno, avesso detto: “No grazie”? Sarebbe sembrato un “niet” sovietico, e avremmo avuto molto da dire. Certo è che un uomo pubblico ha una sola strada, ormai, per preservare la dignità del suo ruolo: la serietà. 

La terribile crisi argentina ha le sue verità storiche acquisite e quel mondo, quei nomi, ne sono emblema negativo. La Chiesa, proprio la Chiesa, con il suo straordinario patrimonio di menti e di pensiero, ha voci contrastanti: «Questa politica economica è un aborto per i già nati» Lo scriveva più di un anno fa, un altro Esteban,  Miguel Esteban Hesayne, unico vescovo superstite tra i pochi che condannarono pubblicamente la dittatura. Oggi la Chiesa siede come garante nel Foro di dialogo e di concertazione nazionale, e non evita di interrogarsi anche sulle proprie responsabilità nella crisi del Paese. Non ‘comunisti’, dunque, ma uomini di Chiesa che hanno scelto da che parte andare. 

Se è vero che non sempre è possibile sapere a chi stiamo stringendo la mano, Michele Iorio avrebbe consiglieri autorevolissimi per capirlo in tempo.

14-09-2008, 3:52 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Arriva per caso in Molise un ospite inaspettato

 Marco Tullio Cicerone, tornato al mondo perchè aveva dimenticato alcuni appunti sulla sua scrivania, perde la strada. Aveva lasciato  Roma nel 43 a. C. come diremmo oggi, in “feroce polemica” con una Repubblica che stava degenerando verso il principato augusteo. Dalla Repubblica di Roma torna nella Repubblica Italiana e si imbatte nell’autostrada, tra tir e automobili. Non riesce più ad orientarsi, ma essendo intelligente si ingegna un po’ e ricorda che tutte le strade portano a Roma. Cammina senza meta, certo che riuscirà a trovare la direzione verso la sua casa. 

Cammina cammina, arriva in vari posti dove si discute, in pubbliche assemblee che chiamano “talk show”. Marco Tullio assiste senza commentare. Entra in un Palazzo che ora chiamano Madama e sente che è lì che oggi si riuniscono i Senatori di Roma. Ma pare che ce ne sia anche un altro, detto Parlamento. Crede di aver sbagliato strada e prosegue lungo la via Appia. Arriva a Brindisi e trascorre una bellissima giornata al sole, in spiaggia. Poi si ricorda che non lontano da lì c’era un luogo, Larinum, o qualcosa del genere; lì aveva difeso un ragazzo accusato di omicidio, tale Cluenzio. Decide di tornare a rivedere il posto. 

Cammina lungo una strada che ora chiamano statale 16 e un gentile camionista gli offre un passaggio. Marco Tullio sale e parla con l’autista, il quale, tanto si lascia ammaliare dalla sua oratoria, che si dimentica di svoltare verso Nuova Cliternia e se lo porta fino a Campobasso dove doveva scaricare della merce. 

Scende  in mezzo al traffico di Campus Vassallum  e si trova proprio di fronte a Palazzo Santoro.  Lo scambia per il “suo”  Senato di Roma, avendo visto che è pieno di senatori e, soprattutto, avendo ascoltato alcune conversazioni. Si siede, educatamente, e comincia a seguire tutto ciò che accade. Come suo solito, ne è attratto e cerca nelle tasche qualcosa per scrivere, per registrare quegli avvenimenti. Con sè ha alcuni stralci di sue vecchie cronache minuziose della decadenza di Roma e ciò che vede assomiglia in maniera inquietante a ciò che ha già conosciuto, e bene. Le rilegge, seduto in un angolo e non visto:  ”Hunc vero si secuti erunt sui comites, si ex urbe exierint desperatorum hominum flagitiosi greges, o nos beatos, o rem publicam fortunatam, o praeclaram laudem consulatus mei! Non enim iam sunt mediocres hominum lubidines, non humanae ac tolerandae audaciae; nihil cogitant nisi caedem, nisi incendia, nisi rapinas. Patrimonia sua profuderunt, fortunas suas obligaverunt; res eos iam pridem deseruit, fides nuper deficere coepit; eadem tamen illa, quae erat in abundantia, lubido permanet. Quodsi in vino et alea comissationes solum et scorta quaererent, essent illi quidem desperandi, sed tamen essent ferendi; hoc vero quis ferre possit, inertes homines fortissimis viris insidiari, stultissimos prudentissimis, ebriosos sobriis, dormientis vigilantibus? qui mihi accubantes in conviviis conplexi mulieres inpudicas vino languidi, conferti cibo, sertis redimiti, unguentis obliti, debilitati stupris eructant sermonibus suis caedem bonorum atque urbis incendia“. *

Alla fine, disgustato, decide di tornarsene nel mondo dei Giusti. Aveva già visto le stesse cose, molte volte ed evidentemente, temendo di essere ripetitivo, chiude la sua cartellina degli appunti e se ne riparte, senza voltarsi.
 
*Traduzione: Se i suoi complici lo avessero seguito, se le infami schiere di questi disperati avessero lasciato Roma, che gioia per noi, che fortuna per lo Stato e che magnifica gloria per il mio consolato! Le loro passioni, infatti, superano ormai la misura. La loro sfrontatezza non è umana, non è sopportabile. Stragi, incendi, rapine sono il loro unico pensiero. Hanno sperperato patrimoni, hanno ipotecato beni; da tempo hanno perso le sostanze, ora iniziano a perdere il credito; ma rimane in loro quella smania di godere che avevano nell’abbondanza. Se nel vino e nel gioco non cercassero che baldorie e prostitute, sarebbero dei casi disperati, eppure sopportabili. Ma chi potrebbe sopportare che degli inetti complottino contro gli uomini più validi, i più stupidi contro i più savi, gli ubriachi contro i sobri, gli storditi contro gli svegli? Individui che bivaccano nei conviti, che stanno allacciati a donne svergognate, che illanguidiscono nel vino, pieni di cibo, incoronati di serti, cosparsi di unguenti, debilitati dalla copula, vomitano a parole che bisogna far strage dei cittadini onesti e incendiare la città.

Marino Balestrini

16-09-2008, 10:24 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Eran in trecento…

Tutti sanno che gli argentini ballano il tango in strada anche alle due del pomeriggio e al Boca, alla Bombonera,  si balla “l’Eternità” a ritmo di tango. In un luogo così incantato e surreale, capita anche di incontrare persone che credevamo morte da due secoli o tre e che, invece, nessuno si scandaliza di salutare. Nei paraggi de la Casa Rosada, la residenza presidenziale, accade spesso di scorgere a distanza Peppino Garibaldi.

Uno si chiede come mai non sembri strano, ma lì, nel paese dei desaparecidos, nessuno muore mai veramente.

La scorsa settimana pare che Peppino Garibaldi abbia incontrato una delegazione di molisani. Peppe, persona di finissimo intelletto ma un po’ rude, non conosce la geografia moderna. Quando “c’era lui” il Molise non esisteva. Pare, infatti, si sia molto emozionato credendo si trattasse di un nuovo sbarco dei Mille. Avvicinatosi per guardare meglio, si dice sia rimasto un po’ perplesso per l’abbigliamento molto “hight class” di questi volontari combattenti. Si ricordava le camice rosse, strappate dal vento e dalla foga della battaglia, ma dicono, non abbia fatto domande.

Peppino è vissuto in Argentina tra il Dicembre 1835 ed il 1848. Nel 1842 passò per l’Uruguay, dove comandò la flotta uruguaiana in una battaglia navale contro gli argentini e partecipò quindi alla difesa di Montevideo con i suoi volontari, tutti in camicia rossa.

L’Argentina, come per Peròn, per lui fu la vita, legato dal ricordo dei luoghi in cui conobbe e sposò Ana Maria de Jesus Ribeiro, per gli amici, Anita. Ecco perchè, ora che è eternamente in pensione, ci torna volentieri.

Trovatosi di fronte questi Mille in giacca e cravatta, pare abbia preferito rimanere in disparte. Qualcuno gli ha spiegato che ora l’Italia è una Repubblica e quelli sono i suoi rappresentanti.

Memore dei suoi doveri di militare fedele e del suo “Obbedisco! quale atto solenne di sottomissione dell’eroe al Sovrano”, pare che abbia svoltato velocemente da Plaza de Majo verso una delle dieci corsie dell’Avenida 9 de Julio borbottando in dialetto savonese (sua madre era di Laona): “Obbedisco minga…! E si è dileguato.

Non è più tempo nè di eroi, nè di rivoluzioni ma solo di sbarchi in giacca e cravatta:  ”Eran in trecento, eran giovani e forti…” e sembravano tutti in ottima salute.

Marino Balestrini
Arriva per caso in Molise un ospite inaspettato

. Nei paraggi de la Casa Rosada, la residenza presidenziale, accade spesso di scorgere a distanza

19-09-2008, 17:59 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Trasferite le suore di Carità di San Martino in Pensilis: la comunità reagisce con sgomento

Una doccia fredda, in un giorno stranamente uggioso di Settembre: Don Costantino Di Pietrantonio, alla fine della Messa, annuncia che le Suore di San Martino in Pensilis saranno trasferite in altra sede. Partiranno, subito, e nessuno sapeva nulla prima di due giorni fa. Le Suore oggi vivono nella casa che fu delle maestre Ceglia, al secondo piano della Casa di Riposo per anziani di Via Puglia. Per molti decenni avevano abitato e operato nel Palazzo Pollice, il vecchio asilo di via Marina. 

Fra loro, c’è suor Matilde Champagne, Suora di Carità della casa Madre Santa Giovanna Antida Thouret di Roma, 49 anni vissuti qui, fra noi, per noi. Siamo stati tutti suoi alunni all’asilo: Suor Matilde e suor Giuseppina, Scilla e Cariddi della nostra educazione morale. Suor Giuseppina, uno scricciolo di ragazza, morta di cancro quando aveva ancora lo sguardo di bambina e la voce dolce di una giovanissima suora incantevole. “Giuseppina”, come potevamo chiamarla noi bambini buoni e innamorati delle sue mani magiche: disegnava, plasmava plastilina, creava magie inimmaginabili e sorrideva ad ogni goffo tentativo di imitarla. Nelle sue mani e nel suo sorriso c’era la “maternità” di Dio, c’era il lato luminoso della luna. Suor Matilde era il generalissimo, il braccio forte, suor “decisionismo”. All’asilo abbiamo imparato la responsabilità di non sbagliare, grazie a lei, e il conforto di farci consolare grazie a suor Giuseppina.

Siamo cresciuti, ribellandoci negli anni e poi riavvicinandoci ad uno scrigno di umanità che ha reso profonde le orme di ciascuno di quei bambini. 49 anni, 50 fra qualche mese, in cui generazioni di figli, tutti i figli, anche quelli che non avevano genitori così fortunati da essere d’esempio, hanno imparato cosa è giusto e cosa non lo è, fra un lavoretto con i semini e una poesia per il papà: avevamo un riferimento morale fortissimo, avevamo la poesia di un mondo in cui “l’impegno sociale”, la solidarietà, la sussidiarietà e tutti quei paroloni con cui oggi si riempie di vuoto altro vuoto, noi l’abbiamo acquisita giocando, lasciandoci proteggere il cuore e la mente da una presenza visibile, profumata di colla coccoina e di mani instancabili. Sapevamo cos’è l’impegno vero, incondizionato, responsabile. Ce lo spiegavano “Scilla e Cariddi”, l’una sorridendoci, sempre, l’altra con quei suoi ammonimenti severissimi. Avevamo un po’ paura di Suor Matilde e di quel suo incedere militaresco. Avevamo paura di non esserne all’altezza e invece oggi che siamo più alti e più forti di lei, a lei dobbiamo le certezze, la forza di dire si e di dire no, la libertà di osare, il coraggio di fermarci a pensare.

In quali mari sapranno navigare i bambini che non avranno Scilla e Cariddi? Quali scogli sapranno oltrepassare? Ne abbiamo preso le distanze, adolescenti tormentati e affamati di concretezza e di laicità. E laicamente, a quarant’anni, sappiamo quanto siamo stati fortunati a impasticciarci le mani con quella loro plastilina piena di fantasia e di realtà. Ora vorrebbero mandare Suor Matilde in riposo altrove, come non fosse mai esistita, come se i suoi fragili 80 anni potessero annullare la potenza della sua presenza morale. Non sanno che toglierebbero ai nuovi bambini, a queste disorientate nuove generazioni, l’icona di un messaggio d’umanità “normale”.

Ci pare una cattiveria assoluta e gratuita strapparci l’appiglio delle sue ginocchia deboli ma saldissime sulla volontà di camminare, ancora, sempre. Basta guardarla per far pace col mondo, per sentirci dalla parte giusta: energica, forte, indistruttibile donna dalla voce roca e dalla fede assoluta, sempre in cammino in ogni casa in cui c’è un malato, un disperato, una donna sola, un matrimonio difficile. Suor Matilde accorre, chiamata e invocata dove le nuove povertà sfuggono agli occhi distratti di una comunità incapace di vedere come vede lei. Porta parole sapienti, una mela, un po’ di latte, buon senso  a chi non avrebbe altri interlocutori. Scrive poesie, Matilde Champagne, e le conserva, pudicamente, come chi non vuole sottrarre tempo prezioso alla concretezza.

La “politica del fare”, “la presenza su territorio”? Le suore come lei non hanno bisogno di definire ciò che fanno davvero. Ma questo è un mondo a rovescio in cui ciò che è buono va oscurato per lasciare spazi pericolosi e perniciosi al nulla. Oltre Scilla e Cariddi, solo una brutta assenza di ricordi e di esempi, vuoto assoluto di Morale e di ragione. La mandano via, come gli elefanti quando sono troppo vecchi. Chi penserà ai piccoli se non abbiamo cura dei vecchi?  Si strappa così il bel disegno di Dio realizzato coi colori a cera e i semini, per essere comprensibile ai bambini. Noi quel disegno l’abbiamo amato e conservato e ce lo strappano come fossero autorizzati a distruggere un disegno di Dio. Che mondo è quello in cui si allontanano i giganti proprio quando i bambini ne hanno più bisogno?

Si è già costituito un comitato e si prevede una raccolta firme per ripensare, per riflettere su una scelta che non riguarda tanto Suor Matilde, la quale infatti preferisce non discutere e non rispondere alle nostre insistenti domande, ma riguarda noi, il nostro senso di civiltà e la nostra capacità di fare squadra quando è il momento.         
                                                 caterina sottile
Pubblicato su Nuovo Oggi Molise, 19 Settembre 2008

Altri articoli correlati
Lettera per Suor Lidia dei giovanissimi dell’ACR

23-09-2008, 5:34 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Cappussi: 26 strade costruite e mai pagate dalla Regione. Sciascia sarebbe rimasto senza parole

 Ha deciso di fare clamore, il signor Cappussi, ed ha scritto una lettera durissima in cui spiega la sua brutta avventura di imprenditore molisano. E apre una discussione: si può fare impresa in Molise? Si può essere davvero competitivi se si vuole solo lavorare sulla base della qualità, della puntualità o delle regole d’impresa? 

Chi risponde a questa domanda? Il signor Cappussi, a 86 anni, non ha peli sulla lingua e alza i toni, consapevole di dire cose gravissime: “All’eta’ di 86 anni, io che sono andato sempre fiero del mio lavoro, del mio onore e della mia rispettabilità, sono costretto a mendicare per ottenere quello che mi e’ dovuto, perché truffato dall’Assessorato all’Agricoltura e dalla Regione Molise INCATENATO DALLA MAFIA DELLA REGIONE. Ho costruito 26 strade, dico 26, munite di tutti i certificati, (Verbale di Accertamento Preventivo, Verbale di Inizio e di Ultimazione lavori, Collaudo, Delibera di Assunzione Oneri di Manutenzione da parte del Comune competente) e la Regione Molise Non Le Vuole Pagare, pur avendo ricevuto due volte il finanziamento, per le stesse strade, dall’Unione Europea. Grazie a connivenze, amicizie e parentele, riesce a manipolare anche le sentenze del Tar e del Consiglio di Stato. Dicono che sono finiti i soldi, perciò non mi pagano. Vi chiedo, è mai possibile una cosa del genere? Camminano sulle mie strade, le percorrono con le automobili, con i mezzi agricoli, con gli autocarri e non me le vogliono pagare perché sarebbero finiti i soldi? E che fine hanno fatto i soldi dell’UNIONE EUROPEA FINALIZZATI AL COMPLETAMENTO DEL PROGRAMMA REGIONALE PER LE INFRASTRUTTURE RURALI? Possibile che nessuno intenda indagare su questa truffa che mi sta portando sul lastrico dopo decenni di onesto lavoro? In Italia bisogna andare a rubare per ottenere tutte le garanzie di Legge?La mia è una vicenda lunga che ha fiaccato completamente me e la mia famiglia; una famiglia distrutta, l’ombra del fallimento che incombe sui miei figli e sui miei nipoti. Ho scritto al Presidente della Repubblica, al Prefetto di Campobasso, alla Procura della Repubblica. Basti pensare che il TAR MOLISE, vista l’inadempienza della Regione Molise ha nominato un Commissario ad Acta nella persona del Presidente dell’Ordine dei Geometri della Provincia di Campobasso. Questi, tra il 1999 e il 2000, ha effettuato i sopralluoghi sulle 26 strade e ha richiesto l’esecuzione di determinati interventi per poter effettuare il collaudo, dato che le stesse, a causa di una lunga vicenda giudiziaria, erano rimaste prive di manutenzione. Ho speso un altro miliardo di vecchie lire per ripristinare banchine e cunette, per ristrutturare la massicciata e stendere il bitume. Ero obbligato ad adempiere ad una richiesta di un Commissario ad Acta nominato dal TAR. Ebbene, l’Assessorato all’Agricoltura, con il beneplacito della Regione Molise ha deciso, di punto in bianco, di revocare il Commissario ad Acta nominato dal Tar e di dichiarare nulli tutti gli atti da lui posti in essere nel frattempo, ovvero i collaudi delle prime dieci strade e l’autorizzazione all’emissione del relativo mandato di liquidazione. Così, non solo ho costruito 26 strade con i miei soldi, anzi con quelli dello scoperto bancario, che sto pagando  con interessi da strozzini, ma ho dovuto rifondere un altro miliardo per far collaudare quelle STESSE strade dal Commissario NOMINATO DAL TAR MOLISE.  E’ assurdo, vero? In Molise tutti sanno ma fanno tutti finta di non sapere, e intanto percorrono quelle strade, che in taluni casi rappresentano delle scorciatoie anche di 9-10 chilometri, per raggiungere i paesi del Basso Molise. QUELLE STRADE CI SONO E MI DEVONO ESSERE PAGATE. E’ NECESSARIO E IMPROCRASTINABILE RIFINANZIARE IL PROGRAMMA DI SVILUPPO RELATIVAMENTE A QUELLE 26 STRADE. NON HO PIU’ TEMPO DAVANTI A ME PER ATTENDERE OLTRE.” 

Un appello da brivido: un imprenditore costruisce 26 strade e la Regione Molise non gli versa il giusto compenso. Potrebbe anche essere “plausibile”: un ritardo per un po’ di ruggine agli ingranaggi della buona, vecchia burocrazia borbonico-sannita. Ma  l’ìmprenditore Cappussi ha 86 anni e non può aspettare.

Il suo drammatico appello continua con una vera e propria richiesta di aiuto a tutti gli uomini di buona volontà:” Scrivete al Presidente della Repubblica, all’Unione Europea, al Prefetto di Campobasso, al Questore di Campobasso, alla Procura della Repubblica, al Santo Padre, Papa Benedetto XVI, all’Arcivescovo di Campobasso, agli Organi di Stampa, ai Sindaci dei Comuni di Bojano, Busso, Campomarino, Casalciprano, Larino Macchia Valfortore, Morrone del Sannio, Pietracatella e San Martino in Pensilis che ci hanno fornito le necessarie autorizzazioni, i cui cittadini (e quelli dei Comuni limitrofi e di tutto il Molise, naturalmente) utilizzano quelle strade quotidianamente, i cui stessi Sindaci le percorrono, in molti casi, per raggiungere la Fondovalle del Biferno e le Strade Statali che collegano questi centri con il capoluogo di Regione.  
Antonio Cappussi”

E quei sindaci li sentiremo per farci spiegare meglio cosa potrebbe essere accaduto. Certo è, dopo aver sentito parlare per mesi di patate turchesche e di parchi del sorriso, la storia ci pare quantomai surreale.
caterina sottile

03-10-2008, 11:31 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Termoli: è crisi! Greco si è dimesso. La lettera

 Quand u purc è sazie revòte u trucchele“.  
Eutanasia di una rinascimento
Alla fine Vincenzo Greco ha firmato le dimissioni.
“Decisione difficile, ma l’unica possibile”, ha dichiarato nella conferenza stampa convocata stamattina per “importanti comunicazioni”

Greco ha puntato il dito sui quattro che martedi, in Consiglio Comunale  sull’assestamento di Bilancio hanno fatto mancare i loro voti.
Adesso ci sono venti giorni per ricucire lo strappo. 

La lettera di dimissioni

A seguito di una pacata, solitaria riflessione di alcune ore, sono pervenuto alla determinazione di rassegnare le dimissioni da Sindaco di questa città, dopo avere esercitato tale carica poco più di due anni, dal giugno 2006, in conseguenza di una elezione diretta che mi ha visto vincere con un notevole consenso personale.
È una decisione difficile da prendere, ma la considero l’unica possibile, dopo avere constatato la mancata approvazione da parte del Consiglio Comunale, nella sera del 30 settembre, del rendiconto di gestione dell’anno 2007, per il venir meno della maggioranza necessaria.
 
Si trattava di approvare un documento contabile, di puro contenuto tecnico, senza valenza politica, ma un gruppo consiliare della maggioranza, quello del Partito Democratico, ha ritenuto di attribuirvi altri significati e ne ha fatto l’occasione per esprimere il suo sostanziale dissenso alla prosecuzione di questa esperienza amministrativa. Tecnicamente, a rigori, si è trattato solo di mancata adozione del rendiconto e non della sua bocciatura, essendosi conclusa in parità la votazione relativa, per cui il Consiglio potrebbe ancora deliberarvi, ma la valutazione delle condizioni in cui versa la maggioranza mi inducono a prendere la decisione che sto annunciando…” 

Greco l’accentratore, l’anomalo, l’antipolitico. Personaggio ombroso, mai abbastanza amato dai suoi e troppo sfuggente per gli altri. Non è stato mai capace, durante la sua amministrazione, di dividere il “notaio” dal politico. In campagna elettorale fu questa la sua forza, ma pare che non piaccia più ai democratici, di sinistra di centro, dell’antidestra e neppure a chi attraverso lui cercava un riscatto per Termoli,  per le vicende politiche e giudiziarie che hanno coinvolto le vecchia classe dirigente. L’elezione del notaio Vinceno Greco doveva essere la svolta rispetto all’era Di Giandomenico. Ma qualcosa non ha funzionato e lo stesso Greco spiega alcune cose nella sua lettera di dimissioni ma ne tace altre: “ Quando, nel 2006, i partiti di una delle due parti politiche hanno individuato in me la persona che doveva capeggiare l’Amministrazione Comunale per portare la nostra città fuori dal gorgo in cui era sprofondata a seguito dell’interruzione brusca e traumatica della precedente Amministrazione di centro-destra e del conseguente commissariamento, ho accettato, onorato della scelta caduta sulla mia persona, consapevole delle grandi difficoltà che avrei incontrato sin dal primo giorno ed animato dal grande desiderio di attivarmi per il progresso e il miglioramento complessivo, per quanto un Sindaco possa fare, delle condizioni di vita della città che da oltre trent’anni avevo scelto a luogo di lavoro professionale e di vita e, quindi, per il bene comune dei cittadini di questa città. Questi tre sentimenti, l’orgoglio, la consapevolezza e lo slancio sentimentale, non mi sono mai venuti meno in questi due anni; anzi, direi che hanno sempre più trovato fondamento e linfa man mano che mi calavo nel ruolo di Sindaco, sperimentando l’asprezza della condizione solitaria e di unicità del Sindaco, in totale contrasto con le mie precedenti condizioni di vita e, senza tema di apparire retorico, ho convogliato le mie migliori energie per il conseguimento del bene comune. … Qui mi preme far rilevare che le migliori energie mie e delle persone che ho chiamato a collaborare con me nell’Amministrazione sono state spese prevalentemente nella bonifica – s’intende, non completata, perché tante sono le cose fatte, ma tante quelle ancora da fare – di quelle che sin dall’inizio della mia esperienza ho individuato come le tre grandi emergenze della nostra città: l’emergenza democratica, nel senso della mancanza di sufficiente democrazia, anche per via della storia amministrativo-politica di Termoli, in cui per troppi anni i processi decisionali sono stati appannaggio di un numero ristretto di persone; l’emergenza territoriale, nel senso della necessità, creatasi a seguito di processi e pratiche degenerative sulle destinazioni e sulle scelte riguardanti il territorio, di recuperare al Comune e ai suoi organi il potere decisionale; l’emergenza ambientale, nel senso di una attenzione, amministrativamente attuata, ai rischi ambientali esistenti sul nostro territorio e alle condizioni di migliore vivibilità urbana”. …

Ciò che è chiaro è che è fallita la fase del rinnovamento, della società civile, della politica dei tecnici. I problemi di una città si affrontano e si risolvono solo nell’ottica degli equilibri del potere e chi disturba tali equilibri è estraneo, pericoloso e ingestibile. E paga pegno. D’altronde, gestire un’ammistrazione come “un comissario”  non può che creare attriti profondi: “…A rendere difficile e faticoso questo grande lavoro di rinnovamento, fino a mettere spesso a dura prova i nostri slanci di entusiasmo, hanno pesato, e pesano ancora, i fantasmi di un passato di cui la città fa fatica a sbarazzarsi e che hanno impregnato di sé molti apparati che ruotano intorno al Comune. Ma ciò era nelle aspettative. Ciò che, invece, è risultato essere inaspettatamente negativo, fino ad essere talvolta di netto ostacolo all’opera di rinnovamento mia e delle persone che con me si sono prodigate, è stata l’azione di dissenso interno e/o di discredito esterno verso la mia persona e le altre che di questa Amministrazione sono state il puntello, che taluni componenti della stessa maggioranza hanno regolarmente messo in atto, inizialmente magari attraverso la motivazione di una presunta mancanza di dialogo e di adeguate risposte da parte mia a generiche e fumose istanze di ‘maggiore condivisione, partecipazione, concertazione ecc.’, poi con aperti atteggiamenti di ostilità, fino ad arrivare ad assentarsi nelle adunanze del Consiglio o, nella migliore delle ipotesi, ad astenersi dal dare il proprio consenso nelle decisioni fondamentali della vita amministrativa, oppure avanzando, da circa un anno a questa parte, la pretesa dell’azzeramento al buio della Giunta, con nessun altro intento comprensibile che lo svilimento dell’immagine e l’infiacchimento dell’operosità del Sindaco in primis e poi dell’Amministrazione tutta.  Questa azione di destabilizzazione costante e pervicace, spesso ammantata di finte giustificazioni politiche, a mio avviso non hanno mai avuto alcunché di politico; sono piuttosto la manifestazione di malumori e risentimenti personali. Ciò che più mi addolora è che queste iniziative di costante disturbo, portate a compimento con la regia o la cooperazione anche di personaggi esterni al Comune, trasmettendo l’idea della mancanza di compattezza dell’Amministrazione da me diretta, possono aver ingenerato nell’opinione pubblica anche l’idea della sua debolezza, inefficienza e quindi inutilità, se non negatività. …. Ma, per quel che riguarda Termoli, è accaduto che i Consiglieri del Gruppo Consiliare del Partito Democratico, martedì scorso, hanno spinto tanto oltre la loro azione di destabilizzazione da arrivare a votare, insieme ai Consiglieri di opposizione, contro l’approvazione del conto consuntivo. …. La mancanza della forza politica farebbe mancare, peraltro, anche lo slancio, la determinazione e la chiarezza di idee da me sempre ritenute condizioni necessarie per effettuare quella vasta operazione di cambiamento che ci si era prefisso di fare, con l’unico fine di trovare le migliori soluzioni ai non pochi problemi dei cittadini di Termoli. Pertanto, dopo sufficiente riflessione, mi sono convinto che non posso non rassegnare le dimissioni dalla carica di Sindaco, rinviando agli elettori il giudizio sui fatti accaduti”.  Termoli è una città importante, un luogo in cui le cose accadono prima, in cui il vento che tira annuncia il tempo che cambia. Il problema che emerge al di là della persona del sindaco, è la difficoltà di coerenza che gli eletti hanno rispetto ai loro elettori. Qualche volta è opportunismo spicciolo, qualche volta è una scelta necessaria rispetto a un “capo” troppo accentratore. 

 

Si sente però nell’aria un po’ di avversione per i trasformismi, per l’uso spregiudicato dei numeri, delle quote di consenso che ciascun amministratore ha la responsabilità di rappresentare.I cittadini comuni non sembrano turbati ma qualcuno cita un  proverbio termolese che afferma: Quand u purc è sazie revòte u trucchele“.  

Prendiamo in prestito da Giovanni De Fanis, giornalista, poeta, ironico osservatore della vita termolese, questa poesia in vernacolo del 2001: 
Votafacce
Ce staje nà mmalatì brutt e fetènd
ce chiame votafaccie e nen c’è cure,
N’accide i crestjane, ghè secure,
però t’ì sputtaneje ammizze a ggend.
Chi l’ha chiappate mò llutemamend
ghè come tutte: na mezza fegure
a fatt a cchiù partie a frecature
e a quad pare pruoprie n’ce ne pend
Dicene a sti mmalate opportuniste
p’ì termelise sò zembebralille
votabannere oppure pagnuttiste
Ummene senza fede nè pricipie
e se ce bbide pure scarselille
stanne a mendune assòpe i Menecipie
A Giostre, Giovanni De Fanis 2001.

caterina sottile

Scarica l’allegato:  doc002117.pdf (235,16kb)

 

13-10-2008, 2:49 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Sanità. La lettera

 Non si possono tenere aperti due piccoli ospedali nel raggio di 50 kilometri?  Anche il professor Huscher dice di no. Nel Basso Molise, c’è il Vietri a Larino e il San Timoteo a Termoli. Il Vietri , sempre più dichiaratamente, viene considerato un pleonasmo, un orpello. Ma non è affatto così. 

Sulla questione, più generale, della razionalizzazione delle risorse sanitarie interviene persino il professor Cristiano Huscher, discusso primario chirurgo del Veneziale di Isernia. Ai colleghi di Nuovo Molise dice che gli ospedali troppo piccoli non garantiscono sicurezza e che in Molise molti reparti si tengono aperti solo per garantire un posto ai primari.

Dal suo punto di vista l’osservazione è coerente con una concezione “cormopolita”, di chi è abituato agli Stati Uniti o al Nord d’Italia. In Molise, in verità, si abusa molto della parola “eccellenza”. L’eccellenza è un insieme di concetti, dalla specializzazione alla ricerca, che davvero andrebbero affidate solo a strutture grandi, con una tradizione rodata da decenni di esperienza sul campo e con un respiro internazionale e interdisciplinare.

Purtroppo la Sanità è un servizio necessario al territorio e deve essere compatibile con esso.

L’eccellenza, l’altissima specializzazione, di solito accoglie patologie che hanno il tempo di andarla a cercare. Se si ha un cancro e la diagnosi è stata già fatta, si può scegliere il più grande chirurgo del mondo e decidere di andarlo a scovare ovunque.

Il problema del basso Molise è la diagnosi e l’emergenza. Il pronto Soccorso di Termoli, già ora, è in grandissimo affanno dovendo accogliere decine di emergenze, fisiologiche in una città moderna, vicina all’autostrada e che d’estate raddoppia la popolazione. Immaginiamo cosa sarà, o sarebbe, se rimanesse l’unico ospedale di tutta la zona. Qualche decennio fa si era parlato di ambulatori dislocati in ogni comune che, infatti, oggi sono presenti.

L’idea era di evitare che i cittadini arrivassero inutilmente in ospedale ma un ambulatorio che non ha alcun mezzo utile ed indispensabile per garantire interventi di soccorso non può che diventare una sorta di passaggio intermedio, solo uno sportello aperto che indica al paziente la strada dell’ospedale.

Riorganizzarli, potenziarli? Quanto costa? Accorpare due ospedali conservando la stessa funzionalità? Quanto costa, ammesso che lo si voglia fare? Servirebbero più o meno gli stessi soldi che si spendono ora. E quindi, che senso avrebbe? Si tratta, in verità, di dover rientrare velocissimamente in un debito che sembra un vortice infernale e la Regione non è più nelle condizioni di trattare.

Proprio come quando il direttore di una banca chiama chi ha uno scoperto a versare tutta la somma entro un giorno.

Dov’è l’anomalia, che poi è anche, paradossalmente, il piccolo margine di trattativa e di discussione pubblica sull’argomento? Ci sono, in tutto il Molise, dei reparti che non funzionano, che non hanno mai davvero funzionato e sono snobbati dagli stessi pazienti che vi arrivano solo se costretti, ma non li scelgono quasi mai. Poi, invece, ci sono piccoli reparti che hanno persino invertito la tendenza all’emigrazione sanitaria che è sempre toccata ai molisani.

Reparti produttivi, efficienti, ma penalizzati, costretti al fiato corto comunque. Dovendo chiudere, il criterio di un imprenditore serio e cinico sarebbe ovvio: si taglia ciò che non produce e si conserva ciò che funziona.

Considerato il deficit ci si potrebbe ingegnare e trovare un modo perchè non solo non si verifichino più perdite ma gli ospedali diventino fonte di entrate per le casse pubbliche. Se si attraggono pazienti da altre regioni, se si ottengono risultati che aumentano il livello di guarigione, di salute, di sicurezza della gente, si ottiene un rispamio enorme.

Un paziente che ha un accesso più semplice alle cure costa molto meno di chi vi arriva tardi. La prevenzione non è solo un concetto umanitario ma è lo strumento di risparmio più efficace, al momento.

Ciò detto, quale è stato il criterio di scelta tra chi deve chiudere e chi rimane? Si è studiato con attenzione per individuare i buoni reparti e preservarli? Neanche per idea. La scelta è solo, almeno apparentemente, geografica. A chi rimarrà, quindi, arriva un messaggio implicito: non serve essere produttivi, lavorare bene, essere effcienti, puliti, organizzati. Eliminata persino la breve fase di concorrenza, in cui le piccole strutture hanno cercato di dimostrare di essere meritevoli, chi sopravviverà non si dovrà più preoccupare di nulla?
 
In Basso Molise esistono anche ambulatori esterni (ciascuna specializzazione ha un ambulatorio) in cui si visitano pazienti ma non si è in grado di eseguire alcun esame.

Doppioni del medico di base, un altro intermezzo, come per gli ambulatori di pronto soccorso locali, che quasi sempre, in caso di problemi veri, devono dirottare i malati verso l’ospedale. 

Se il Vietri non ci fosse, sarebbe ragionevole e corretto non costruirlo. Ma visto che c’è, forse, una struttura nuova, accogliente, dovrebbe indurre a qualche scrupolo in più prima di decidere di sprecarla.

La Sanità pubblica è ancora un diritto sancito dalla Costituzione, fino ad oggi, e non è detto che sia sempre tutta fonte di sprechi. C’è da chiedersi perchè rimangano in piedi i carrozzoni e si toglie benzina ai motori davvero funzionanti.

La cattiveria peggiore che si possa augurare al più acerrimo nemico è di arrivare in un pronto soccorso disorganizzato, affollato e con un personale convinto che nessuno potrebbe mai rimuoverlo o sindacare su nulla.
                                                                        Marino Balestrini

14-10-2008, 1:02 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Sanità. Balestrini-dott. Cuccia: un medico e un paziente la raccontano dall’interno

 Marino Balestrini pone un dubbio da PrimaPaginaMolise, sperando di aprire un dibattito serio sulla sanità molisana: l’emergenza dei conti in rosso indica la chiusura dei piccoli ospedali come unica via di uscita. Ma abbiamo pensato al dopo? Abbiamo strutture non ospedaliere pronte a sostituire gli ospedali più periferici? 

Ne è seguita la replica del dottor Leonardo Cuccia e del dottor Fulvio Rocco Martone. Affermano che in Molise ci sono ottimi ambulatori, in grado di eseguire esami, in cui si fanno diagnosi e che possono accogliere i pazienti evitando di dirottarli in ospedale, quando possibile. 

Alla dura replica dei due medici ambulatoriali, Balestrini risponde, ottenendo, a sua volta, una importantissima controreplica dello stesso dottor Cuccia. Dalla lettura di questo imprevisto confronto pubblico medico-paziente, si trae una buona fotografia della sanità del Molise. 

Balestrini, in risposta al dottor Cuccia:Egregio dottor Cuccia, è proprio la Sua voce, a nome di tutti coloro che alla Sanità molisana danno “scienza e coscienza” che volevo far sentire. Forse in modo maldestro ho impostato la discussione come, Le assicuro, la si può ascoltare tra la gente, nella vita quotidiana della gente. La mia era una lettera, non un articolo, e non pretendeva oggettività ma esprimeva un mio punto di vista. Ma la sincera intenzione era proprio scoprire se si può distinguere il buono dal meno buono.  Caro dottore, potrei raccontarle di persone che hanno rischiato la vita a causa di un pronto Soccorso troppo affollato. La mia visione è certo dettata dalla estrema parzialità di una esperienza drammatica e non ancora superata. Rifletto spesso su tutto questo perchè, dottor Cuccia, mi è anche accaduto di trovare medici che in Molise fanno “sanità” e qualità, ed aiutano le persone a guarire, a prevenire, a sentirsi sicure. Da una brutta esperienza la sanità diventa tutta cattiva. Ho raccontato in modo “qualunquista” un sentimento comune che invece bisogna correggere, educare. E per farlo c’è bisogno di informare, analizzare con discernimento. Da un giornale si può lanciare un sasso sperando che la gente risponda. La mia idea, mi creda, era che le esperienze quotidiane dei cittadini potessero contribuire a distinguere, a capire, a dare merito a chi ce l’ha. Quando accade che in un ambulatorio (parlo di quelli presenti nei comuni) non c’è
un antistaminico, il cittadino si chiede perchè. Ma è a lei, come voce autorevole,  che volevo, fortemente, far spiegare che nessun medico vorrebbe mai studiare 10 anni per non poter fare ciò che sicuramente ha sognato e
voluto per tutta la vita. Io Le chiedo anche scusa se ho suscitato in lei un sentimento di avversione che non doveva invece essere tale. A parlare di sanità sono sempre “altri”. Vorrei che ne parlassero gli addeti ai lavori, i più vicini alla gente. Indipendentemente dalla dimensione pubblica che vorrà dare a questo dibattito, io Le chiedo aiuto. Come cittadino Le chiedo di intervenire nelle scelte che si attueranno in Molise. Le chiedo di dare voce ai medici che ogni giorno fanno ciò che molti non sanno. Non ha importanza cosa riterrà di pensare sulla mia persona. Ha invece fondamentale importanza che Lei sia sostenuto, come medico, e Le sia riconosciuto il ruolo privilegiato che ha con i cittadini. Era questo che volevo dire. Se dico che alcuni ambulatori non hanno abbastanza mezzi per operare lo dico a difesa dei medici. Perchè le ho dato un’impressione tanto negativa? La saluto e le auguro buon lavoro”.

E il dottor Leonardo Cuccia, noto dermatologo molisano e Segretario Regionale della Medicina Specialistica del Molise (S.U.M.A.I.) accoglie l’invito a discutere con serenità e con competenza: “Caro Marino, è bellissimo per me sentirsi proporre ” un patto di forza”…è  quello che SOGNAMO da tempo, però prima di tutto bisogna fare chiarezza sui termini se no non ci intendiamo:   bisogna distinguere tra ambulatori (quelli che sono” in ogni comune”) e i Poliambulatori (ce ne sono abbastanza ma non in ogni comune); i Poliambulatori in prov. di Isernia sono Venafro, Isernia , Agnone e Frosolone; in prov. di Campobasso sono Campobasso, Bojano, Riccia, Sant’Elia a Pianisi, Trivento, Castelmauro, Montenero di Bisaccia, Termoli, Larino, Santa Croce di Magliano; solo nei Poliambulatori il Cittadino (che a me piace scrivere maiuscolo in quanto l’avente diritto!) trova lo Specialista Ambulatoriale (per intenderci l’Oculista, il Cardiologo, il Dermatologo, l’Otorino ecc. ecc.) ed in genere il grado di attrezzature è soddisfacente, certo si PUO’ E SI DEVE FARE DIPPIU’!!..noi Specialisti è una vita che ci battiamo per questo e se i cittadini ci danno una mano sono sicuro che riusciremo. Ultimamente la Specialistica Molisana ha avuto  una pesante battuta di arresto…pensa che sono oltre due anni che non pubblicano i turni vacanti nelle varie branche (le Specialità) con la drammatica conseguenza che mentre in tutta Italia si stanno combattendo le liste di attesa nel Molise stanno aumentandosono anni che ci sentiamo rispondere che i piani di rientro non lo consentono…BUGIA nessun piano di rientro parla di ridurre i SERVIZI ma di Razionalizzarli! Ultimamente si sono rifiutati di pubblicare circa duecento ore di Specialistica (lo Specialista ha un contratto  ad ore con un massimo di 38 ore la settimana)che corrispondono grosso modo al compenso annuo di uno solo dei loro SUPERCONSULENTI! E naturalmente quando si andrà a chiedere una Visita Specialistica si sentirà rispondere che ci sono mesi di attesa. Altro scandalo: le Visite Specialistiche Domiciliari all’anziano allettato malato…una vergogna avere lista di attesa anche lì…non gliene frega niente a nessuno…..i fondi se li assorbono tutti i piccoli ed inefficienti “ospedaletti (come li definiscono a Roma) dove siamo divenuti tristemente famosi  per questo grave disservizio…ma guardiamo al Veneto, alla Toscana, all’Emilia e Romagna…Regioni (con la erre maiuscola) dove hanno chiuso i piccoli ospedali (trasformandoli in Residenze Sanitarie Assitite(R.S.A.)-Country Hospital-Riabilitazione…tutte istituzioni che noi non  abbiamo (e dobbiamo andare fuori regione per trovarle con altro aggravio di spesa e gravi disagi personali!!!): d’altra parte un letto in ospedale costa OTTOCENTOCINQUANTA EURI AL GIORNO ED IN R.S.A. NE COSTA CENTOTTANTA…e con le risorse resisi disponibili (le Regioni giuste) hanno potenziato la rete dei Poliambulatori sul Territorio rendendo così possibile operarsi la cataratta ambulatorialmente e tornare a casa in giornata…senza spendere UNA LIRA pardon UN CENTESIMO!!!..a pensare che qui li abbiamo gli specialisti che hanno studiato a spese dei propri genitori molti anni dopo la laurea per poter  fare ciò….. per questo  dovremo combattere…ma riusciremo mai a comunicare ciò alla “BASE”….chi ci attrezzerà mai una tavola rotonda…e alla stampa interesserà parlare di questo???…caso mai dando fastidio ai soliti POTENTI…Veniamo al pronto soccorso intasato: a livello nazionale stiamo discutendo sull’H24 del territorio (pronto soccorso integrato tra Specialistica-Medici di Medicina Generale-dei Servizi e 118)…è una “cosa” bella-auspicabile e molto complessa…c’è bisogno di risorse e della VOLONTA’ DI FARE..pensi che bello avere lo Specialista disponibile 24h x 365 gg. all’anno ed è così che i codici bianchi e verdi non intaseranno più inutilmente gli ospedali…a livello nazionale in alcune Regioni Pilota (le Virtuose…quelle che hanno chiuso i piccoli ospedali ed hanno il doppio o il triplo di ore di Specialistica Ambulatoriale pro capite)il progetto sta per partire…ma da Noi????…Mi sono accorto che ho scritto di “getto” e tanto e questa è la dimostrazione di quanto bisogno c’è di parlare tra l’Operatore e la sua Base”, per ora La saluto restando a Sua completa disposizione (io lavoro come dermatologo nei Poliambulatori di Campobasso, Termoli, Larino, Montenero di Bisaccia, Santa Croce di Magliano). Sperando almeno in Talk show televisivo(e perché no se ne fanno tanti su autentiche cretinate). Cordialmente, con stima, dottor Leonardo Cuccia“. 

Un chiarimento che in realtà ha sviscerato temi essenziali e, ci sembra di cogliere, ha in parte confermato i timori espressi inizialmente dalla lettera del nostro lettore. La riforma sanitaria è necessaria ed urgente, ma bisognerebbe organizzare “il treno” prima di partire evitando, prima che sia tardi, di sopprimere servizi che poi non si avrà il modo o la volontà di dislocare razionalmente e oculatamente sul territorio. 

Il dottor Cuccia ha raccontato la realtà, e non poteva essere diversamente. Parla dello scandalo delle visite ai pazienti cronici o terminali, che possono ritardare di anni. Quando, ad esempio, sono necessarie per l’assegno di assistenza, che accade? Che verrà erogato postumo. Con quali aggravi per la spesa pubblica? In una sequenza diretta causa_effetto, osserva che la causa sono i piccoli ospedali, “spugna” di troppi fondi pubblici. Benchè, in mancanza di alternative concrete, proprio i piccoli ospedali hanno fino ad oggi assorbito il contraccolpo di una popolazione diventata “più anziana” e meno disposta a lunghi e costosi viaggi. E rimane il problema dell’emergenza. Un elicottero in ogni comune farebbe il caso nostro: uno o due grandi, attrezzatissimi ospedali e la possibilità di raggiungerli in dieci minuti da tutta la regione, come in Val d’Aosta. Il problema è proprio l’incomprensione di alcune incoerenze: se il cittadino sa di avere un piccolo ospedale che gli sembra “buono” e lo confronta con la prospettiva del “vedremo”, “proveremo”, non capisce e non approva. Bisognerà vigilare perchè si eviti il rischio, grave, di tagliare il frutto buono, lasciando i rami secchi di sempre. I malati e le loro famiglie hanno bisogno di aiuto e non siamo più in una società che considera la salute una concessione borbonica.

Giuseppe Benangiano, direttore della I Scuola di specializzazione in Ginecologia e Ostetricia dell’Università «La Sapienza» di Roma, nel 2004 scriveva: “La sanità, pubblica o privata che sia (intesa nel suo significato moderno di «salute per tutti»), non esiste né per dar lavoro o assecondare le necessità dei medici e del personale sanitario in genere, né per sostenere il mercato. Esiste per «produrre salute» (e non solo per curare le malattie). È per questo che con lungimiranza la Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità, che risale al 1946, definì la salute come uno stato di completo benessere psico-fisico e sociale e non solo come l’assenza di malattie.  ….. insistere sulla centralità del cittadino significa affermare non solo che la cosa più importante per il nostro SSN è servire la comunità nazionale, ma anche che le impostazioni puramente ideologiche devono cedere il passo alla realtà delle aspettative dei cittadini, che vogliono sentirsi «accuditi» e non «sballottati» nel bel mezzo di diatribe tra medici, personale ausiliario, politici, economisti, ecc. I modelli prescelti devono quindi poter mutare per adattarsi nel tempo alle diverse necessità della comunità nazionale. La terribile dicotomia che viviamo in Italia – con un sistema complessivamente buono, che tuttavia non soddisfa affatto le esigenze dei cittadini – si potrà risolvere solo quando gli italiani si sentiranno al centro dell’attenzione del Servizio sanitario. Perché ciò avvenga, occorre procedere con forza sulla strada di una nuova umanizzazione della medicina. Occorre convincere i medici – distratti da mille preoccupazioni e a volte abbagliati dalla tecnologia – che hanno, sempre e comunque, davanti a loro una persona (e non un semplice «utente» di un servizio) spesso preoccupata, a volte spaventata e persino disorientata. …. Per questo è fondamentale ristabilire un dialogo vero tra medico e paziente”.

Il dibattito è quantomai aperto e PrimaPaginaMolise.it continuerà a pubblicare tutte le vostre riflessioni e i vostri interventi.

caterina sottile
catersottile@gmail.com

Riferimenti:
Sanità. Una lettera di Marino Balestrini

Replicano il dott. Cuccia e il dott. Martone
Nota allegata dal dottor Cuccia alla sua risposta

Nota sindacale FIMMG

 

13-11-2008, 16:08 • Termoli • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Black Hole: il Molise che sogna il Nord ma ha gli incubi del Sud

 Un capitano perseguitato, Fabio Muscatelli, 112 persone indagate, 117 reati ipotizzati e un giudice visionario, Nicola Magrone. E poi i carabinieri sfrattati dall’ex sindaco di Termoli Remo Di Giandomenico dopo che avevano avviato indagini su sua moglie, Patrizia; un ecografo che “vola” dall’ospedale di Termoli fino ad un ambulatorio privato di San Severo e l’accorpamento di due reparti, Larino e Termoli, che invece che dimezzare i primariati li raddoppia. Arnaldo Picucci, 40 anni di lavoro come ginecologo concepito come una missione vera, aggredito, picchiato, costretto a scappare dal reparto di ostetricia del San Timoteo da Patrizia e Nik De Palma, fratelli Rambo che arrivano in reparto decisi a risolvere i ricorsi al tribunale a suon di ceffoni. Intervenne il dottor Molinari a difendere Picucci, e gli costò una prognosi di 30 giorni, bende e cerotti sulla faccia. Picucci andò in pensione poco dopo, disgustato e sicuramente non abituato a incontrare picchiatori fra i colleghi giurati ad Ippocrate. 

A colpo d’occhio, la fine delle indagini dell’inchiesta Black Hole è una sorpresa dolorosa, come un cerotto strappato senza avvertire.  Il Procuratore di Larino, Nicola Magrone, grazie agli elementi raccolti dal capitano Muscatelli ha spalancato le ante di un armadio pieno di scheletri, eccellenti e non. 

Ma  al di là dei dati della cronaca giudiziaria e dell’immediato sbigottimento che si prova di fronte ad un’inchiesta che coinvolge 112 persone e presume 117 reati, più o meno gravi, più o meno replicati per anni, il lavoro degli inquirenti è una sorta di “consulenza” scentifica esterna che spiega  come il problema Sanità, i conti che non tornano, i debiti che costeranno lacrime e sangue ai molisani siano in parte collegabili anche e soprattutto a questo genere di abusi: assunzioni improprie, affari trasversali, soldi pubblici deviati verso canali privati. 

Il tentativo di pianificare la spesa sanitaria del basso Molise, leggendo le carte dell’inchiesta, sembra destinato a fallire proprio perchè vi si colgono infiltrazioni di interessi individuali che rendono nulli gli sforzi di risparmiare e di garantire una sanità di qualità a tutti. Un riassunto eloquente lo si può trarre dal resoconto della Giunta per l’autorizzazione a procedere del 22 Febbraio 2006, relativa a Remo Di Giandomenico, allora parlamentare e sindaco di Termoli. La stampa se ne è occupata ampiamente e dopo la stura data da Primonumero.it, il quotidiano on line di Termoli che ha fatto da spartiacque, tutti i quotidiani, locali e nazionali hanno seguito la vicenda. Da La Repubblica al Corriere della Sera, da L’Unità a La Stampa, Liberazione, ciascuno puntando su un aspetto, un particolare. Al primo arresto, quando il nome di Patrizia De Palma balzò all’attenzione generale per gli aborti illegali, l’Osservatore Romano fu durissimo e parlò di sepolcri imbiancati sulla Morale insanguinata dell’avidità. L’Organo ufficiale della Santa Sede fu inequivocabile nella sua autorevole condanna. 

Il Giornale invece puntò il dito contro Magrone, reo di aver spettacolarizzato un’indagine che non avrebbe portato a nulla. Gian Marco Chiocci, in uno dei più recenti articoli, pubblicato da Il Giornale lo scorso Ottobre, scrive: “Black hole», buco nero. Il nome della tanto reclamizzata inchiesta anticorruzione della procura di Larino (sede distaccata di Termoli) che dopo quattro anni langue nel dimenticatoio senza nemmeno approdare a una richiesta di rinvio a giudizio, ben si adatta ai buchi in cassa della giustizia italiana…..Pagine e pagine, diventate pubbliche, con i segreti più intimi delle signore molisane. Quanto possano tornare utili le prescrizioni di esami e pillole contraccettive, i medicinali per curare infezioni e patologie sessuali, sinceramente sfugge. Così come sfugge la ratio di quest’inchiesta che sembra raggomitolarsi su se stessa, e che addirittura ha prodotto un bis con la «Black Hole 2» (condotta, come la Black Hole 1 dal pm Nicola Magrone, ex deputato di centrosinistra) nella quale si è ammanettato, con accuse discusse e discutibili, pure un colonnello dei carabinieri. Gli oltre cento indagati da anni reclamano provocatoriamente l’apertura di un processo che invece non si fa non solo perché la procura di Larino non ha chiesto alcun rinvio a giudizio bensì perché, trascorsi quattro anni, deve ancora chiudere formalmente le indagini. Due inchieste, una più surreale dell’altra, secondo l’onorevole Carlo Giovanardi, autore di interrogazioni parlamentari di fuoco“. 

Le indagini invece sono concluse ed è plausibile che il mega processo comincerà a breve. L’opinione pubblica sembra quasi assuefatta alle inchieste giudiziarie e ogni volta che le forze dell’Ordine, e con esse i Giudici, aprono “cassapanche polverose” la discussione pubblica diventa una sorta di derby; come se si trattasse di un confronto tra squadre opposte, tra chi è pro e chi è contro. Le inchieste ridotte a “opinioni” a portata di tifoserie è una distorsione della realtà che rende inutile il lavoro, il rischio, il sacrificio di chi continua a lavorare, fino a prova contraria, per lo Stato italiano e per la difesa delle sue leggi. 

In questa inchiesta ci sono le ragioni passate dei problemi attuali. la sensazione è di trovarsi di fronte ad un alluvione avendo in mano soltanto un colino. Ma Black Hole coinvolge i “poteri forti” dello Stato, le sue fondamenta: medici, politici, dirigenti, militari e, soprattutto, mostra un ventre molle allarmante in un territorio in cui sembra difficile dire no alla corruzione morale.  La vicenda scatenante, quella dei medici Picucci e Molinari appare preoccupante: è molto più facile adeguarsi al malcostume che opporsi. I due medici hanno subito isolamento morale, hanno subito vere e proprie aggressioni ma la solidarietà, sicuramenta dichiarata a loro in privato da molti colleghi e molti pazienti, non ha prevalso sulla forza e sull’aggressività di un modus operandi diffuso, acquisito in cui i corpi estranei sono gli onesti e non gli altri. 

 

Il processo chiarirà le posizioni degli individui e probabilmente verrà scremata la grandissima quantità di accuse ma rimane il dato sociale. Quanto costa ad un comune cittadino sottrarsi a ciò che non non è onesto, non è moralmente corretto? Quanto è concretamente possibile a chi lavora, chi ha responsabilità dirigenziali, imporre regole e comportamenti giusti? Quanto è più facile essere “graditi” se si lascia fare?

 Il memorandum dell’inchiesta è quasi tutto nel resoconto dell’esame per l’autorizzazione a procedere per la richiesta di arresto dell’allora parlamentare Remo Di Giandomenico, nonchè sindaco di Termoli.

Presieduta da Vincenzo SINISCALCHI, la giunta per l’autorizzazione discusse il caso  il 22 Febbraio 2006. E’ lo stesso Siniscalchi a redigere il verbale della seduta: “Richiesta di autorizzazione a eseguire la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti del deputato Remo Di Giandomenico nell’ambito del procedimento penale n. 1485/03 RGNR – n. 506/04 RG GIP pendente presso il GIP del tribunale di Larino. Procedimento penale a carico di diversi soggetti nel quale si indaga per diversi capi d’imputazione, tra cui la violazione della legge n. 194 del 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza, l’associazione per delinquere, la corruzione propria continuata e aggravata, il concorso in abuso d’ufficio e in concussione, la violazione delle norme contro il riciclaggio e il concorso nella violazione delle disposizioni sull’immigrazione. L’ipotesi accusatoria consiste in un vasto circuito illecito che ruoterebbe intorno alla ASL 4 – Basso Molise-Termoli e in particolare alla dottoressa Patrizia Di Palma, figlia dell’ex primario di ostetricia e ginecologia Vito Di Palma e moglie del deputato Di Giandomenico. … Gli atti pervenuti consistono essenzialmente nella proposizione di un’informativa dei Carabinieri basata su sommarie informazioni testimoniali, su acquisizioni documentali e su intercettazioni ambientali. Da essi risulta che Patrizia De Palma si sarebbe  sostanzialmente imposta come primario di ostetricia e ginecologia nell’ospedale di Termoli successivamente al pensionamento del padre e in danno del dott. Arnaldo Picucci, con procedure non trasparenti. Già nota agli uffici giudiziari per essere stata condannata (con sentenza passata in giudicato il 31 gennaio 1991) per il reato di alterazione di stato per avere concorso nella falsa attestazione della paternità di un neonato e per essere stata nel 1996 oggetto di un’indagine amministrativa interna alla ASL 4 – Basso Molise disposta dall’assessorato alla sanità in seguito alla denuncia sporta da un’assistente medico”.

 Secondo l’accusa, Patrizia De Palma avrebbe pianificato l’allontanamento del dottor Picucci dal San Timoteo e il trasferimento coatto del dott. Bernardino Molinari dall’ospedale di Termoli a Larino. Due persone per bene, due ottimi medici che sicuramente avrebbero ostacolato le sue mire, come poi avvenne. Il Piano sanitario, per risparmiare, prevedeva l’accorpamento dei due reparti del Basso Molise. Arnaldo Picucci aveva i titoli per diventare primario dell’unità complessa Termoli-Larino, essendo già responsabile della ginecologia del Vietri. Ma la De Palma torna da San Severo, dove aveva dovuto trasferirsi dopo i problemi giudiziari del ’91, e in barba a tutti i piani di riordino pretende il primariato. In effetti, il direttore generale dell’ASL, alla fine dell’agosto 2002, dispone il trasferimento di Picucci a Larino e le affida il primariato. Picucci ricorre al tribunale del Lavoro ed ottiene ragione. Il giudice lo reintegra  il 28 gennaio 2003. L’Ospedale aspetta il 4 marzo 2003, e si crea una situazione quantomeno surreale: se la necessità era di ridurre i costi e i primariati, ora ci si ritrova con due primari e la De Palma, sconfitta a Termoli, viene trasferita a Larino. 

Ma, coriacea e arrogante, come viene definita spesso, non ha nessuna intenzione di andarci e non riuscendo a risolvere la questione sulla carta, il 10 Marzo 2003 piomba a Termoli con il fratello Nik e aggredisce fisicamente Arnaldo Picucci.  Episodi per i quali al direttore generale della ASL, Mario Verrecchia, viene contestata la concussione e alla De Palma e al fratello la violenza a pubblico ufficiale. Arnaldo Picucci preferì allontanarsi, peraltro seguito dalle sue pazienti e con lui Bernardino Molinari che lo seguì a Larino, rafforzando un reparto che in quegli anni attraeva pazienti da tutta la regione e oltre, anche grazie ad una gestione considerata eccellente dalle pazienti. 

“Rimasta sola e libera di fare e disfare, Patrizia De Palma è riuscita pertanto a costruire un vero e proprio assetto di potere in virtù del quale avrebbe poi praticato una serie cospicua di illeciti, i più importanti tra i quali possono sintetizzarsi come segue: la violazione della legge n. 194 del 1978. Si legge nel resoconto della giunta per le autorizzazioni a procedere: La De Palma, pur formalmente obiettore di coscienza, ha praticato – secondo deposizioni testimoniali in istruttoria – aborti su donne consenzienti al di fuori delle prescrizioni della legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. In questo filone di attivita` , peraltro, avrebbe ricompreso anche il dirottamento presso il suo studio privato di utenza rivoltasi alla struttura pubblica e di apparecchiature di proprietà dell’ospedale pubblico (profili per cui si procede contro la De Palma anche per peculato). Spesso – sempre secondo gli inquirenti – accadeva anche la reciproca: clienti private della De Palma venivano indirizzate alla struttura pubblica, per le cui prestazioni ella non faceva pagare il dovuto ticket; i reati contro la pubblica amministrazione: una volta assicuratasi il controllo del reparto di ostetricia e ginecologia, la De Palma, in concorso con il marito, avrebbe edificato, secondo gli inquirenti, un sistema di intimidazione verso i dipendenti e aspiranti tali dell’ospedale che non condividevano i suoi metodi e di corruttela con le imprese fornitrici delle amministrazioni molisane  o di costrizione e abuso nei confronti di terzi. La De Palma, nell’intento di accrescere la propria posizione di potere e di fruire di vantaggi indebiti, ha fatto sì che nell’ospedale fosse inserito personale di fiducia, come per esempio tale Michele La Medica di San Severo (FG), Maria Laura Tartaglia (la quale fatalmente finirà anch’ella indagata per concorso in abuso d’ufficio, peculato, truffa e violazione della legge n. 194 del 1978) e Mariella Manna. Gli episodi che appaiono più significativi tra quelli contestati sono relativi, per un verso al conferimento alle società Formedical SAS e Meditec SRL di commesse di intermediazione per l’acquisto di attrezzature e di materiale sanitario a fronte di danaro e pagamenti di viaggi e soggiorni all’estero e per l’altro alla stipula di appalti con l’impresa di tale Esterino Policella, anch’egli tra gli indagati, in cambio dell’assunzione di manodopera indicata dai coniugi Di Giandomenico-De Palma. Né gli appare di rilievo trascurabile che in concorso con il direttore generale Verrecchia e altri i coniugi avrebbero pilotato l’adesione della ASL 4 -Basso Molise all’associazione CESAD, quale ha per scopo la ricerca nel campo della medicina in generale e dello studio dei tumori e delle patologie connesse agli organi femminili in particolare. Posto che tale oggetto sociale era già obiettivo del progetto Mimosa, deliberato dalla Regione Molise nel 1999, l’adesione all’associazione CESAD si palesa, secondo gli inquirenti, totalmente illegittima e inutile e in realtà finalizzata a giustificare il finanziamento da parte del comune di Termoli, di cui l’onorevole Di Giandomenico era sindaco fino al 5 febbraio scorso, di 360.000 euro tra il 2003 e il 2004.”

 L’ecografo volante, ovvero, Lei non si porta mai il lavoro a casa?

Si ricorderà la vicenda dell’ecografo sparito dall’Ospedale di Termoli e magicamente ritrovato nell’ambulatorio privato della dottoressa De Palma. Quando arrivarono quei malscalzoni delle Iene, in uno dei loro raid, chiesero a Remo Di Giandomenico come si spiegasse quello strano prodigio. Lui, rispose: “Lei non si porta mai il lavoro a casa?”

YOU Tube: LeIENE/Lo strano caso dell’ecografo sparito. Siniscalchi scrive: “Secondo l’ipotesi accusatoria, uno degli episodi più gravi di malversazione sarebbe consistito nell’alterazione dell’esito di un appalto per l’acquisto di ecografi per l’ospedale di Termoli. Inizialmente indetta una gara per l’acquisto di due macchine, secondo l’accusa, i coniugi avrebbero fatto in modo che ne fosse acquistato uno solo con caratteristiche piu` sofisticate che poi sarebbe stato sottratto e ritrovato a seguito di una perquisizione presso lo studio privato della dottoressa De Palma a San Severo (FG); le pressioni contro il presidente della Regione. Secondo gli inquirenti, i coniugi Di Giandomenico-De Palma, in concorso con Antonio Di Paola, funzionario della ASL 4 – Basso Molise responsabile del settore invalidità civile, avrebbero minacciato il presidente della giunta regionale Iorio di dirottare i voti da loro controllati su una candidatura avversa se questi non avesse acconsentito alla nomina del Di Paola a responsabile del distretto di Larino, circostanza che sarebbe tornata utile ai due sia per indebolire il Molinari colà trasferito, sia per allargare la loro sfera d’influenza. Su questo episodio si riserva di tornare in seguito. L’onorevole Di Giandomenico, peraltro, è accusato anche di due fattispecie per le quali non è accusata la moglie; una dichiarazione mendace in violazione della legge n. 197 del 1991 in materia di lotta al riciclaggio e una condotta concussoria (richiesta di tangenti) in danno di imprenditori di fuori regione in relazione alla costruzione di un impianto di incenerimento di rifiuti”. (Tenere a mente n.d.r.)

 La Giunta espresse parere negativo per l’autorizzazione alla carcerazione cautelare ma Siniscalchi articola le ragioni, anche di prassi, per cui generalmente le Camere respingono le richieste di arresto preventivo per i Parlamentari. Ma su Di Giandomenico prosegue: “ Di Giandomenico potrebbe non apparire marginale per il solo fatto che gli si contesta quasi soltanto il concorso nei reati della consorte. In numerose circostanze, infatti, egli interloquisce con lei, le dà consigli, intercede con terzi in suo aiuto e dunque la sostiene. Di qui l’accusa-cornice di associazione per delinquere”

 Si cita l’episodio della destinazione di Michele La Medica al centro unico prenotazioni di Termoli: “ Risulta che di questa vicenda la dottoressa De Palma abbia interessato in ogni segmento il marito, dapprima il 26 giugno 2004, indicando al La Medica nel comune di Termoli il luogo dove portare copia di una domanda di trasferimento, contestualmente informandone l’onorevole Di Giandomenico; e poi il 5 luglio 2004, reiterando tale indicazione al La Medica ormai giunto a Termoli da San Severo, contestualmente preannunciando la visita del medesimo al marito. Un altro passaggio significativo, a parere degli inquirenti, della ‘copertura’ che l’onorevole Di Giandomenico avrebbe offerto alla moglie è una telefonata di costei del 21 maggio 2004 nella quale ella afferma che il Di Giandomenico si stava muovendo per evitare che l’incarico dirigenziale non fosse rinnovato al dottor Picucci, cosa che peraltro avrebbe danneggiato anche il Molinari. Da una conversazione tra la De Palma e tale Filiberto che il Di Giandomenico, successivamente alla notifica di alcuni provvedimenti d’indagine alla consorte, le ha consigliato di cessare la richiesta di finanziamenti per il suo reparto; la De Palma, interloquendo con Giuseppe De Cesare – indagato per false dichiarazioni al PM – chiede se questi ritenga che lei non sia adeguatamente protetta (« che pensi, che mio marito… che io sono un cane sciolto ? Che mio marito non sa chi sono gli indagatori ? »). Inoltre,  i rappresentanti della Formedical e della Meditec si sono recati in comune a Termoli. E un altro degli indagati, Esterino Policella, intercettato in una conversazione con tale Pietro, afferma di trovarsi sul treno per Milano con l’onorevole Di Giandomenico e di aver scambiato opinioni con lui sulle situazioni oggetto di indagine. In buona sostanza e in conclusione, l’onorevole Di Giandomenico apparirebbe costantemente informato e destinatario di richieste di consiglio e di sollecitazioni da parte di molti degli indagati, prima fra tutti la consorte. Tornando sull’asserita concussione in danno del Presidente della Giunta regionale, secondo l’accusa, nel 2004 la De Palma e l’onorevole Di Giandomenico avrebbero cercato di indurre o costringere il presidente della regione Molise Michele Iorio a nominare, d’intesa con il direttore generale Verrecchia (nel frattempo divenuto ‘avversario’ dei coniugi) Antonio Di Paola responsabile del distretto di Larino. L’indebita pressione sarebbe avvenuta facendo balenare al presidente della regione l’ipotesi di sottrargli in futuro l’appoggio elettorale del pacchetto di voti riconducibile al sodalizio De Palma-Di Giandomenico-Di Paola, paradossalmente dirottandolo sul consigliere regionale di Rifondazione Comunista”. Ma a parte questa surreale situazione, resta che Di Giandomenico e Patrizia De Palma, secondo l’accusa, hanno tentato di indurre il Presidente Iorio a nominare un loro fiduciario ^solo per scopi di potere^ (intento che non conseguiranno, giacchè Di Paola verrà destinato al distretto di Santa Croce).

Il 21 Febbraio 2006, Di Giandomenico presenta un memoriale con cui tenta di chiarire la propria posizione e la gravità del suo personale coinvolgimento nelle vicende giudiziarie della moglie. Sulla pretesa concussione di Michele Iorio, Remo Di Gianadomenico scrive: “Il dott. Di Paola non è stato destinato a Larino bensì a Santa Croce di Magliano. Circa i rilievi di aver inserito tra il personale della ASL 4 Basso Molise, ho esibito una certificazione del commissario straordinario dalla quale risulta che solo la dottoressa Tartaglia e la signora Manna hanno prestato nel corso del 2004 servizio presso la predetta struttura sanitaria, mentre invece le ostetriche Giovanditti e Verrone e il La Medica non vi hanno mai prestato servizio. Sono in grado di certificare anche la mia estraneità rispetto ai rapporti con l’imprenditore Esterino Policella.”

Le sindaco mostra un documento del segretario generale del comune di Termoli che proverebbe che il Policella non ha rapporti d’appalto con il comune di Termoli; allega anche una certificazione del commissario straordinario della ASL per provare che non risultano rapporti d’appalto dal 2002 al 2006. Quanto a eventuali tangenti da lui richieste per la realizzazione di un inceneritore, Di Giandomenico afferma che il piano provinciale dei rifiuti non prevede la realizzazione di inceneritori a Termoli. E afferma: “Circa la prestazione del servizio pasti per i bambini della colonia, tale servizio è stato offerto gratuitamente dalla società Tre Stelle RR Puglia per i bambini di San Giuliano, paese colpito dal sisma del 2002. Con riferimento all’accusa di aver sostenuto il progetto Cesad, per un verso, il finanziamento del comune non è stato di 360 mila euro bensi di soli 45 mila, ma, inoltre, la Cesad e il Progetto Mimosa avevano obiettivi diversi. Quanto ai rapporti con la Formedical, riconosco di essermi interessato ai prezzi degli ecografi e di aver incontrato in una circostanza un rappresentante della Formedical ma ho interrotto ogni rapporto con lui quando ho appreso dell’esorbitante costo del macchinario (200 mila euro). La ricostruzione fatta nell’ordinanza di custodia cautelare é del tutto contraddittoria giacchè a fronte dell’enunciato per cui vi sarebbero stati più incontri, in realtà se ne acclara uno solo che non ha il significato illecito che gli inquirenti intendono attribuirgli.”

Quanto al trasferimento di danaro all’estero da parte della dottoressa De Palma, chiarisce che sua moglie voleva acquistare una multiproprietà gestita dalla catena alberghiera Marriott che le potesse consentire soggiorni nelle varie parti del mondo in cui si trovano le varie strutture ricettive e avrebbe chiesto un prestito a Esterino Policella. prestito saldato con la vendita di una casa di proprietà di San Severo o con la cessione di una villa di famiglia. Secondo l’onorevole Di Giandomenico comunque il trasferimento della somma negli USA è del tutto regolare.

 Scrive Siniscalchi: “Circa poi l’asserito favoritismo nei confronti del Policella e di tale Oronzo Vergallo, colonnello dei Carabinieri, consistito nell’aver rilasciato a costoro licenze edilizie, l’onorevole Di Giandomenico fa presente che gli immobili di cui si tratta non sono stati oggetto di alcun provvedimento da parte del comune di Termoli e uno di questi è addirittura adibito a scuola e dimora di suore. Quanto infine all’assunzione di personale domestico extra-comunitario clandestino, l’onorevole Di Giandomenico rifiuta decisamente l’accusa, sottolineando di non conoscere il Ciro di cui si parla nel provvedimento custodiale….Considera che se gli inquirenti avessero intercettato metà della popolazione di Termoli, avrebbero certamente acquisito ulteriori notizie sulla sua persona. Nel far riferimento al capo 26 del provvedimento cautelare si sorprende che il dono di un pareo e di un gel possano essere considerate utilità rilevanti ai fini della concussione. Precisa che al centro unico di prenotazioni non è mai stato destinata una persona dal nome La Medica e che Luca Cordero di Montezemolo non ha mai fatto doni all’ospedale di Termoli. Se fosse stato convocato, avrebbe potuto rendere un interrogatorio chiarificatore. Sta vivendo con orrore un episodio di persecuzione e comprende meglio le reazioni estreme che a tale condizione possono conseguire come nel caso del sindaco di Roccaraso. Se sua moglie ha sbagliato, è giusto che paghi, ma tiene a sottolineare che si tratta di una professionista, laureata e specializzatasi nelle università di Padova e Siena, che ha lavorato a New York e in Polonia, nonchè a Milano con il professor Veronesi. Quanto alla vicenda che l’ha opposta al Picucci, fa presente che quest’ultimo non ha mai avuto la titolarità del primariato a Termoli, ma solo a Larino, giacchè quella di Termoli fu oggetto di un regolare concorso, il cui bando fu emanato da una regione governata dal centro-sinistra e da nessuno impugnato. (Giunta Di Stasi n.d.r.) ….La Giunta, a maggioranza, delibera di proporre all’Assemblea il diniego dell’autorizzazione richiesta, dando mandato al Presidente Siniscalchi di stendere la relazione”.

I nomi degli indagati (da primonumero.it)

 

22-11-2008, 9:32 • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Sandro Curzi: una voce che non sentiremo più

 Se ne vanno, uno ad uno, i grandi vecchi che hanno, ciascuno a suo modo, costruito l’Italia del dopoguerra. Ci rimane l’amaro di un silenzio che ci indebolisce, ci costringe a fare da soli, come quando cerchiamo inutilmente la voce di un padre con cui non andavamo affatto d’accordo ma che ci mancherà. Sandro Curzi è uno di quegli uomini che rimpiangeremo. Comunista, senza se e senza ma, fu nella Resistenza a 13 anni. Comunista di ferro ma mai “di fuoco”, Berliguer in persona lo volle alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci). Fu inviato nel ’51 nel Polesine, per l’alluvione e volle rimanerci come segretario della Fgci. Nel ’56 fonda ‘Nuova generazionè e nel ’59 passa all’Unità, organo del Pci per il quale l’anno successivo viene inviato in Algeria per seguire la fasi dell’indipendenza. Lì intervista il capo del Fronte di Liberazione Ben Bellah. In Rai dal 1975 , fa parte della redazione del Gr1 diretto da Sergio Zavoli, altro nome ingombrante.  Fu uno dei fondatori della Terza rete,  e come condirettore del Tg3, diretto da Agnes, ideò Samarcanda, il primo esempio di programma di approfondimento che aprì la strada ai programmi di Santoro, a Ballarò, a Mentana. Direttore del TG3 fino al 1993 e direttore di Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, fino al 2005. Fu al centro di una polemica enorme quando si astenne dal votare per il licenziamento di Saccà, direttore di Rai Finction, intercettato in alcuni conversazioni in cui diceva di voler creare un’azienda concorrente alla Rai con Silvio Berlusconi. Il non-voto di Sandro Curzi bloccò il licenziamento dalla Rai e seminò dubbi. nessuno capì cosa fosse accaduto al compagno Sandro. Ma forse, era solo più lucido, fortificato da una malattia che se pur gli consumava il fisico, lo stava trasformando nel cuore e nella testa. La malattia rende pacati e cambia la prospettiva di un essere umano. Ma quando una penna ‘si ferma’, bisogna cercare tutte le parole che aveva scritto e memorizzarle. Non torneranno e nessuno saprà scriverle come quella penna, con quella forza. 
caterina sottile

10-12-2008, 1:47 • Campobasso • SIGNORE E SIGNORI, BUONANOTTE!

Cristiano Di Pietro: Delle due, l’una. Che c’azzecchi con la Provincia? Dimettiti

La cordata per l’abolizione delle Province è talmente trasversale e interattiva fra politica e informazione che tra i sostenitori si incrocia il “Libero” battitore Vittorio Feltri e Giannantonio Stella, fustigatore della Casta costosa, che dal Corriere della Sera snocciola cifre e stipendi da far vergognare anche l’Avaro di Moliere.  In Molise è proprio Di Pietro jr, Cristiano, a portare sulle spalle il vessillo della riduzione della spesa pubblica:”Noi dell’Italia dei Valori siamo per un reale taglio dei costi della politica a partire dalla costituzione di un unico Parlamento sino ad arrivare all’abolizione delle comunità montane passando per le Province. Nei gazebo che promuovono il referendum contro il Lodo Alfano nel Basso Molise, sarà quindi possibile firmare anche per la proposta di legge costituzionale”. Da cotanto padre non poteva che nascere cotanto figlio. Affidabile perché nato  da un padre battagliero? Non basta. Persino Gesù dovette passare per la gavetta della culla nella grotta prima di farsi rispettare per se stesso. In ogni caso, la proposta è buona e PrimapaginaMolise.it la sposa con entusiasmo, ringraziandolo per averla promossa. Sarebbe molto serio e credibile, volendo citare Di Pietro Senior, che Cristiano fugasse il dubbio che a Palazzo Magno ci siano capi e capetti e si dimettesse. Vuoi mettere l’effetto scenico, il coupe de foudre che provocherebbe sugli elettori? 

“Aboliamo le Province cominciando a risparmiare da subito!”. Altrimenti, tanta foga suona un po’ come quell’armiamoci a partite che agli italiani non piace affatto perché ha il sapore di una barzelletta amara, raccontata a posteriori. 

Le Province non servono, pare, se non ad allevare giovani leoni, troppo teneri per competere con gli adulti. Provata legittimamente e democraticamente questa esperienza e constatato che quella Istituzione è inutile e costosa, restituisca la poltrona.

 
Se davvero la Provincia è obsoleta, delle due l’una: rinunci al suo incarico come fece suo padre quando rinunciò al Ministero. 

c s
 

A raccogliere l’appello dalle sponde della politica, Lamberto Dini, qualche voce isolata del PD o Antonio Di Pietro, che a Ballarò, programma cult dell’informazione politica Rai, ha affermato che Berlusconi non avrebbe il coraggio di assumere una decisione così epocale perché “si sa, nelle Province ci sono capi e capetti”. 

Cristiano, consigliere eletto nel Consiglio provinciale di Campobasso, oggi siede alla destra di Nicola D’Ascanio e da consigliere e portatore sano dei Valori dell’IdV molisano innesca una miccia di quelle che fanno proprio boom: “Aboliamo le Province e dimostriamo coerenza”. Bel colpo, se non fosse che lo dice mentre è seduto sulla “polvere da sparo” di una poltrona provinciale avuta non tanto per una constatata esperienza politica acquisita ma perché figlio di Antonio Di Pietro. Non è una colpa, per carità, anzi. Tra le poltrone e le poltroncine dei palazzi regionali capita di incontrare anche figli di padri meno noti, talvolta persino sconosciuti. Ma da qui a porsi come capofila della moralizzazione della politica, ce ne corre, anche perchè appare surreale che a invocare l’abolizione delle Province sia un consigliere provinciale in carica. 

11-12-2008, 21:15 • Campobasso • Politica

Cristiano Di Pietro : “Dimettermi? Voi fate demagogia”

Caro consigliere, i giornalisti non sono demagoghi, sono giornalisti!

Riferimenti
Di Pietro jr vuole abolire le Province. Nulla di strano se non fosse un consigliere provinciale. Si dimetterà? 

Cristiano Di Pietro replica a Primapaginamolise.it

Egregia Caterina Sottile,

 leggendo il suo articolo non le nego che un sorriso mi è venuto. Raccolgo le sue provocazioni ma, da parte mia, vorrei meglio spiegare il fine di questa battaglia che io soltanto sto portando avanti nella nostra Regione.
In primo luogo, credo non sia corretto affermare che io sia seduto su “una poltrona provinciale non tanto per una constata esperienza politica acquisita ma perché figlio di Antonio Di Pietro”. Dicendo questo, Lei non offende me ma tutti quei cittadini che hanno espresso la loro preferenza eleggendomi in Consiglio Provinciale.
E’ vero, la mia esperienza politica potrà non essere di lunga data, ma le ossa bisogna farsele e credo che io lo abbia fatto in questi anni, e lo stia facendo tutt’ora, partendo dal Consiglio Comunale di Montenero di Bisaccia passando per la Provincia di Campobasso. Tutto passa da un cammino di crescita che sto seguendo in questi anni.
Sulla questione dell’abolizione delle Province penso sia errato fare demagogia senza che ad essa corrisponda un’azione reale: io mi sono messo in gioco, mi sono esposto ad attacchi, come il suo, per un principio che reputo importante: quello sui costi della politica. In questi mesi noi dell’Italia dei Valori alla Provincia di Campobasso stiamo portando avanti azioni volte a rendere trasparenti le istituzioni – come ad esempio l’operazione Palazzo di Cristallo – al fine di avvicinare l’operato degli amministratori ai cittadini, rendere effettivamente partecipi gli elettori che hanno voluto rappresentanti politici alle azioni che questi svolgono. La mia battaglia ha l’unico intento di contrastare gli eccessivi costi della politica italiana, e non credo che le mie dimissioni possano aiutare a rendere meno costoso l’Ente Provincia. E’ agendo dall’interno, con tenacia e con coraggio, che qualcosa può essere fatto, che i danni possano essere contrastati. Potrà sembrare paradossale che sia proprio un consigliere provinciale a volere l’abolizione dell’Ente per il quale lavora, ma questo credo dimostri solo una cosa: la volontà, nonostante il posto che si occupa, a voler rendere questo Paese migliore. Non sono legato alla mia poltrona come molti politici italiani, ma credo che, comunque sia, io debba rispettare un patto che ho fatto con i cittadini che mi hanno eletto: ho lavorato e continuo a farlo avendo i cittadini e la risoluzione dei loro problemi come unico obiettivo. Cosa comporterebbero le mie dimissioni? Costi inferiori? Non credo.
Sono contento che Lei appoggi la mia battaglia, per questo la invito trasformare la sua demagogia in azione concreta. Venga con me ai banchetti dove si raccolgono le adesioni, probabilmente potrà avere un quadro sicuramente più reale della situazione.
 Cordialmente,
Cristiano Di Pietro


La replica:

Egregio consigliere, grazie, molto, per il Suo intervento. Le dobbiamo qualche piccola precisazione.
 Il problema che pone è profondamente morale, al di là della implicazione pratica dei costi di un Ente pubblico giudicato “inutile”.

Le eventuali dimissioni di chi contesta l’utilità dell’Ente che rappresenta per legittima volontà dell’elettorato, sono soltanto un atto simbolico comunemente considerato ovvio. Ma, la Sua opinione è rispettabile e in ogni caso PrimapaginaMolise apprezza e condivide l’idea di fondo. Tant’è, la sottoscrive. 

Innanzitutto, chi, come Lei, si espone nel dibattito politico, ha altrettanta passione e altrettanta buona fede. Consideri chi scrive come un lavoratore al servizio dei lettori e non come un indefinito “avversario demagogo”. 

PrimapaginaMolise.it ha interpretato un disappunto che soffia nell’aria come un venticello, dandoLe la possibilità di spiegare. Ha ragione a dire che il potere si migliora dall’interno ma la Sua campagna contro le Province ha destato un clamore che non può non essere osservato, sviscerato e analizzato con attenzione. Il figlio di Antonio Di Pietro, suo malgrado, dovrebbe essere consapevole di essere figlio di un simbolo, di uno “spauracchio” per alcuni e di un monumento per altri. A Lei si chiede rigore assoluto perchè l’IdV rivendica il valore aggiunto della trasparenza a tutti i costi e nella Sua iniziativa, pur condivisibile, ci sono dei punti da approfondire: 

1) Le province non servono ma, affermando che il sistema di cambia dall’interno conferma che a Lei è servito proprio quello spazio per “farsi le ossa”. Non speri che i Suoi detrattori sorvolino su un punto tanto macroscopico. Sappiamo bene quanti elettori Le hanno espresso fiducia e quanto stia crescendo, sempre di più, il consenso attorno al vostro progetto politico. Non giustifica tutto e non Le concede margini di errore; non agli occhi di chi, per mestiere, deve giudicarvi. Non insista troppo sulla demagogia perchè la stampa, anche quella che  Le sembra pregiudiziale, è preziosa per chi il consenso, almeno a quanto dichiara, lo aggrega tra la gente e non nei Palazzi. 

2) Il palazzo di cristallo che sogna e che vorrebbe costruire, da mesi ha un sito internet in cui il bilancio è aggiornato al 2004. Lavoro complesso per i giornalisti, ma anche per i cittadini, accedere a informazioni che invece dovrebbero essere a portata di mano sempre e comunque. 
3) Perchè La offende la constatazione, ovvia, che il Suo nome pesi più di altri? Dovrebbe esserne onorato e orgoglioso, come sicuramente è. Crede, sinceramente, che l’elettorato l’avrebbe accettata e riconosciuta ugualmente se non si chiamasse Di Pietro? Nessun dubbio sulla Sua personale capacità, mai peraltro neppure lontanamente suggerito al lettore,  ma non neghi l’evidenza di una riconoscibilità che altri ragazzi della Sua età non potrebbero avere. La Provincia ha fornito un spazio propedeutico, legittimo e persino auspicabile per chi condivide gli ideali dell’Italia dei Valori. 

 Certo, di questi tempi non è difficile ottenere un consenso ampio, trasversale e incondizionato quando si parla di riduzione delle spese della Politica. Ma il rischio vero della Democrazia è proprio nell’appiattimento della proposta politica. Gli elettori si disaffezionano e si distraggono perchè non riescono più a dare un peso reale al proprio voto, filtrato da decisioni che non li coinvolgono direttamente. Ecco perchè gli Enti territoriali aprono spazi anche a candidati giovani che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di farsi conoscere e apprezzare. 

Saremmo demagoghi se non percepissimo più le stranezze, le piccole o grandi incoerenze e se tutto ci sembrasse normale e scontato. Per fortuna, per quanto poco possa servire, i giornalisti non sono demagoghi, sono giornalisti. E scrivono ciò che la gente comune pensa davvero. Talvolta anticipano la Politica, più spesso la contengono. 

4)L’Istituzione Provincia non serve e non è più giustificabile supportarne i costi?
Il Suo voto è servito ad affidare a Remo Grande, consigliere di opposizione, un incarico di Maggioranza. Per alcuni si è trattato di ribaltonismo, per altri di responsabilità politica, lungimiranza, buon senso. In ogni caso, è servito a difendere la volontà degli elettori e il lavoro fino ad allora svolto dagli eletti della Sua coalizione. In quel momento, forse, si poteva sollevare il dubbio che le province non siano utili. In quel momento, però, avrebbe prestato il collo proprio a chi tentava di capovolgere quella maggioranza. Rimane la perplessità che alla fine di una battaglia così faticosa Lei dichiari che l’Ente Provincia non serve a nulla. Delle due, l’una. 
5) Se i giornalisti venissero a fare volontariato con i politici, con tutta la buona fede del mondo, farebbero un altro mestiere e, appunto, dovrebbero rinunciare a stare dall’altra parte della trincea.

I giornalisti, caro Consigliere, non devono sentirsi in colpa se non fanno politica in prima persona. Vivaddio, dovrebbe essere la regola.
La stessa regola deontologica che imporrebbe a Lei di spiegare meglio perchè si è candidato alla carica di consigliere provinciale se pensa che le province siano inutili carrozzoni “tritasoldi”. 

La Sua presenza su primapaginaMolise dimostra che la Politica assume grande forza quando sa confrontarsi e mostrarsi senza rete. Di questo Le siamo sinceramente grati.

30-12-2008, 14:33 • Campobasso • Politica

Cristiano Di Pietro, dimissionario a metà

Innanzitutto, ricambiamo gli auguri di Cristiano Di Pietro per un nuovo anno migliore. Facciamo nostro il suo auspicio e auguriamo a lui, sinceramente, tre cose: serenità vera, dal punto di vista personale, coraggio di ammettere gli errori se ne ha commessi e orgoglio. Ci auguriamo che Cristiano non si faccia prendere dal vittimismo ed affronti con i muscoli tesi questo primo ostacolo della sua carriera politica.

Nella sua lettera di dimissioni dall’Italia dei Valori afferma di voler lasciare il partito per non creare imbarazzi, fino a quando tutto sarà chiarito. Dice che la sua sola colpa è di essere figlio di Antonio Di Pietro.

Aveva reagito con stizza quando gli avevamo fatto notare proprio questo: il privilegio di un nome può diventare ingombro. In ogni caso, è accaduto ciò che avevamo paventato: se si appartiene ad un partito che si chiama “Italia dei Valori” e si è figli, non solo naturali ma ideali di Antonio Di Pietro, bisogna essere impeccabili, inattaccabili, differenti davvero da ciò che si combatte con tanto clamore. Nessuno lo condanna, nessuno vuole fargli processi populisti, nessuno lo accusa di nulla che sia “penalmente perseguibile”.

Però, Cristiano è figlio di un uomo che ha scelto il contropotere e di stare di fronte a chi il potere lo ha sempre gestito senza controlli. Da quella posizione si è soli e si è forti soltanto se coerenti. Non una postazione privilegiata, dunque, ma un ruolo scomodissimo di cui forse non aveva davvero avvertito il peso. Rileggendo le cronache in cui papà era il Giudice e i cattivi politici gli imputati, riemergono le stesse parole di questa vicenda che ora lo riguarda: “Giustizialismo, garantismo, denigrazione.” E ricorre anche quella frase colorita ma esaustiva con cui Di Pietro padre usa definire le trappole della disinformazione: “Tirato per la giacca“.

In una intervista concessa a Sky risponde a Bossi che gli aveva espresso solidarietà; Bossi ha affermato: “Speriamo che non sia vero, sarebbe una delusione forte per un padre da parte di un figlio“. A Sky tg24 Antonio Di Pietro risponde: “Ha ragione Bossi. Una riflessione da padre, e da padre a padre gli dico: è cosi, ma come ogni buon padre è nostro dovere aiutare i figli a crescere, e dove sbagliano tirar le orecchie“.

La questione che qui si vuole porre non è la colpevolezza o meno di Cristiano ma l’approccio al tema. Tutto si risolverebbe con una “tirata d’orecchie?” E’ solo una faccenda di figli birbanti che disobbediscono ai padri? Ci pare un po’ folkloristico e ci pare inutilmente melodrammatica anche la dimissione parziale di Cristiano. Forse era più utile che si dimettesse dai suoi incarichi istituzionali che dal partito. Il partito può legittimamente accettare la sua presenza, essendo implicitamente garante di chi lo rappresenta. C’è una sorta di equilibrio di forza tra gruppi politici, elettori ed eletti perché un partito conosce bene chi elegge ed ha il diritto, oltre che il dovere, di fare squadra, fino a prova contraria. I deboli, in questo rapporto di fiducia a tre sono gli elettori.

I cittadini comuni si sono fidati di Cristiano come di chiunque altro ma non hanno certo la possibilità concreta di conoscere direttamente chi votano. A loro bisognerebbe mostrare lealtà e ritrarsi il tempo necessario perché abbiano la prova provata che hanno riposto bene la loro fiducia. Dimettersi dall’IdV, pur cogliendo la bellezza del gesto, è un pleonasmo. Perché? Quale rischio corre l’IdV? Se ci fosse il dubbio che non abbia saputo scegliersi i propri rappresentanti avrebbe in ogni caso un problema da risolvere. Le dimissioni non fanno altro che ingigantirlo. Il dubbio da fugare riguarda la credibilità delle Istituzioni. Sospendersi da un partito rimanendo saldamente all’interno di uno strumento operativo dello Stato, quale è la Provincia o il Comune o qualunque altro Ente pubblico, non serve a dimostrare volontà di trasparenza: o non si rinuncia a nulla perché non si ha nulla di cui giustificarsi o ci si dimette da tutto per tornare, eventualmente, a indagini concluse. Magari più forti di prima, come è plausibile che sarà.

 

 Queste dimissioni a metà ci sembrano un po’ coreografiche, più d’apparenza che di sostanza. E, lo diciamo con affetto vero, anche piuttosto inutili. Un bel gesto nei confronti del partito ma chi non vota per l’IdV meriterebbe altrettanta sensibilità. Sia chiaro che non ci saremmo posti il problema se non si fosse dimesso per nulla, tanto per chiarire che la “buona fede” è anche di chi scrive.  Però, Di Pietro Senior si dimise da giudice nel 1994 e divenne Ministro, chiamato da Prodi, nel ‘96. Si dimise ancora dopo sei mesi ma nel 2000 rifondò L’IdV che di fatto, ad oggi, ha eclissato l’era veltroniana. Preferiremmo che Cristiano revocasse le sue dimissioni, tanto per stare tranquilli. Siccome è quasi Capodanno, ci consentirete di essere sinceri, al limite della sfrontatezza. 

L’augurio che facciamo a noi stessi lo prendiamo in prestito da Indro Montanelli, perché se citazione deve essere sia della migliore penna della nostra storia recente: “Ecco il nostro telegramma di congratulazioni e auguri a Pertini: «Che Dio le conceda il coraggio, Presidente, di fare le cose che si possono e che si debbono fare; l’ umiltà di rinunziare a quelle che si possono ma non si debbono, e a quelle che si debbono ma non si possono fare; e la saggezza di distinguere sempre le une dalle altre». (9 luglio 1978)”

Buon anno, lettori di primaPaginaMolise.it!

  1. Nessun commento ancora...
  1. Nessun trackback ancora...
Codice di sicurezza: